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Dietro la morte di un detenuto, le crepe del sistema


S.V. aveva già attirato l'attenzione nel luglio 2008 fuggendo sul tetto della prigione (Keystone)

S.V. aveva già attirato l'attenzione nel luglio 2008 fuggendo sul tetto della prigione

(Keystone)

La notte dell’11 marzo, nel carcere di Bochuz, S.V. appicca il fuoco al materasso e muore asfissiato a causa della lentezza dei soccorsi. Vengono avviate diverse inchieste. Le lettere dei lettori traboccano di ingiurie e le indiscrezioni vanno in pasto anche ai media internazionali.

“Questo dramma mi rattrista perché era nella logica delle cose e, purtroppo, temo che non sarà l’ultimo”. Sono le parole di Jean-Pierre Restellini, membro del Comitato europeo contro la tortura e presidente della Commissione svizzera contro la tortura.

Quella notte, in seguito ad un diverbio con i secondini, S.V. ha appiccato il fuoco al suo materasso. Per ragioni ancora da chiarire, i soccorsi sarebbero giunti in ritardo, da 30 a 90 minuti secondo le versioni. Il detenuto di 30 anni (di cui 12 trascorsi in prigione) è così deceduto per asfissia nella sua cella situata nel reparto di alta sicurezza del carcere vodese.

Ingiurie e derisioni

Il caso ha suscitato grande clamore, anche all’estero, da quando i media hanno pubblicato la conversazione telefonica tra i secondi del penitenziario e i poliziotti della centrale di allarme. “Un detenuto svizzero muore nella propria cella tra le risate dei secondini”, titola RTL, prima radio francese, pubblicando sul suo sito alcuni passaggi della conversazione, contenente affermazioni ingiuriose e derisorie.

Indipendentemente dall’esito delle inchieste, una cosa è sicura, secondo Jean-Pierre Restellini: fosse anche pericoloso, quest’uomo doveva trovarsi in ospedale, non in carcere, ancora meno in un reparto di alta sicurezza e meno ancora sotto un regime di pena di durata indeterminata, prolungata di anno in anno dal 2001 (trasferito 23 volte, aveva fatto il giro di tutti i penitenziari svizzeri). Il tutto senza una perizia psichiatrica per un periodo di 7 anni, dal momento che il detenuto rifiutava qualsiasi contatto con gli psichiatri.

“Bestie selvagge”

“Se fossi giudice istruttore – afferma Jean-Marie Crettaz, avvocato ginevrino – aprirei un’inchiesta per omicidio per negligenza. L’episodio è spaventoso, ma è tutto il sistema ad essere sbagliato: si mettono le persone in prigione, gli psichiatri allestiscono rapporti un po’astratti, nessuno vuole prendersi delle responsabilità e l’internamento continua poiché tutti vogliono stare tranquilli. Si trasformano così queste persone in bestie selvagge”.

E’ esattamente quanto afferma la sorella di S.V. da oltre un mese. Ha del resto inoltrato una denuncia penale contro ignoti affinché “sia fatta giustizia”.

S.V. era stato condannato a venti mesi per incendi, minacce, violenze, brigantaggio. E’ stato però internato per una durata indeterminata a causa della sua asocialità, della sua incapacità a vivere dietro le sbarre, i suoi disturbi psichiatrici. Secondo gli esperti, questa categoria di detenuti è aumentata perché le strutture psichiatriche aperte non li tengono più.

Per Jean-Pierre Restellini, almeno diverse decine di altri detenuti vivono una situazione analoga. Determinarne il numero sarà uno dei compiti della nuova Commissione federale contro la tortura presieduta da queste medico e giurista.

Distinguere tra colpevolezza e pericolosità

Benjamin Brägger, capo del servizio penitenziario del cantone di Neuchâtel, ritiene che “la Svizzera ha bisogno di 200 a 250 posti per detenuti affetti da disturbi psichici”. “Per assicurare l’inserimento dei malati psichici condannati anche misure penali – precisa Brägger – occorre un personale di un livello riscontrabile in un ospedale universitario e una collocazione caratterizzata da un elevato livello di sicurezza, a causa del forte rischio di evasione e/o di recidiva”.

