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Storia svizzera Pro Helvetia e la cultura in corsetto

Anne-Marie Blanc in "Gilberte de Courgenay", 1941

Anne-Marie Blanc in "Gilberte de Courgenay", 1941

(RDB)

Istituita nel 1939 quale strumento di difesa spirituale, la Fondazione svizzera per la cultura ha spesso innescato dibattiti sull’identità nazionale. Un libro ripercorre il passato di Pro Helvetia e la relazione talvolta burrascosa tra cultura e politica. Intervista allo storico Claude Hauser.

Sette decenni all'insegna del conflitto e delle controversie: in Svizzera, la promozione della cultura – o meglio degli scambi culturali – è stata spesso associata ad obiettivi politici ed economici, oggetto di valutazioni diverse a seconda delle tendenze partitiche e delle epoche storiche.

Cinque giovani ricercatori hanno ripercorso la storia di Pro Helvetia, che è anche «la storia della società svizzera, delle sue aspirazioni e incertezze, dei suoi sogni e delle sue macchie cieche». Swissinfo.ch ne ha discusso con il professor Claude Hauser (Friburgo) che, assieme al collega Jakob Tanner (Zurigo), ha curato la pubblicazione del libro «Fra cultura e politica: Pro Helvetia dal 1939 al 2009».

"Si trattava per lo più di veicolare l’immagine di un paese indipendente, neutrale e federalista, fortemente legato ai valori cristiani, rurali e alpestri"

swissinfo.ch: L'istituzione di Pro Helvetia risale al 1939. Che tipo di cultura poteva promuovere all’alba della Seconda guerra mondiale?

Claude Hauser: Pro Helvetia è stata fondata proprio alla vigilia della guerra, sull’onda della cosiddetta «difesa spirituale» del paese. L'obiettivo era duplice: da un lato bisognava difendere la popolazione dagli attacchi propagandistici di Germania e Italia, e dall’altra diffondere i valori elvetici attraverso una propaganda discreta.

In questo senso, Pro Helvetia non poteva certo permettersi di promuovere una cultura qualsiasi, ma doveva mettere l’accento su valori patriottici e conservatori. Si trattava per lo più di veicolare l’immagine di un paese indipendente, neutrale e federalista, fortemente legato ai valori cristiani, rurali e alpestri.

swissinfo.ch: Cosa è cambiato con l'avvento della Guerra fredda?

Cl. H.: Questa missione di «difesa spirituale» ha influenzato a lungo le attività di Pro Helvetia. Durante la guerra fredda, la Fondazione ha continuato a promuovere l’idea di una cultura unificata e fortemente anticomunista. Soltanto negli anni Sessanta, quando il concetto stesso di identità nazionale veniva messo in discussione, Pro Helvetia ha allargato il suo concetto di incoraggiamento alla cultura.

Questo cambiamento di strategia era stato chiesto a gran voce anche dalla Quinta svizzera, secondo cui era indispensabile dare una nuova immagine del paese all’estero. La Svizzera era spesso associata a una nazione xenofoba, chiusa a riccio, dove le donne non avevano ancora il diritto di voto e gli stagionali venivano sfruttati. Da allora, Pro Helvetia ha cercato di lasciarsi alle spalle questa idea di imposizione di un modello elvetico, puntando sulla creazione di una rete culturale all’estero.

swissinfo.ch: La storia di Pro Helvetia è una storia di conflitti e critiche, provenienti dai partiti di destra e di sinistra. Come mai così tanto interesse per una fondazione culturale?

Cl. H.: Proprio perché è un’istituzione nazionale, incaricata di incoraggiare la cultura, Pro Helvetia è stata spesso bersaglio di critiche e al centro di conflitti. Per un lungo periodo, la Fondazione è stata attaccata soprattutto dagli ambienti di sinistra che chiedevano una cultura meno chiusa in sé stessa e che non cercasse unicamente di veicolare un’immagine miticizzata e folcloristica della Svizzera.

Verso gli anni Settata, invece, quando Pro Helvetia ha iniziato a sostenere artisti più critici e contestatari, le voci critiche si sono levate anche dai partiti conservatori. Nel 1968, ad esempio, l'opera dell’artista vodese René Creux presentata all’esposizione internazionale di San Antonio (Texas) aveva creato non poco scalpore negli ambienti diplomatici. Creux aveva cercato di presentare l'evoluzione della Svizzera con un tono più canzonatorio, attraverso un uccello metallico gigante pilotato da Guglielmo Tell e con a bordo Jean-Jacques Rousseau.

"Soltanto negli anni Sessanta, quando il concetto stesso di identità nazionale veniva messo in discussione, Pro Helvetia ha allargato il suo concetto di incoraggiamento alla cultura"

swissinfo.ch: Questi conflitti non esprimono forse le difficoltà incontrate da Pro Helvetia nel difendere la propria autonomia?

