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Legge sul servizio informazioni


Le «spie» svizzere meglio armate e meglio inquadrate




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Con la nuova legge, i mezzi a disposizione del Servizio delle attività informative sono ampliati. (imago)

Con la nuova legge, i mezzi a disposizione del Servizio delle attività informative sono ampliati.

(imago)

Dopo la camera bassa, anche il Consiglio degli Stati ha accettato la nuova Legge sul servizio informazioni, che conferisce più mezzi al Servizio delle attività informative. Le preoccupazioni legate alla sicurezza hanno avuto il sopravvento sul timore di uno Stato ficcanaso. Nonostante i paletti posti al lavoro delle «spie», un referendum non è escluso.

Al termine di un lungo dibattito, i senatori hanno accettato la legge mercoledì per 32 voti contro 5 e 2 astensioni. Il marzo scorso, i loro colleghi deputati l’avevano già approvata.

Dibattito soprattutto a sinistra

Gli argomenti rimangono sempre gli stessi tra gli scettici e i sostenitori della nuova legge. Da una parte si rammenta la famosa vicenda delle schedature che aveva scosso l’opinione pubblica svizzera una ventina d’anni fa e, più recentemente, le pratiche di spionaggio della NSA statunitense. Dall’altra, si sottolinea che di fronte all’escalation del terrorismo sono più che mai necessari mezzi per affrontare le minacce.

Tra queste due preoccupazioni, si è cercato quindi di trovare un equilibrio. Un esercizio particolarmente difficile per una sinistra divisa sul tema. «Oggi, con la potenza dell’informatica e delle telecomunicazioni, si può sapere un numero incalcolabile di cose sulla gente. Si può addirittura modificare il contenuto dei messaggi apparentemente inviati da qualcuno. È a causa di questo cambiamento qualitativo e di scala dei mezzi a disposizione che ci preoccupiamo», ha dichiarato il consigliere agli Stati ecologista Luc Recordon, tra i ranghi degli scettici.

«Preferisco un servizio d’informazioni inquadrato da una legge piuttosto che un servizio d’informazioni senza legge. O addirittura nessun servizio d’informazioni. Penso che in quest’ambito, disponiamo di uno dei quadri legislativi più severi al mondo. L’equilibrio tra esigenze di sicurezza e rispetto delle libertà fondamentali è stato migliorato nel progetto che vi è sottoposto», ha da parte sua sottolineato la socialista Géraldine Savary.

Più controlli

Per evitare derive e rassicurare gli scettici, i senatori hanno accettato di sottomettere il Servizio delle attività informative a un’autorità di sorveglianza indipendente, la cui forma esatta è ancora da definire.

Questa andrà ad aggiungersi a quattro livelli di sorveglianza già previsti nella legge: la delegazione delle commissioni di gestione del parlamento, la delegazione delle finanze, il ministero della difesa e il governo.

Ueli Maurer ha accolto positivamente l’aggiunta dei senatori. Dovrebbe migliorare l’equilibrio della legge e aumentare la fiducia della popolazione nei servizi segreti, ha rilevato il ministro della difesa.

Microfoni e «cavalli di Troia»

«Se vogliamo garantire la libertà della maggioranza del popolo, dobbiamo anche garantire la sua sicurezza», ha dichiarato Maurer. Un messaggio che i senatori hanno recepito, adottando questa nuova legge che dà più mezzi investigativi e di sorveglianza al Servizio delle attività informative. Le «spie» potranno ad esempio installare dei microfoni, esplorare delle reti via cavo o utilizzare dei «cavalli di Troia» nei computer.

Sarà inoltre possibile sorvegliare lo spazio pubblico, ad esempio utilizzando dei droni.

I senatori hanno tuttavia attenuato un po’ la legge rispetto alla versione adottata in precedenza dai loro colleghi della camera bassa. Ad esempio, hanno sottoposto ad autorizzazione l’intrusione nei sistemi informatici stranieri. Hanno anche limitato la possibilità lasciata al governo di attribuire al Servizio delle attività informative missioni che vanno oltre il suo quadro stretto, come la protezione della piazza industriale. Tenuto conte di queste divergenze, il progetto di legge deve ora passare ancora dal Consiglio nazionale

Minaccia di referendum

Il dossier non è quindi ancora completamente chiuso. Tanto più che i paletti posti dai senatori non basteranno forse a convincere i più scettici di non lanciare il referendum. Nei ranghi della sinistra, alcuni si sono già detti determinati a battersi contro lo Stato ficcanaso. In marzo, il deputato socialista Jean Christophe Schawaab aveva indicato che il suo partito «molto probabilmente» avrebbe lanciato un referendum.


Traduzione di Daniele Mariani, swissinfo.ch



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