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Diplomazia dell’ombra


«L’accordo segreto con l’OLP non ha legato le mani alla Svizzera»


Di Samuel Jaberg (con la collaborazione di Ariane Gigon)


Il dirottamento di un aereo Swissair da parte di terroristi palestinesi a Zarka, in Giordania, si è concluso con un accordo segreto tra l'allora ministro svizzero degli affari esteri, Pierre Graber, e dei rappresentanti dell'OLP. (Keystone)

Il dirottamento di un aereo Swissair da parte di terroristi palestinesi a Zarka, in Giordania, si è concluso con un accordo segreto tra l'allora ministro svizzero degli affari esteri, Pierre Graber, e dei rappresentanti dell'OLP.

(Keystone)

Nel settembre 1970, il ministro degli affari esteri Pierre Graber ha concluso un accordo segreto con l’Organizzazione per la liberazione della Palestina per porre fine agli attentati contro la Svizzera, stando alle rivelazioni della Neue Zürcher Zeitung. Un’azione dettata dalla "realpolitik" che anche altri paesi europei hanno adottato durante quegli anni di terrore.

Settembre 1970: dei commandos del Fronte popolare di liberazione della Palestina (FPLP) dirottano tre aerei e li costringono ad atterrare all’aeroporto di Zarka, in Giordania. Uno di questi velivoli appartiene alla compagnia elvetica Swissair. Il ministro degli affari esteri, Pierre Graber, un socialista neocastellano, si mette allora in contatto con Farouk Kaddoumi, cofondatore di Fatah, il movimento di Yasser Arafat.

Lo fa senza riferirlo ai suoi colleghi di governo e tanto meno ai rappresentanti degli altri paesi implicati, che chiedevano un’azione concertata. È quanto rivela Marcel Gyr, giornalista del quotidiano svizzero tedesco Neue Zürcher Zeitung (NZZ), che ha appena pubblicato un’inchiesta minuziosa intitolata “Gli anni del terrore in Svizzera”.

Jean Ziegler, 36 anni all’epoca, uomo combattivo, socialista come Pierre Graber e già deputato a Berna, facilita il contatto. Risultato degli incontri segreti a Ginevra, ai quali partecipa anche il procuratore federale: un accordo secondo cui la Svizzera aiuterà l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) ad avere una presenza alle Nazioni Unite a Ginevra, in cambio della promessa che non ci saranno più attacchi terroristici contro la Svizzera.

In gioco la sicurezza nazionale

«Si trattava di una questione di sicurezza nazionale. Capisco che si sia cercato di ottenere delle garanzie per la popolazione», afferma François Nordmann, ex segretario diplomatico di Pierre Graber (dal 1975), che dubita tuttavia dell’ipotesi secondo cui il ministro non avrebbe informato i suoi colleghi di governo.

A quell’epoca, la Svizzera è traumatizzata dagli attacchi condotti dai terroristi palestinesi. Il 18 febbraio 1969, alcuni uomini sparano contro un aereo della compagnia israeliana El-Al all’aeroporto di Zurigo-Kloten Il pilota viene ucciso, un terrorista è abbattuto e altri tre arrestati. Un anno dopo, il 21 febbraio 1970, una bomba della FPLP scoppia a bordo di un Coronado di Swissair partito da Zurigo in direzione di Tel-Aviv. Il velivolo si schianta nella foresta di Würelingen (canton Argovia) e i morti sono 47. Poi, in settembre, è la volta della presa di ostaggi allo scalo di Zarka, il cui epilogo sarà fortunatamente meno drammatico, con la liberazione di 157 passeggeri.

L’ex diplomatico Yves Besson si ricorda molto bene di quegli «anni di terrore». È in effetti nel 1970 che è entrato come stagista al Dipartimento degli affari esteri. Dell’accordo segreto, dice, non era al corrente. Yves Besson rammenta però un aneddoto che la dice lunga sull’impreparazione delle autorità elvetiche di fronte all’emergenza di azioni terroristiche palestinesi. «Avevamo ricevuto un messaggio da parte degli autori del dirottamento dell’aereo Swissair in Giordania. Ma siccome in seno all’amministrazione nessuno capiva l’arabo, abbiamo dovuto chiedere a uno studente tunisino a Gineva di tradurlo».

Relazioni con Israele intatte

Questi attacchi terroristici hanno avuto un influsso sul rafforzamento della presenza svizzera in Medio Oriente, afferma Yves Besson, tra i primi diplomatici ad aver imparato l’arabo, che più tardi è stato direttore dell’Agenzia ONU per i rifugiati palestinesi in Medio Oriente (UNRWA). «Le azioni dei palestinesi hanno avuto un certo successo siccome sono riuscite a far conoscere la causa palestinese in seno all’amministrazione federale. Sono così stati creati dei posti di ambasciatore a Bagdad, a Damasco, a Amman e, alcuni anni dopo, in Arabia Saudita».