C’è inoltre il famoso articolo 64 del Codice penale che permette di mantenere una detenzione in ragione del rischio zero e di un massimo di sicurezza. Una tendenza riscontrabile dopo lo stupro e il barbaro assassinio di una ragazzina avvenuto nel 1985 a Zurigo per mano un ex detenuto.

Che la società voglia proteggersi è legittimo, ma occorre distinguere tra pericolosità e colpevolezza, secondo Restellini. “Dal mio punto di vista di medico, ritengo scandaloso che la società getti i malati in una fossa. Nessuno obietta se si prende in cura una persona con la tubercolosi. In presenza di disturbi psichiatrici la situazione cambia, perché la malattia di queste persone si esprime con il loro agire delinquenziale, aggressivo. Ottenere le risorse finanziarie affinché possano trovare un comportamento sociale normale, è molto difficile. Eppure si tratta di persone malate”.

La parola passa ora alla politica, chiamata a prendere delle decisioni, dal momento che tutte le strutture penitenziarie reclamano mezzi e risorse (in termini di soldi e personale) per evitare errori e gestire meglio e le situazioni di emergenza.

“Tutti sono colpevoli”

Contattato da swissinfo.ch, un secondino (che non lavora a Bochuz) conferma lo stress legato alla professione. “Conoscevamo tutti questo detenuto, perché era pericoloso. Alcuni avevano persino paura di quest’uomo alto 190 cm. I carceri hanno anche regole severe: di notte è vietato entrare in una cella se non si è in due”.

Il dottor Restellini impartisce corsi a secondini e poliziotti per gestire i detenuti malati. “Quando si è confrontati sistematicamente con il sovraffollamento delle carceri e con persone che vi aggrediscono in permanenza, è normale perdere le staffe di tanto in tanto. I secondini devono essere aiutati, consigliati e sostenuti da esperti senza la presenza dei vertici del penitenziario”.

“Non serve a nulla cercare capri espiatori, in effetti siamo tutti colpevoli. Fare cadere qualche testa – conclude Jean-Pierre Restellini – non basta a risolvere il problema”.

Isabelle Eichenberger, swissinfo.ch
(traduzione dal francese Françoise Gehring)

Una storia tragica

S.V. nasce il 6 marzo 1980 a Tunisi, da madre tunisina e padre svizzero, che abbandona la famiglia senza mai più rivederla.

Dopo la morte della madre, S.V. e la sorella in Tunisia vengono sballottati da un parente all’altro. Giungono in Svizzera nel 1995, dove vengono presi a carico dal servizio protezione della gioventù (famiglie affidatarie).

1996: S.V. viene condannato dal Tribunale dei minori a 10 giorni con la condizionale, per furto. Seguono altre condanne nel 1997 per furto con scasso e consumo di cannabis. Una perizia psichiatrica lo descrive come antisociale, violento ma anche tenero.

1998: liberato su cauzione, si macchia di nuovo di reati e viene condannato a 15 mesi (di cui 11 in detenzione preventiva).

1999: una seconda perizia psichiatrica conclude che non è pericoloso e viene così liberato. Tre mesi dopo aggredisce i passeggeri di un bus e viene pertanto internato in una struttura psichiatrica. Minaccia un medico con il coltello e si trova in carcere preventivo, fino alla condanna nel 2001.

Incendia i suoi effetti personali, proferisce minacce e vie di fatto. Una terza perizia psichiatrica stabilisce l’internamento di durata indeterminata.

2001: condannato a 20 mesi di carcere, la misura di detenzione viene prolungata di anno in anno, fino al 2009. Accumula le sanzioni e viene trasferito 23 volte.

10 marzo 2010: dopo un diverbio con i secondini, gli viene confiscata la radio. Appicca il fuoco al materasso e muore asfissiato nella sua cellula.



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