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Post 9 febbraio


Immigrazione: la Svizzera cerca l'uovo di Colombo


Di Peter Siegenthaler e Stefania Summermatter



Come applicare l’iniziativa «contro l’immigrazione di massa» senza rompere con l’UE e nuocere all’economia? La migrazione va frenata con o senza contingenti, con tetti massimi o con un nuovo statuto di stagionale? Le proposte presentate finora sembrano raccogliere più critiche che consensi.

L’introduzione di un sistema di contingenti, come previsto dal nuovo articolo costituzionale 121a, non è compatibile con la libera circolazione delle persone.

Dato che finora l’Unione Europea non ha mostrato alcuna disponibilità a negoziare sul tema, la Svizzera si trova di fronte a un dilemma. Rispettare la volontà popolare con l’introduzione di contingenti effettivi, come chiede l’Unione democratica di centro (UDC), mettendo però a repentaglio gli accordi bilaterali? Oppure rinunciare ai contingenti? O fissarli talmente alti da non essere mai raggiunti, col rischio di bistrattare la volontà dei promotori, che minacciano già di lanciare un’iniziativa di applicazione?

Trovare una soluzione è un po’ come trovare la quadratura del cerchio.

Tra il 2002 e il 2012, la popolazione straniera in Svizzera è cresciuta del 26% (+393mila), a circa 1,87 milioni. Circa due terzi dei nuovi arrivati provengono da Germania e Portogallo.

Contingenti come per gli Stati terzi?

Da diversi anni, la Svizzera conosce già un sistema di contingenti – e di preferenza territoriale – simile a quello previsto dall’iniziativa. È utilizzato per regolare l’immigrazione dei cittadini provenienti dai cosiddetti Stati terzi, quelli che non fanno parte né dell’UE né dell’Associazione europea di libero scambio (AELS). Ogni anno, il Consiglio federale (governo svizzero) fissa un tetto: un massimo di 8'500 nuovi immigrati è previsto per il 2014 (vedi articolo a fianco).

L’idea di estendere questo sistema di contingenti ai lavoratori dell’UE/AELS non entusiasma però il padronato. «Anche se l’UE dovesse dare il suo nullaosta – ciò che per il momento sembra improbabile  - non sarebbe una soluzione pragmatica per l’economia», fa notare Daniella Lützelschwab Saija, membro della direzione dell’Unione padronale svizzera (UPS). Chi parla di una procedura snella, si sbaglia».

Se l’obiettivo dei contingenti è frenare sensibilmente l’immigrazione, la lotta per la loro ripartizione è già programmata. Settori come l’agricoltura, l’albergheria e la costruzione – che assumono tra il 29 e il 34 per cento della loro manodopera nell’UE – hanno già annunciato che si batteranno contro un’eventuale discriminazione a favore di branche a più alto valore aggiunto.

«Bisogna assolutamente evitare di entrare in una logica di lotta per la ripartizione dei contingenti», avverte l’UPS senza però proporre alternative.

Gli spunti di riflessione non mancano

Di proposte concrete, l’Unione svizzera delle arti e mestieri (USAM) ne ha. L’organizzazione ombrello delle piccole e medie imprese preconizza un modello che permetta di controllare quali lavoratori stranieri possono restare in Svizzera e per quanto tempo. Invece di essere ripartiti per settore e per cantone, i contingenti sarebbero fissati a seconda del tipo di autorizzazione: permesso di dimora o di domicilio per i più qualificati, permesso di breve durata per i meno qualificati.

Il “think thank” liberale Avenir Suisse vorrebbe dal canto suo rinunciare a contingenti rigidi, almeno per il momento. Al loro posto, propone di fissare un tetto massimo per la crescita popolazione. Fino al 2020, l’economia dovrebbe introdurre misure di autocontrollo per limitare l’immigrazione e le autorità federali e cantonali avrebbero il compito di rendere la Svizzera meno attrattiva. In questo modo, argomenta Avenir Suisse, la libera circolazione potrebbe essere mantenuta. Le quote sarebbero introdotte soltanto nel caso in cui non si riuscisse a diminuire l’immigrazione nella misura voluta.

Dal canto suo, il Partito borghese democratico (PBD) propone un sistema dettagliato con una libera circolazione parziale, contingenti e tetti massimi. La Svizzera, che con un 23% di stranieri ha il tasso più alto dell’UE (ad eccezione del Lussemburgo), dovrebbe limitare l’immigrazione annua alla media registrata nei Ventotto paesi membri, afferma il PDB. Fino a questa soglia, sarebbe la libera circolazione a prevalere. Più in là, le frontiere andrebbero chiuse.

Asilo

Nel dibattito politico si è raramente parlato dei richiedenti l'asilo. Eppure anche per loro il nuovo articolo costituzionale prevede l'introduzione di tetti massimi. Diversi specialisti hanno già lanciato un avvertimento: la Svizzera non potrà applicare l'iniziativa UDC senza violare il diritto internazionale, in particolare la Convenzione di Ginevra e il relativo principio di non respingimento ("non refoulement").

«La Svizzera è tenuta a rispettare le norme internazionali. Questo prevede, tra l'altro, che un richiedente l'asilo ha diritto a una procedura giusta e che non può essere rinviato in un paese in cui la sua vita potrebbe essere minacciata. Nessun altro Stato al mondo conosce un sistema di contingenti», spiega Susin Park, responsabile dell'ufficio svizzero dell'UNHCR. L'unico modo per non violare il diritto internazionale sarebbe quello di fissare dei contingenti talmente alti da non essere mai raggiunti, afferma Park. Una proposta che sarebbe probabilmente presa come un affronto dall'UDC.

