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Brexit


L'Unione europea all'inferno, la Svizzera in sala d'attesa?


Di Tanguy Verhoosel, Bruxelles


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Berna dovrà far capo a tutta la sua immaginazione per evitare che la decisione dei britannici di lasciare l’Unione europea risulti disastrosa per la Svizzera.

Il presidente della Confederazione Johann Schneider-Ammann (a sinistra) con Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, lo scorso 15 gennaio a Bruxelles. Da oggi in poi le relazioni rischiano di essere più complicate. (Keystone)

Il presidente della Confederazione Johann Schneider-Ammann (a sinistra) con Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, lo scorso 15 gennaio a Bruxelles. Da oggi in poi le relazioni rischiano di essere più complicate.

(Keystone)

Jacques de Watteville e Christian Leffler, i principali negoziatori di Berna e di Bruxelles, avranno certamente molte cose da dire e da dirsi quando si presenteranno assieme davanti alla commissione degli affari esteri del Parlamento europeo. Il prossimo 27 giugno discuteranno del futuro delle relazioni tra la Svizzera e l’Unione europea (Ue).

Un futuro che si annuncia più cupo che mai, dopo che i cittadini britannici hanno deciso, via un referendum, di uscire dall’Ue. Questa decisione ostacolerà i piani di Berna, i cui rapporti con Bruxelles si sono irrigiditi dopo la votazione popolare del 9 febbraio 2014, in cui il popolo svizzero ha accettato l’iniziativa dell’Unione democratica di centro (UDC) contro l’immigrazione di massa.

Oramai, è altamente improbabile che Svizzera ed Ue trovino una soluzione al rompicapo della libera circolazione delle persone entro fine luglio. Tecnicamente, per l’Unione sarà impossibile sottrarre delle risorse dedicate alle conseguenze della Brexit in favore della Svizzera, sottolinea l’avvocato Jean Russotto, esperto svizzero residente a Bruxelles.

Anche il presidente della Confederazione, Johann Schneider-Amman, lo ha riconosciuto venerdì: «È chiaro che la ricerca di una soluzione è diventata più difficile con la decisione del Regno Unito di lasciare l’Ue». E sarà ancor più difficile visto che nei due dossier attuali, la libera circolazione delle persone e le questioni istituzionali, «le divergenze rimangono importanti».

Per gli svizzeri, però, il tempo passa. Il nuovo articolo 121a della Costituzione, che prevede esplicitamente il ritorno a un sistema di contingenti della manodopera estera assolutamente incompatibile con l’accordo sulla libera circolazione, dovrà entrare in vigore entro il febbraio 2017. In caso di mancato accordo in Svizzera sulla legge di applicazione di questo nuovo articolo, il governo (Consiglio federale) dovrà legiferare tramite un’ordinanza.

Scenario catastrofico

Lo scenario catastrofico è già stato delineato. Il Consiglio federale prevede di azionare una clausola di salvaguardia unilaterale, ciò che avrà un effetto a cascata. La Svizzera non potrà infatti ratificare il protocollo che estende la libera circolazione alla Croazia. Tra le conseguenze immediate: l’importante accordo che integra gli svizzeri nei programmi europei di ricerca Orizzonte 2020 (Horizon 2020) andrà a rotoli, con effetto retroattivo al primo gennaio 2017.

E tra le conseguenze più a lungo termine: l’Ue potrebbe, ma è poco probabile, attivare la “clausola ghigliottina” che lega tra loro tutti gli accordi bilaterali (trasporti, mercati pubblici, ostacoli al commercio,..). Ciò che è certo, invece, è che Bruxelles adotterà delle misure ritorsive nei confronti della Svizzera.

Una terza via?

Come sbrogliare la matassa? Lasciando il tempo all’UE di risolvere la questione britannica? Uno scenario che potrebbe forse sedurre Bruxelles, ma che per la Svizzera rischia di essere un boccone amaro, almeno per i promotori dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa.

Per l’avvocato Jean Russotto, profondo conoscitore delle relazioni Svizzera-Ue, esiste una «terza via». Una soluzione che finora non è mai stata davvero studiata, ma che in effetti appare improbabile. «La Svizzera potrebbe mostrarsi proattiva», invece di subire gli eventi nell’attesa di un’ipotetica riforma delle politiche europee, compreso nell’ambito della libera circolazione delle persone.

Paralizzata esageratamente dallo spettro dei «giudici stranieri», la Svizzera non poterebbe comunque cedere alle esigenze di Bruxelles nel campo istituzionale? È la domanda che si pone Jean Russotto. Protetti da nuove barriere, gli europei in contropartita, potrebbero magari mostrare maggiore flessibilità nel contesto della libera circolazione. «È una speculazione, certo. Ma è meglio aggrapparsi che sprofondare», ritiene l’avvocato.

Un doppio rompicapo

Le concessioni che l’Ue potrebbe fare alla Svizzera, nel campo della libera circolazione delle persone, s’iscriveranno nel quadro di un’interpretazione dell’articolo 14.2 dell’accordo bilaterale del 1999. Esso stipula che «in caso di gravi difficoltà di ordine economico e sociale», la Svizzera potrebbe «adottare misure appropriate, (…) limitate nel loro campo di applicazione e nella loro durata, per rimediare alla situazione». Queste misure dovranno tuttavia essere decise, in maniera concertata, da Svizzera e Ue.

Prima del referendum britannico del 23 giugno, l’esito delle «discussioni esplorative» lanciate da Berna e Bruxelles era già noto: nella migliore delle ipotesi, le due parti si sarebbero accordate su una «mini clausola di salvaguardia» che non risponderebbe alle esigenze formulate dal popolo svizzero il 9 febbraio 2014. Gli elettori si sono espressi in favore della reintroduzione di un sistema di contingenti della manodopera straniera e del principio della preferenza nazionale nel mercato del lavoro. Un boccone difficile da inghiottire per l’Ue, soprattutto in assenza di soluzioni a livello istituzionale.

In quest’ambito, i negoziati si arenano su un grande interrogativo: cosa succederebbe nel caso in cui la Svizzera rifiutasse di sottostare a una decisione della Corte di giustizia dell’Ue, che avrà voce in capitolo se la vertenza perdurerà tra le due parti? Per i 28 è chiaro: se la Svizzera rifiuterà di applicare una decisione della Corte di Lussemburgo, l’accordo che la concerne verrà «rescisso» d’ufficio, al termine di un periodo di grazia. E se l’accordo cade, riaffiorerà il rischio di una fine del bilateralismo. A Berna, non tutti ne sono consapevoli.

Pensate che la Svizzera riuscirà a conciliare gli accordi bilaterali con la volontà espressa dalla maggioranza del popolo il 9 febbraio 2014 per contrastare l’immigrazione di massa? Inviateci le vostre considerazioni.


Traduzione dal francese di Luigi Jorio, swissinfo.ch

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