Nessuna ripercussione sulla politica attuale

In una breve presa di posizione scritta inviata a swissinfo.ch, il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) indica di essere venuto a conoscenza della ricerca storica pubblicata dalla NZZ. Questa non ha tuttavia «alcuna influenza sulla politica attuale della Svizzera in Medio Oriente», afferma il DFAE, per il quale «spetta agli storici far luce su questi avvenimenti».

La Svizzera, ritiene l’ex diplomatico, non ha però mai messo a repentaglio la sua autonomia o la sua neutralità con la conclusione dell’accordo con l’OLP. Secondo Yves Besson, il fatto che il patto sia stato tenuto segreto è una buona cosa. «Tutti i passeggeri del volo Swissair sequestrati in Giordania sono stati liberati sani e salvi. È ciò che conta, sebbene tutti sapessero che i palestinesi non avrebbero mai fatto esplodere il velivolo riempito di passeggeri».

Esperto di Medio Oriente, Pascal de Crousaz condivide quest’opinione. «L’accordo segreto con l’OLP non ha legato le mani alla Svizzera. La Svizzera non ha neppure cambiato improvvisamente fronte. Ha continuato a mantenere relazioni strette con Israele, sia sul piano diplomatico sia su quello militare e civile». I due paesi, ricorda Pascal de Crousaz, erano infatti «molto vicini, si consideravano entrambi un “Sonderfall”, circondati da nazioni ostili. D’altronde, in Svizzera c’era un’empatia protestante naturale nei confronti della creazione di uno Stato ebraico, che andava oltre le frontiere linguistiche e politiche».

La Svizzera non è d’altronde stata l’unico paese a negoziare con gli estremisti palestinesi. Altri Stati hanno concluso accordi simili durante la grande ondata terroristica degli anni 1970. «La Francia e la Germania conducevano una politica attiva per allontanare il terrorismo dal loro territorio, in particolare liberando dei prigionieri palestinesi in nome della ragion di Stato. È successo ad esempio dopo la sanguinosa presa di ostaggi alle Olimpiadi di Monco nel 1972», afferma Pascal de Crousaz.

Non un cavaliere solitario

La Svizzera non è mai stata un cavaliere solitario nel riconoscimento dell’OLP e le sue prese di posizione sulla questione mediorientale non erano affatto diverse da quelle dei suoi vicini europei, sottolinea Pascal de Crousaz. Al contrario: sono stati i nove membri della Comunità economica europea (CEE) ad aver espresso per la prima volta, nella dichiarazione di Venezia del 13 giugno 1980, una visione politica che riconosceva il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione in uno Stato separato da Israele».

Pierre Aubert (83 anni), successore di Pierre Graber agli affari esteri nel 1978, ricorda dal canto suo di aver ereditato, contro voglia, l’invito rivolto a Farouk Kaddoumi per essere ricevuto a Berna. L’opinione pubblica era a quel tempo molto ostile all’OLP. «Ho scritto una lettera a Jean Nordmann, presidente della Federazione svizzera delle comunità israelite, per spiegargli che l’iniziativa veniva dai palestinesi. Né il mio dipartimento né io avevamo preso questa iniziativa. Ma era difficile sottrarsi a questa richiesta».

L’ex consigliere federale, che all’inizio degli anni 1970 aveva diretto l’Associazione Svizzera-Israele, aggiunge che «non potevamo ignorare il posto occupato dall’OLP, a torto o a ragione, in seno ai paesi arabi. Era nostro dovere mantenere aperti tutti i canali di comunicazione. Ho anche assicurato a Jean Nordmann che l’essenziale delle discussioni sarebbe avvenuto a livello degli alti funzionari e che avremmo continuato a sostenere il diritto di Israele a esistere all’interno di frontiere sicure e riconosciute».

Svelato il mistero dell’attentato di Würenlingen?

Dopo il dramma di Würenlingen, il giudice istruttore zurighese incaricato del dossier ha stabilito la colpabilità di un membro del Fronte popolare di liberazione della Palestina (FPLP). Tuttavia, per la grande disperazione delle famiglie delle vittime, il procuratore della Confederazione non lo ha mai incolpato.

Sebbene non disponga di prove formali, il giornalista della NZZ Marcel Gys ritiene che ci sia un legame probabile tra l’inattività del procuratore federale e l’accordo segreto concluso nel settembre 1970 per scongiurare nuovi attacchi terroristici contro la Svizzera. Oggi chiede ai consiglieri federali di aprire tutti gli archivi per fare finalmente luce su questo dramma. «Questo libro consente finalmente ai figli e ai nipoti delle vittime di Würenlingen di sapere cosa sia successo», afferma da parte sua Jean Ziegler.


Traduzione dal francese di Luigi Jorio, swissinfo.ch

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