Il partito di Blocher – così come il presidente dei liberali-radicali Philipp Müller – chiedono inoltre un'accelerazione delle procedure d'asilo e una limitazione del ricongiungimento familiare per i rifugiati e le persone ammesse a titolo provvisorio. Il dibattito post 9 febbraio rischia dunque di tradursi in un nuovo inasprimento della legge sull'asilo.

L’UDC, sola contro tutti

Tutte queste proposte hanno per lo meno un obiettivo comune: evitare di mettere in pericolo le relazioni bilaterali con l’UE. Ciò che corrisponde anche all’intenzione del governo, che entro fine giugno presenterà una prima proposta per l’applicazione del nuovo articolo costituzionale.

Finora, però, non vi è all’orizzonte nessuna soluzione euro-compatibile per frenare l’immigrazione in modo così rigido come chiede l’UDC. Il partito ha ribadito la necessità di «un’applicazione fedele» dell’iniziativa «contro l’immigrazione di massa», che aveva lanciato praticamente da solo, contro il parere del mondo economico, del governo e di quasi tutte le altre formazioni politiche.

Un ritorno agli anni Settanta

Di proposte concrete però l’UDC non ne ha presentate. Il partito sembra intenzionato a riportare la Svizzera al rigido sistema di contingenti in vigore dal 1970 al 2002. Per Heinz Brand, l’esperto di migrazione dell’UDC, si tratta di una soluzione «conosciuta» e dunque «facilmente applicabile».

In sostanza, prima dell’entrata in vigore della libera circolazione, l’immigrazione di manodopera straniera era controllata dallo Stato. Le quote di lavoratori erano negoziate tra settori economici, cantoni e partner sociali, in un gioco di rapporti di forza. Nonostante questa volontà di controllo, l’immigrazione effettiva ha spesso superato i contingenti massimi: il ricongiungimento famigliare e il lavoro nero non erano infatti contemplati nei contingenti.

Malgrado la reintroduzione di un simile modello non sia compatibile con la libera circolazione delle persone, Heinz Brand si vuole rassicurante: «Bisogna saper trattare con l’UE e rinegoziare gli accordi. È uno dei punti centrali», dichiara a swissinfo.ch. Il partito si è detto pronto anche rinunciare ai bilaterali, ma resta convinto che Bruxelles abbia tutto l’interesse a rinegoziare.

La proposta dell’UDC è respinta categoricamente dai sindacati. Ai loro occhi il vecchio sistema di contingenti ha dimostrato i suoi limiti. «Gli studi parlano chiaro: le condizioni di lavoro erano precarie, c’era un grande problema di dumping salariale e di lavoro nero. Oggi si parla di un ritorno alla statuto di stagionale, quasi avessimo dimenticato la situazione drammatica di questi lavoratori, spesso obbligati a vivere lontani dalle loro famiglie», sottolinea Daniel Lampart, segretario generale e capo economista dell’Unione sindacale svizzera, l’associazione mantello. Privati di molti diritti che oggi sembrano scontati, gli stagionali hanno spesso dovuto vivere nella clandestinità, nascondendo quei bambini dai quali non volevano separarsi, ma che la Svizzera non voleva accogliere.

Un sistema a due velocità

Uno dei punti cardine su cui fa leva l’UDC per limitare l’immigrazione è proprio la restrizione del diritto al ricongiungimento famigliare, di cui nel 2013 hanno beneficiato circa 50mila persone, il 32,2% dei nuovi arrivati.

Per Heinz Brand e il suo partito, «chi viene in Svizzera con un permesso di breve durata [meno di un anno, rinnovabile, ndr] non ha bisogno di portarsi appresso moglie e figli. Il ricongiungimento famigliare va dunque vietato. Per chi rimane più a lungo, invece, questo diritto sarà garantito, a condizione di dimostrare di avere i mezzi finanziari sufficienti». L'UDC propone dunque un sistema a due velocità, con un occhio di riguardo al personale più qualificato e a coloro che hanno «le carte in regola» per integrarsi.

Una volta di più, queste clausole rischiano di non di piacere a Bruxelles. Il ricongiungimento famigliare è infatti uno dei pilastri della libera circolazione sul quale l'UE non ha mai voluto transigere, nemmeno nel caso speciale del Liechtenstein che conosce già un sistema di contingenti.

Dal canto suo, il gruppo parlamentare socialista sembra già aver abbandonato questa ricerca dell’uovo di Colombo, convinto che vi sia una «totale incompatibilità tra l’iniziativa e i bilaterali». E visto che il popolo non ne era pienamente consapevole prima del 9 febbraio, i socialisti pensano già ad alta voce a un nuovo voto «per correggere il tiro».

Frontalieri

Un cambiamento di rotta è previsto anche per i frontalieri, che secondo il nuovo articolo costituzionale 121a dovranno essere sottoposti a contingenti e alla "preferenza nazionale".

I cantoni di frontiera hanno già rivendicato un margine di manovra nell'applicazione del testo. Ginevra, in particolare, teme che contingenti troppo bassi mettano in pericolo l'economia del cantone, che ha respinto l'iniziativa.

Anche il Ticino, dove la popolazione ha votato “sì” al 68,3%, ha chiesto di poter decidere in modo autonomo e che le peculiarità regionali siano rispettate.

Non tutti però la pensano così. In un'intervista al settimanale NZZ am Sonntag, il direttore dell'Unione svizzera delle arti e mestieri (USAM) – Hans-Ulrich Bigler – ha lanciato l’idea di esentare i frontalieri dall'obbligo di contingentamento. La Costituzione oggi però prevede altrimenti.

Di Peter Siegenthaler e Stefania Summermatter, swissinfo.ch