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Carenza di alloggi


Un tetto nelle case svizzere per i richiedenti l‘asilo


Di Simon Bradley a Lully


Morad Essa, eritreo di 24 anni, è il primo richiedente l'asilo a partecipare al nuovo programma di alloggio lanciato dall'Organizzazione svizzera dei rifugiati. (Keystone)

Morad Essa, eritreo di 24 anni, è il primo richiedente l'asilo a partecipare al nuovo programma di alloggio lanciato dall'Organizzazione svizzera dei rifugiati.

(Keystone)

Dopo mesi di rinvii, un progetto per ospitare richiedenti l’asilo presso famiglie svizzere è finalmente decollato. Circa 300 famiglie si sono offerte volontarie per partecipare a questa iniziativa. swissinfo.ch ha reso visita alla prima che ha aperto le porte della sua casa.

I due figli di Alain Christen giocano alla lotta con un giovane e robusto eritreo sul divano del salotto. Uno afferra il braccio dell’uomo mentre l’altro cerca di saltargli sulle spalle.

«Morad è un po’ come un grande fratello per loro», spiega il padre.

Il richiedente l’asilo di 24 anni, arrivato nella casa della famiglia Christen a Lully (canton Vaud) il primo marzo, ha ritrovato il sorriso.

Dopo mesi tormentati – fuga dal suo paese attraverso il deserto, lavoretti per pagarsi la traversata del Mediterraneo, l’arrivo in Svizzera e il periodo trascorso in un rifugio della protezione civile – sta ritornando a gustare la vita.

Ogni mese circa 4'000 persone fuggono dall’Eritrea. In Svizzera la diaspora eritrea – circa 20'000 persone – è una delle più importanti al mondo. Morad è stato il primo richiedente l’asilo ad essere  scelto per un programma di alloggio lanciato nel 2013 dall’Organizzazione svizzera di aiuto ai rifugiati (OSAR) per le persone suscettibili di rimanere nella Confederazione.

«Crediamo che il miglior modo per integrare qualcuno in una società complessa come quella svizzera sia di vivere accanto a coloro che sono già integrati», spiega il portavoce dell’OSAR Stefan Frey.

Circa 300 famiglie svizzere si sono offerte volontarie per ospitare dei richiedenti l’asilo.

«In questi due mesi abbiamo vissuto una vera avventura», afferma Alain Christen, che lavora come operatore sociale nell’ambito dell’infanzia. È stato persuaso a partecipare al programma dalla moglie Anick, che ne aveva sentito parlare alla radio.

«Oggi tutti viaggiano molto, si alloggia nei bed & breakfast o si trova una stanza tramite Airbnb», dichiara la donna. «La gente assume ragazze alla pari e condivide la sua privacy con ogni tipo di persona; perciò non penso che sia stato un passo particolarmente coraggioso».

Secondo i termini di un accordo siglato con l’OSAR e con l’ufficio di accoglienza dei migranti del canton Vaud, Morad, la cui procedura d’asilo è in corso, rimarrà nella casa dei Christen per almeno sei mesi.

«Dopodiché vedremo a che punto siamo e cosa vogliono fare. Dipenderà anche dalla sua capacità di integrarsi», afferma il portavoce dell’OSAR.

La priorità di Morad è di imparare il francese. Da quando ha raggiunto la famiglia ha compiuto dei grandi progressi. I Christen, dal canto loro, hanno imparato qualche parola d’arabo.

«Parallelamente all’apprendimento della lingua, stiamo guardando assieme alla rete di conoscenze dei Christen se possiamo trovargli un lavoro», aggiunge Stefan Frey. Il sogno di Morad è di diventare meccanico.

Oltre a Morad, da aprile una famiglia di siriani alloggia con una coppia d’anziani a Sins, nel canton Argovia. «La nostra famiglia può adesso finalmente pensare al futuro, a una possibile formazione professionale e a un impiego», ha dichiarato alla televisione pubblica SRF Milad Kourie Ablahad, che in Siria lavorava come orafo. Sua moglie era insegnante prima di fuggire dalla guerra.

Pochi precedenti

La responsabilità dei richiedenti l’asilo incombe ai cantoni, che assegnano loro una piccola somma giornaliera per le spese e pagano un affitto alle famiglie.

L’OSAR aveva annunciato il lancio di questo programma 18 mesi fa, ma è decollato solo in questi mesi. I numeri sono però destinati a crescere.

