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Libia «ora zero»

Scene di giubilo martedì 23 agosto a Bengazi

(Keystone)

La stampa svizzera reagisce con sollievo a quella che sembra ormai essere la fine dell’era Gheddafi. Sul futuro della rivoluzione libica rimangono però aperti numerosi interrogativi.

«Ieri sera nel momento in cui il nostro giornale veniva stampato non era ancora chiara la sorte dell’ex leader libico Muammar Gheddafi. Chiara invece la fine inesorabile del suo regno basato sul terrore e il despotismo», scrive martedì il Corriere del Ticino.

Una fine celebrata da tutta la stampa svizzera, anche se un colpo di coda del regime non può essere escluso. Sail al Islam, uno dei figli di Muammar Gheddafi il cui arresto era stato annunciato lunedì, è del resto apparso alla televisione nella notte tra lunedì e martedì liquidando come «menzogne» le notizie sulla sua cattura e dichiarando che anche suo padre sta bene e si trova tuttora nella capitale libica, sempre «sotto il nostro controllo».

In un editoriale intitolato «Buone notizie da Tripoli», Le Temps sottolinea che la vittoria militare rappresenta solo una prima tappa e che molte incognite pesano sul futuro della Libia. Quanto successo nel paese nordafricano è «messaggero di buone notizie». In particolare perché ciò dimostra che la primavera araba non è finita l’11 febbraio, quando Mubarak è stato travolto dalla contestazione popolare. «A circa 2'000 km da Tripoli, a Damasco, un altro despota con le mani coperte di sangue non sta certo dormendo sonni tranquilli», sottolinea il giornale romando.

Cosa accadrà ora?

Al di là di queste considerazioni che superano i confini libici, i commentatori elvetici si chiedono però soprattutto cosa succederà ora in Libia. «I ribelli sono politicamente divisi e non hanno nessuna esperienza di governo», scrive l’Aargauer Zeitung. «La fine di Gheddafi non significa l’inizio di una democrazia sul modello di quella occidentale».

«Ora zero per la nuova Libia», titola la Basler Zeitung. «L’eredità lasciata da Gheddafi è pesante» per tutti coloro che vogliono costruire un nuovo paese, scrive l’editorialista, sottolineando che la Libia «non ha nessuna istituzione, nessuna società civile, ha un sistema giudiziario che non è degno di questo nome e un sistema economico dominato dalla corruzione».

«Se la comunità internazionale non vigilerà sul dopo Gheddafi, il sapore della vittoria per molti libici potrebbe presto farsi molto amaro», mette in guardia il Corriere del Ticino, sottolineando che «la spartizione della torta» potrebbe scatenare pericolose tensioni e rivalità. L’errore che i paesi occidentali dovranno soprattutto evitare «è quello già commesso in Iraq, dove i finanziamenti per la ricostruzione sono arrivati col contagocce e in misura molto ridotta rispetto a quelli usati per sostenere l'offensiva militare». Adesso inizia «un’altra guerra», osserva il Blick, ossia una guerra per la ricostruzione alla quale è chiamata a partecipare anche la Svizzera.

Rischio di epurazioni

«La fine dell’era Gheddafi ci concerne tutti, europei in particolare», rincarano la Tribune de Genève e 24 Heures. «E questo per almeno due ragioni. La prima riguarda il ‘legame petrolifero’ che unisce il vecchio continente alla Libia. Il secondo è legato al fatto che questo paese rappresenta un punto di passaggio per migliaia di poveracci provenienti dal sud del continente nero».

«Vendette, epurazioni, soprusi sono la norma in simili circostanze, ma sono anche il terreno su cui seminano i gruppi che ambiscono a impossessarsi del potere quando si saranno sgomberate le strade dai morti», scrive La Regione, che aggiunge: «Non tarderanno a farlo gli islamisti, rimasti al coperto all’inizio della rivolta e manifestatisi quando le cose hanno preso ad andare bene; ma reclameranno un proprio compenso anche i berberi, decisivi nella svolta vittoriosa dell’offensiva su Tripoli».

Un timore – quello legato ai berberi – condiviso anche dall’esperto di strategia svizzero Albert Stahel, intervistato dalla Berner Zeitung. Secondo Stahel, questa minoranza, oppressa da secoli, chiederà ora di partecipare all’esercizio del potere e ciò potrebbe essere fonte di conflitti con la popolazione araba.

Tutto rimane comunque possibile, affermano in sostanza il Tages Anzeiger e il Bund: «Come in tutte le rivoluzioni, l’esito di quella libica è ancora aperto. A dare un senso alle rivoluzioni è solo la distanza storica. In tempo reale, la dinamica interna è difficile da individuare e da controllare», scrive il corrispondente dei due giornali basato al Cairo, che menziona non solo il caso della Libia, ma anche quello dell’Egitto, della Tunisia, della Siria e dello Yemen.

Crisi tra Svizzera e Libia

Tra il 2008 e il 2010, la Svizzera è confrontata a una grave crisi con la Libia, scoppiata dopo l’arresto a Ginevra, nel giugno 2008, del figlio del leader libico, Hannibal Gheddafi, e della moglie Aline, accusati di abusi sul personale domestico in un albergo di Ginevra.

Il regime libico reagisce obbligando le aziende elvetiche a chiudere i loro uffici e ordinando l’arresto di due uomini d’affari svizzeri, Max Göldi e Rachid Hamdani.

Le tensioni non si assopiscono neppure dopo la visita a Tripoli del presidente della Confederazione Hans-Rudolf Merz, che nell’agosto 2009 presenta le scuse ufficiali per l’arresto di Hannibal Gheddafi.

Malgrado le scuse, ai due cittadini svizzeri non è permesso lasciare il paese. Vista la situazione di stallo, la Svizzera inizia ad applicare restrizioni sui visti dei cittadini libici. La crisi assume dimensioni europee.

Nel novembre 2009 Rachid Hamdani e Max Göldi sono condannati a 16 mesi di carcere per violazione delle norme sui visti. Il primo è assolto in appello nel febbraio 2010 e può lasciare il paese. Il secondo viene invece arrestato e condotto in prigione per scontare quattro mesi di carcere. Göldi è infine liberato il 10 giugno 2010.

Per porre fine alla crisi, Berna e Tripoli firmano un accordo che prevede, tra le altre cose, l’istituzione di un tribunale arbitrale incaricato di far luce sulle circostanze dell’arresto di Hannibal Gheddafi e della moglie Aline. Il governo svizzero sospende l’accordo nel febbraio 2011, dopo lo scoppio del conflitto in Libia, e decide di congelare i beni del clan Gheddafi.

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swissinfo.ch

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