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“Pescatori di corpi”, di Michele Pennetta


Una Sicilia sempre più sola, tra illegalità e indifferenza




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In una Sicilia abbandonata a sé stessa, il capitano di un peschereccio illegale e un immigrato clandestino lottano a modo loro per sopravvivere. Unico testimone: il regista Michele Pennetta. Presentato al Festival di Locarno, “Pescatori di corpi” è un documentario sull’illegalità e sull’indifferenza.

L'equipaggio del peschereccio illegale Alba Angela, che il regista Michele Pennetta ha seguito per mesi al largo delle coste siciliane.  (pardolive.ch)

L'equipaggio del peschereccio illegale Alba Angela, che il regista Michele Pennetta ha seguito per mesi al largo delle coste siciliane. 

(pardolive.ch)

Dopo essersi calato nell’universo delle corse clandestine con il corto ‘A iucata – Pardino d’Oro a Locarno nel 2013 – Michele Pennetta è tornato a Catania per raccontare il dramma della migrazione, lasciando però fuoricampo quelle immagini di sbarchi e naufragi diventate ormai parte di una triste normalità.

“Pescatori di corpi” ci porta così alla scoperta di Salvuccio, il capitano di un peschereccio illegale che di notte spegne luci e motore per non dover soccorrere i migranti in mare. Al porto di Catania ritroviamo invece Ahmed, un profugo siriano che da sei anni vive su un barcone abbandonato. Due esistenze che si fiancheggiano e si ignorano.

Cresciuto a Varese, Michele Pennetta – 32 anni – ha studiato cinema alla SUPSI di Lugano e poi alla scuola di arte di Losanna (ECAL), la città dove vive tuttora. “Pescatori di corpi” è il suo primo lungometraggio ed è stato selezionato al Festival di Locarno nel concorso Cineasti del presente.

swissinfo.ch: Il documentario mostra a volto scoperto il capitano Salvuccio e gli altri membri dell’equipaggio di Alba Angela, un peschereccio illegale. Come si è guadagnato la loro fiducia?

Michele Pennetta: In realtà non è stato così difficile. È paradossale, perché malgrado i rischi che corrono, queste persone in un certo senso amano mostrarsi. Sono fiere del loro mestiere e sono convinte di essere nel giusto. Anche perché, dicono, non sono certo i soli ad agire nell’illegalità.

swissinfo.ch: Quanto tempo ha trascorso in mare?

M.P.: Quasi due mesi e mezzo. Ma i primi tempi sono stati di adattamento, soprattutto fisico. Uscivamo di notte, faceva un freddo cane e stavamo sempre male perché non eravamo abituati al mare mosso. E poi dovevamo capire come filmare su uno spazio così ristretto, con una piccola equipe di tre persone.

swissinfo.ch: In cosa consiste la pesca illegale in Sicilia?

La Sicilia mi affascina molto. In pochi chilometri di terra sono racchiusi tutti i paradossi tipici dell’italianità. E lo dico da italiano.

M. P.: Vi sono diversi aspetti. C’è il fatto di pescare in zone non autorizzate o di utilizzare una tecnica illegale, quella della pesca a strascico. In pratica le reti vengono trascinate sul fondo del mare, arraffando tutto e distruggendo così l’ecosistema. Quando sono “fortunati” tornano in porto con molto più pesce di quanto previsto dalla legge.  

In un certo senso questi pescatori sono però anche vittime di un sistema perverso che loro stesso intrattengono: la pesca illegale e intensiva sta distruggendo il Mediterraneo. A volte non riuscivano a pescare nient’altro che terra. Da generazioni la vita di questa gente dipende dalla pesca, ma non si sono mai preoccupati di salvaguardare questo patrimonio.

swissinfo.ch: Nel documentario si assiste a più riprese all’indifferenza dell’equipaggio nei confronti dei migranti dispersi in mare. Agli appelli della guardia costiera, il capitano Salvuccio risponde spegnendo luci e motori. Come ha vissuto questa esperienza da un punto di vista personale?

