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Dopo Mubarak


La fragile democrazia egiziana alla prova del voto


Di Frederic Burnand



Alle presidenziali egiziane sono in lizza 13 candidati (AFP)

Alle presidenziali egiziane sono in lizza 13 candidati

(AFP)

Per la prima volta nella loro storia, gli egiziani sono chiamati alle urne per eleggere liberamente il loro presidente. Nell’Egitto del dopo Mubarak Le incognite sono molte. Le opinioni di alcuni esperti.

«Dal 1952, quando gli “ufficiali liberi” (guidati da Gamal Abdel Nasser, NdR) presero il potere e rovesciarono il regime di re Faruk, si tratta della prime elezioni presidenziali con candidati civili», nota Hasni Abidi, politologo e specialista del mondo arabo attivo a Ginevra.

L’attuale governo transitorio, esercitato dal Consiglio supremo delle forze armate, dovrebbe essere sostituito da chi uscirà vincitore dalla tornata elettorale del 23 e 24 maggio.

La posta in gioco è cruciale, in un’area resa incandescente dal dramma siriano, dai progetti nucleari iraniani e dal conflitto israelo-palestinese. Gli Stati uniti, distratti dalle loro elezioni presidenziali, e l’Europa, tetanizzata dalla crisi finanziaria, non possono che sperare in un Egitto stabile, soprattutto rispetto alla sua collocazione internazionale.

L’Egitto e l’Occidente

«Israele segue evidentemente da vicino l’elezione di chi determinerà la politica estera egiziana. Lo stesso fanno gli Stati Uniti», dice Hasni Abidi, ricordando che Washington ha fatto appello a una collaborazione incondizionata con gli islamisti.

«Gli Stati uniti danno prova di un pragmatismo che sfiora l’opportunismo. Gli europei non riescono a fare altrettanto, preoccupati come sono per il rispetto delle libertà fondamentali, dei diritti delle minoranze e delle donne», osserva il direttore del Centro di studi e di ricerca sul mondo arabo e mediterraneo.

Di fondamentale importanza rimane il destino dell’esercito che dirige le sorti del paese da 60 anni.

«L’esercito è oggi cosciente che il tempo non gioca a suo favore. Prima o poi dovrà trovare una nuova collocazione e ritirarsi in modo ordinato dalla scena politica e soprattutto dall’economia. Il processo però sarà molto lento. Viste le difficoltà economiche e le incognite della transizione, l’esercito continua a considerarsi un garante della stabilità», rileva Abidi.

Il futuro dell’esercito

Anche Patrick Haenni, dell’istituto Religioscope di Friburgo, ritiene che l’esercito debba trovare un nuovo spazio: «L’esercito esce sconfitto degli avvenimenti di questi ultimi quattro mesi, in cui ha cercato di sfruttare la divisione dei partiti per conservare le sue prerogative, tra cui la segretezza del suo budget. Ora si trova sulle difensive. Tutto gira attorno ai negoziati tra esercito e partiti. Questi negoziati non sono però la posta in gioco delle elezioni».

In effetti, i principali candidati in lizza non mettono in discussione radicalmente il ruolo dell’esercito nell’economia egiziana e la sua politica estera, e in particolare l’accordo di pace firmato con Israele. A essere determinanti, ancora più dei programmi, sono le personalità dei candidati.

Intanto la campagna elettorale è segnata dai dissidi e dai riavvicinamenti tra le varie correnti del movimento islamista. I Fratelli musulmani continuano ad avere un ruolo preminente, ma vedono incrinarsi la loro coesione interna, messa alla prova della democratizzazione dell’Egitto dopo la caduta del regime di Mubarak.

Fratelli musulmani destabilizzati

«Tra i Fratelli musulmani si assiste a una sorta di implosione. Da una parte c’è la gioventù, portavoce delle speranze dell’insurrezione, dall’altra la vecchia guardia, spaurita», afferma il filosofo svizzero Tariq Ramadan, nipote del fondatore dei Fratelli musulmani e professore a Oxford.

Inizialmente i Fratelli musulmani dicevano di non voler presentare un candidato alle presidenziali. Si sono però rimangiati la parola, spinti dai successi elettorali nelle elezioni parlamentari dello scorso anno e dalla forte crescita alla loro destra dei salafisti, fautori di una interpretazione ancora più rigida dell’islam. «Queste esitazioni hanno finito per appannare la loro visibilità e la loro credibilità», ritiene Ramadan.

«I Fratelli musulmani hanno dimostrato una grande capacità a resistere e hanno dato prova di una grande continuità nella loro linea. Ma non hanno ancora realizzato che l’islamismo è diventato più eterogeneo. Si trovano stretti tra gli islamisti liberali e i salafisti. È un preavviso dei dibattiti politici del futuro», osserva dal canto suo Patrick Haenni.

«Sostenendo il candidato Abul Fotouh, che cerca di creare un consenso ampio, i salafisti giocano la carta del pragmatismo, soprattutto per minare la credibilità dei Fratelli musulmani», aggiunge Tariq Ramadan. L’avanzata di Abdel Moneim Abul Fotouh è una delle sorprese di questa campagna elettorale. Ex dirigente dei Fratelli musulmani, il medico 60enne è sostenuto anche dalla borghesia copta e dai giovani di piazza Tahrir.

Democrazia partecipativa

Piazza Tahrir, appunto: luogo simbolo di un risveglio politico sfociato nella sollevazione contro Hosni Mubarak. Tra gli attivisti, l’ondata islamista seguita alla caduta del regime ha lasciato il segno. Ma non tutti si sono scoraggiati.

«L’estate scorsa, gli attivisti si sono divisi sul seguito da dare alla loro protesta. Dopo i tentativi falliti di dar vita a dei nuovi partiti, si è sviluppata una militanza informale su Internet, che si traduce per esempio nel seguire e commentare online le sessioni parlamentari e nel denunciare la realtà delle violenze e degli omicidi commessi dall’esercito», racconta Patrick Haenni.

«Con i loro appelli, le loro critiche, le loro proposte e le loro manifestazioni stanno inventando una nuova forma di democrazia partecipativa. Potrà svilupparsi di fronte alle forze conservatrici? È l’incognita».

Ricordiamo che circa il 40% dei 77 milioni di egiziani è analfabeta e che il 45% di loro vive in città. E l’economia fatica a riprendersi, gli investitori rimangono cauti e le casse dello stato saranno ben presto vuote.

I principali candidati

Le elezioni presidenziali egiziane si terranno il 23 e 24 maggio prossimi. Dei 23 candidati iniziali ne sono rimasti in corsa solo 12. Se nessun candidato otterrà la maggioranza assoluta, si andrà al secondo turno, previsto per il 16 e 17 giugno.

Due sono i candidati favoriti: l’ex segretario della Lega araba Amr Mussa e il candidato islamico indipendente Abdel Moneim Abul Fotouh. Molti outsider potrebbero però riservare qualche sorpresa: è il caso del nazionalista nasseriano Hamden Sabahi, del rappresentante del vecchio regime Ahmed Shafik e del candidato ufficiale dei Fratelli musulmani Mohamed Morsi.

Di Frederic Burnand, swissinfo.ch
(traduzione dal francese e adattamento: Andrea Tognina)



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