Cl. H.: È chiaro che pur essendo una fondazione di diritto pubblico dal 1949, Pro Helvetia resta fortemente legata al Governo, incaricato di nominarne i membri della direzione e approvarne il budget. La sua autonomia è dunque per certi versi relativa. Nel corso degli anni ci sono state molto tensioni e critiche provenienti anche dal Dipartimento degli affari esteri o dal Dipartimento degli interni, che avevano obiettivi più politici di promozione dell’immagine della Svizzera e di difesa dell’identità nazionale. A partire dagli anni Settanta, Pro Helvetia è comunque riuscita a ritagliarsi il suo spazio di autonomia e ad incoraggiare una cultura di massa, più aperta al mondo.

swissinfo.ch: Il caso Hirschhorn può essere considerato una moderna forma di censura?

Cl. H.: Negli ultimi anni, la politica svizzera è molto più mediatizzata, personalizzata e anche polarizzata e questo ha giocato a netto sfavore per Pro Helvetia nel caso Hirschhorn. La fondazione era stata accusata di aver utilizzato i soldi dei contribuenti per finanziare un’esposizione che della Svizzera non dava un’immagine proprio idilliaca. In seguito alle critiche del mondo politico, rimbalzate su tutti i media, Pro Helvetia si era vista tagliare il budget di un milione di franchi. Vista a posteriori, la decisione del Parlamento è stata una forma di censura che è senza dubbio problematica.

L’autonomia di Pro Helvetia è legata però anche alle persone che vi lavorano e che in alcuni casi possono autocensurarsi.

swissinfo.ch: Nel 2012 entrerà in vigore la prima legge sulla promozione della cultura, che segna una nuova era per Pro Helvetia. A quali sfide sarà confrontata?

Cl. H.: La sfida più importante nei prossimi anni è quella di riuscire a resistere alle pressioni di chi vuole una cultura a servizio della politica o dell’economia. È chiaro che in periodi difficili – come nel caso della crisi tra Svizzera e Stati Uniti – si cerchi di sfruttare qualsiasi canale per migliorare l’immagine del paese all’estero.

Pro Helvetia deve però cercare di mantenere la propria autonomia, di promuovere una cultura indipendente. E per farlo è costretta anche a lottare contro la concorrenza delle multinazionali che negli ultimi anni hanno iniziato a sponsorizzare eventi culturali quale nuova strategia di marketing.

Se ammettiamo che la cultura è fatta da artisti con uno spirito critico, che vogliono sorprendere e stimolare la discussione, dobbiamo accettare anche quelle manifestazioni culturali che disturbano e scatenano il dibattito. Se invece vogliamo una cultura che crei consenso ad ogni costo, che non pesti i piedi a nessuno, rischiamo di tornare indietro di 70 anni, a quell’idea di «difesa spirituale» a servizio del paese.

Credo però che negli ultimi anni Pro Helvetia stia andando nella giusta direzione, sostenendo artisti che si interrogano sulla realtà sociale e politica del paese e garantendo agli autori la possibilità di esprimersi in tutta libertà, sotto il segno dell’arte.

Pro Helvetia

Fondazione di diritto pubblico creata nel 1939, Pro Helvetia ha il mandato di promuovere le attività culturali d'interesse nazionale. Offre ad artisti e intellettuali svizzeri le migliori condizioni possibili per la creazione e la diffusione delle loro opere e li aiuta a farsi conoscere in Svizzera e all'estero.

Il budget è coperto dalla Confederazione. Per il periodo 2008-2011 Pro Helvetia dispone di 135 milioni di franchi, di cui 23-24 milioni sono versati come sostegno ai progetti e ai programmi, nella misura di circa il 40% in Svizzera e il 60% all'estero.

Pro Helvetia riceve circa 3'200 domande di sostegno all'anno e risponde positivamente a circa la metà. Il contributo minimo è di 500 franchi (per esempio per le spese di viaggio) e il massimo può raggiungere i 300’000 franchi per grossi progetti che comportano diverse discipline.

Al di fuori della Svizzera dispone di uffici al Cairo, a Varsavia, a New Delhi e a Città del Capo. Gestisce il Centro culturale di Parigi e finanzia parzialmente l'Istituto svizzero di Roma e lo Swiss Institute di New York.

Artisti controversi

Nel 2004, la mostra presentata dall’artista svizzero Thomas Hirschhorn al Centro culturale svizzero di Parigi aveva fatto particolare scalpore nel mondo politico elvetico.

Intitolata «Swiss-Swiss Democracy», l’esposizione sollevava interrogativi e critiche nei confronti della democrazia elvetica.

A suscitare il malcontento dei parlamentari era stata in particolare una scena in cui un attore fingeva di urinare contro un ritratto dell’allora consigliere federale Christoph Blocher.

In seguito a questa esposizione, il Parlamento aveva deciso di diminuire di un milione di franchi il credito previsto per il periodo 2004-2007 (su un totale di 34 milioni).

Recentemente un altro evento che aveva il sostegno di Pro Helvetia ha fatto scandalo. A Vienna Christoph Büchel ha trasferito nel Palazzo della Secessione un club scambista, visitato come museo di giorno e frequentato come luogo di orge la notte.


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