M. P.: Ci siamo trovati di fronte a una grande ambiguità, non sempre facile da gestire. Questa gente ha paura di farsi beccare in mare. Anche perché uno di loro racconta come dopo aver soccorso i migranti, si è visto confiscare la barca per un mese.

Non giustifico la loro scelta. Ma immagino che non sia dettata tanto da una mancanza di umanità, quanto da un’incoerenza del sistema giuridico.

L’obiettivo del film è proprio quello di raccontare la lotta per la sopravvivenza di questi due universi paralleli: i pescatori da un lato e i clandestini dall’altro.

swissinfo.ch: Veniamo per l’appunto ad Ahmed. La prima volta, lo ha visto per caso su un barcone abbandonato dove vive ormai da sei anni. In che condizioni?

M. P.: Un giorno, di ritorno da una notte in mare, mi sono accorto che sulle tre navi abbandonate sulla banchisa c’erano dei panni stesi. E così sono andato a vedere se c’era qualcuno e ho trovato Ahmed che, come spesso accadeva, era al telefono con la sua famiglia in Siria.

Ahmed fa parte delle migliaia di migranti che vivono in Sicilia da clandestini, in condizioni davvero difficili. Sono il simbolo del paradosso del sistema italiano di accoglienza. I migranti ai quali viene rifiutato l’asilo ricevono una lettera nella quale viene loro intimato di lasciare il territorio entro due settimane. Ma nessuno si occupa di loro. Anche se queste persone vogliono rientrare a casa, come possono farlo se non hanno né i documenti né i soldi per pagarsi il biglietto?

Sono dunque sei anni che Ahmed dorme su questo barcone abbandonato e vive di quello che trova sulle altre imbarcazioni: resti di pesce, qualche moneta, dei vestiti… Il fine settimana lavora come parcheggiatore abusivo, una professione molto diffusa al sud e non solo tra gli immigrati. Vi è poi una grande solidarietà tra queste persone che vivono nell’illegalità. Si trovano una volta a settimana e si aiutano a vicenda: chi va a lavorare nei campi porta qualche pomodoro, altri del pesce e così via.

swissinfo.ch: Che Sicilia ha trovato durante i suoi viaggi?

M. P.: Premetto che se sono tornato in Sicilia dopo ‘A iucata è perché questa terra mi affascina tantissimo. In pochi chilometri di terra sono racchiusi tutti i paradossi tipici dell’italianità. E lo dico da italiano.

A parte questo, ho trovato una Sicilia abbandonata a sé stessa, dall’Italia e dall’Europa. C’è una grande impreparazione per quanto riguarda il dramma della migrazione. Ci sono tanti volontari che hanno voglia di cambiare le cose, ma il sistema di accoglienza è talmente disastrato che spesso di scontrano contro un muro.

swissinfo.ch: “Pescatori di corpi” è parte di una trilogia sull’illegalità. Cosa la affascina di questo tema?

M. P.: Probabilmente ognuno di noi è affascinato dalla tentazione di andare oltre i limiti. Per quanto riguarda la Sicilia, mi ha colpito come un certo tipo di illegalità sia lì davanti a noi, alla luce del sole. E a volte non ce ne accorgiamo nemmeno, perché è parte della cultura siciliana o è diventata semplicemente “normale”.

swissinfo.ch: Il film mostra certo l’illegalità e l’indifferenza, senza però puntare il dito contro nessuno…

M. P.: Non ho mai voluto fare un film politico o di denuncia contro qualcuno o qualcosa. Volevo semplicemente mostrare il dramma della migrazione da una prospettiva diversa, che non è quella degli sbarchi o dei naufragi.

Negli ultimi anni siamo bombardati dalle immagini dei cadaveri dei migranti. Al punto che non le guardiamo neanche più. È questa indifferenza che abbiamo voluto mostrare, ma senza moralismi e senza puntare il dito contro nessuno. Perché l’indifferenza di Salvuccio, della Sicilia o dell’Europa è un po’ anche la nostra.

swissinfo.ch

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