«Questa settimana ho ricevuto 20 telefonate e messaggi da persone interessate», afferma Frey.

Non è la prima volta che famiglie svizzere accolgono richiedenti l’asilo nell’ambito di un programma coordinato. Dopo il golpe in Cile nel 1973, la Svizzera ha dato accoglienza a 250 richiedenti l’asilo. Inizialmente ospitate nei centri cantonali, molte di queste persone sono poi andate a vivere presso famiglie. Da allora, simili iniziative sono rare.

Sono trascorsi 40 anni e le barriere amministrative per permettere ai richiedenti l’asilo di alloggiare da privati si sono fatte più complicate. Il sistema federalista permette ad ogni cantone di avere standard diversi in materia di asilo, deplora Frey.

In Svizzera, le autorità federali sono responsabili delle procedure d’asilo. Tocca però ai cantoni, che godono di una considerevole autonomia, implementare questa politica e risolvere questioni come l’alloggio o l’aiuto sociale.

Il progetto dell’Organizzazione svizzera di aiuto ai rifugiati (OSAR) per alloggiare i richiedenti l’asilo presso famiglie svizzere non è pensato per le persone appena arrivate nel territorio della Confederazione, bensì per richiedenti che hanno già ricevuto un permesso provvisorio (F) e hanno buone chance di rimanere in Svizzera. L’OSAR collabora con un partner cantonale, ad esempio l’ufficio d’accoglienza dei migranti del canton Vaud. L’istituzione cantonale è responsabile di selezionare le persone che possono partecipare al programma, mentre l’OSAR si occupa di trovare le famiglie. Queste ultime si impegnano ad ospitare i richiedenti l’asilo per almeno sei mesi.

Il richiedente l’asilo rimane sotto la responsabilità del sistema amministrativo cantonale, in particolare per quanto concerne le spese di affitto e di assicurazione. Morad, ad esempio, riceve una piccola somma giornaliera per il cibo e i trasporti (da 12 a 15 franchi al giorno). L’affitto viene corrisposto direttamente alla famiglia che lo ospita dalle autorità cantonali.

«Il programma è potuto partire, ma negli ultimi 25 anni in Svizzera il sistema dell’asilo è diventato un mostro burocratico. Trattiamo le persone come numeri», afferma il portavoce dell’OSAR. «In Svizzera vi sono 26 interpretazioni diverse della legge sull’asilo».

Riserbo dei cantoni

Dopo i cantoni di Vaud e Argovia, anche quello di Berna ha recentemente dato il nullaosta al progetto. Il sistema di alloggio è però complesso. Le organizzazioni regionali che lavorano coi cantoni devono riempire le loro strutture d’asilo prima di poter fare appello a dei privati. Oltre a questi tre cantoni, anche Ginevra ha manifestato il suo interesse.

«Vi sono altri due o tre cantoni interessati, ma per ragioni politiche procedono con cautela e aspettano di vedere ciò che succede. Il clima politico in Svizzera non è molto favorevole ai migranti», osserva Frey.

Negli ultimi mesi, diversi politici e associazioni svizzera hanno chiesto alle autorità di accogliere più richiedenti l’asilo, in particolare dopo le recenti tragedie avvenute nel Mediterraneo. L’alloggio è uno dei problemi principali. Sul piano locale vi sono molte resistenze quando si tratta di accogliere richiedenti l’asilo.

Il programma dell’OSAR non è una risposta diretta al problema dell’alloggio in Svizzera e all’emergenza nel Mediterraneo, rileva Frey.

«Le nostre cifre sono troppo modeste. L’idea è di introdurre uno strumento supplementare. Vogliamo creare una rete di 300-400 famiglie disposte ad accogliere i richiedenti l’asilo e appoggiarci su di esse per favorire l’integrazione di queste persone. Con 400 famiglie, possiamo moltiplicare più o meno per tre [richiedenti l’asilo per famiglia] e arriviamo a circa 1'000 persone che saranno meglio integrate nel sistema svizzero e ciò può fare la differenza. La strada è però ancora lunga», aggiunge.

L’organizzazione spera di riuscire ad avere almeno una dozzina di case ‘pilota’ entro la fine dell’anno, per poi ampliare il programma in modo più standardizzato nel 2016.


Traduzione di Daniele Mariani, swissinfo.ch

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