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L’orrore di un conflitto


Di Bernard Léchot e Simon Bradley


Ribelli combattono lungo la strada tra Ras Lanuf e Bin Jawad. Sullo sfondo un deposito di gas in fiamme. (9 marzo 2011) (Reuters)

Ribelli combattono lungo la strada tra Ras Lanuf e Bin Jawad. Sullo sfondo un deposito di gas in fiamme. (9 marzo 2011)

(Reuters)

Mentre la Libia scivola sempre più verso la guerra civile, il CICR afferma che ci si deve «preparare al peggio». Anche l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati si dice particolarmente preoccupato. Testimonianze dentro e fuori i combattimenti.

Giovedì, il Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) ha organizzato per la prima volta, dopo lo scoppio della crisi in Libia, una conferenza stampa a Ginevra per esprimere la sua preoccupazione e invitare tutte le parti in causa a rispettare le regole del diritto umanitario.

«Dobbiamo temere un’intensificazione del conflitto e l’arrivo massiccio di feriti negli ospedali», ha affermato Jakob Kellenberger, presidente del CICR, aggiungendo che in Libia non è in corso un conflitto internazionale, bensì una guerra civile.

Sempre più vittime

Visto che il CICR non può essere attivo su tutto il territorio, Kellenberger non è stato in grado di quantificare il numero preciso delle vittime del conflitto. Tuttavia, stando alle testimonianze dei medici locali si registra un incremento dei feriti, in maniera particolare negli ospedali di Ajdabya e di Misrata, teatro ultimamente di violenti combattimenti e di bombardamenti aerei.

Contattato da swissinfo.ch, Hicham Hassan, uno dei venti delegati del CICR che lavorano a Bengasi e a Ajdabiyah, conferma questa evoluzione. «Negli ultimi giorni, decine di feriti sono stati accolti a Ajdabiyah, Brega e Misrata».

«Alcuni medici ci hanno contattato, così come la Croce Rossa, per chiederci aiuto, ma non abbiamo purtroppo la possibilità di recarci nell’ovest del paese. Ho ricevuto una richiesta di un dottore di Zawiya, che mi parlava di decine di feriti. Un dottore di Ras Lanuf mi ha invece inviato un rapporto in cui segnalava numerosi feriti e dispersi».

A Ginevra, Jakob Kellenberger si è detto «molto preoccupato per la mancanza di accesso agli aiuti umanitari nell’ovest della Libia». Malgrado le insistenti richieste, le autorità di Tripoli continuano infatti a rifiutare al CICR la possibilità di soccorrere la popolazione della parte occidentale del paese sotto il controllo delle forze rimaste leali a Gheddafi. Le autorità, affermano infatti che «tutto va bene», che «la situazione e sotto controllo» e che «non ci sono situazioni di emergenza».

Le frontiere si chiudono

Mercoledì, in occasione di una conferenza stampa dopo la visita di due giorni in Tunisia, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) Antonio Guterres e il direttore generale dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) William Swing hanno a loro volta ricordato la situazione in Libia.

Nel corso del loro viaggio, durante il quale si sono recati nei pressi della frontiera tunisina-libanese, hanno notato in maniera particolare un calo sensibile del flusso di rifugiati proveniente dalla Libia. Il numero è passato dalle 15'000 persone al giorno a meno di 2'000.

«Siamo assai preoccupati dal fatto che la gente non possa lasciare la Libia», afferma Melissa Fleming, portavoce dell'UNHCR. «Abbiamo sentito parlare di blocchi stradali, in cui le persone vengono fermate, intimidite, private dei telefoni e le macchine fotografiche. Sembra che certe strade siano chiuse: non sappiamo tuttavia se si tratta di una misura permanente. In ogni caso, sono numerose le testimonianze in questo senso giunteci ieri».

Se la situazione dei cittadini libici è grave, quella di certi comunità straniere lo è altrettanto. «I nostri collaboratori a Tripoli fanno del loro meglio per assistere i rifugiati che prendono contatto con l'UNHCR. Sono soprattutto rifugiati dell’Africa subsahariana, dalla Somalia o dall’Eritrea, che temono veramente per la loro vita. Gli danno la caccia: libici armati passano di casa in casa alla loro ricerca. Si sentono in trappola. È una situazione orribile», racconta Melissa Fleming.

Le richieste dell’UNHCR? «Chiediamo che l’aiuto umanitario possa entrare in Libia e che le persone che vogliono andarsene, lo possano fare. Non entriamo nel merito del dibattito sulla zona d’esclusione aerea. Chiediamo tuttavia di porre fine ai combattimenti».

Il sostegno diplomatico

Interpellato in merito alla possibilità di decretare una zona di esclusione aerea (la cosiddetta no-flyzone), Jakob Kellenberger ha fatto presente che la questione è di competenza politica, aggiungendo che non spetta al CICR proporre tali misure. In ogni caso, ha precisato, «la comunità internazionale ha la responsabilità di far rispettare il diritto umanitario».

Ahmed El Gasir – dell’ONG libica Human Rights Solidarity, con sede a Ginevra – è molto cauto: «Decidere una zona di esclusione aerea equivarrebbe a un'azione militare, e questo complicherebbe le cose. È importante che il sostegno internazionale resti indiretto».

In particolare, sottolinea El Gasir, «aspettiamo che la comunità internazionale riconosca il Consiglio nazionale libico di transizione [CNT, fondato a Bengasi il 27 febbraio] quale nuova autorità legittima della Libia. Si tratta del messaggio più chiaro che essa può lanciare: significherebbe che Gheddafi non rappresenta più niente, che è un fuorilegge da denunciare al Tribunale internazionale dell'Aia. Il riconoscimento del CNT da parte della comunità internazionale accelererà la fine di questo regime di terrore».

E proprio giovedì, la Francia ha riconosciuto il CNT come unico «rappresentante legittimo del popolo libico»; Parigi invierà presto un ambasciatore a Bengasi. Sempre mercoledì, la presidente della Confederazione Micheline Calmy-Rey ha ricevuto un rappresentante del CNT.

CNT o Gheddafi?

Francia: «La Francia ha riconosciuto il Consiglio nazionale di transizione come rappresentante legittimo del popolo libico», ha annunciato giovedì Ali Essaoui del CNT dopo un colloquio con Sarkozy.

Parlamento europeo: Parigi ha ricevuto il sostegno del Parlamento europeo a Strasburgo. Quest'ultimo ha approvato a larghissima maggioranza una risoluzione che esorta la responsabile della diplomazia europea Catherine Ashton a riconoscere formalmente il CNT.

Unione europea: Bruxelles sottolinea che non spetta all'Ue il riconoscimento di un'entità come Stato o governo.

Germania: Il segretario di Stato tedesco agli affari esteri, Werner Hoyer, si è mostrato scettico in merito al riconoscimento del CNT quale unica autorità legittima della Libia. Secondo Berlino, la situazione «è ancora troppo confusa per decidere come procedere».

Italia: Silvio Berlusconi ritiene preferibile attendere di conoscere la posizione di tutti i membri dell'Ue, evidenziando che la decisione francese è quella di un singolo governo.

Libia: in seguito alla decisione francese, Tripoli ha annunciato di voler interrompere le relazioni diplomatiche con Parigi. Il ministero degli affari esteri ha affermato che «la Francia non può commettere una simile stupidità, riconoscendo delle persone che rappresentano solo loro stesse».


(traduzione dal francese, Andrea Clementi e Luca Beti), swissinfo.ch



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