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Nomadi


«Noi, gli jenisch, siamo cittadini svizzeri»


Di Isabelle Eichenberger


L'area che ospita gli jenisch a Yvonand è sprovvista di acqua potabile (swissinfo.ch)

L'area che ospita gli jenisch a Yvonand è sprovvista di acqua potabile

(swissinfo.ch)

I nomadi si sentono sempre più ostacolati, imbrigliati e minacciati a causa del loro stile di vita. Tuttavia, vivono in Svizzera dal Medioevo e oggi sono una minoranza nazionale riconosciuta. Reportage.

Siamo a Yvonand, nel canton Vaud. A un chilometro dal paese, svoltiamo a sinistra, transitiamo in un bosco, su un piccolo ponte di legno e sbuchiamo in una vallata. In lontananza si intravede il viadotto dell’autostrada A6. Lo spazio di sosta misura circa mille metri quadrati ed è circondato dalla vegetazione.

Ci sono una mezza dozzina di roulotte parcheggiate, abitazioni di legno e diverse vetture. Un cane abbaia. Le cartacce sono preda del vento, la biancheria è stesa al sole, sparsi qua e là ci sono dei giocattoli. Davanti a ogni caravan, un tavolo e delle sedie. Ci sono anche alcuni bidoni da cui attingere acqua potabile.

Sono le 8.30. Ad aspettarci ci sono il municipale Olivier David e l’impiegato comunale responsabile del campo nomadi. C’è anche Sylvie, di 42 anni, presidente dell’Associazione Jenisch Svizzera.

C’è spazio per dieci famiglie, ma al momento l’area ne accoglie soltanto tre. La stagione è infatti quasi conclusa. Patrick e Nicole, i cugini di Sylvie, sono in viaggio con i genitori di Nicole. I figli maggiorenni non li seguono più nel loro peregrinare. Anche le altre due famiglie occupano due camper, uno per i genitori, l’altro per i figli – un neonato, due bambini e due ragazzi.

Gli uomini sono andati al lavoro. Patrick ha invece appuntamento con le autorità locali. Ha chiesto una proroga del periodo di soggiorno, limitato a dieci giorni. «Non ancora sono riuscito a fare il giro di tutti i miei clienti», spiega. «Potete restare, c’è spazio a sufficienza», gli risponde il municipale.

Scambi cortesi

Patrick ne approfitta per esprimere il suo disappunto per la porta d’entrata, colorata a strisce bianche e rosse come le barriere dei passaggi a livello e con un lucchetto a circa 2,5 metri di altezza. «Non possiamo né uscire né entrare con i camper. Dobbiamo sempre chiedere il permesso al municipio per accedere a quest’area, ma è chiuso il fine settimana. Mi sembra d’essere in prigione. E poi, il week-end viaggiamo spesso».

La spiegazione non tarda ad arrivare. «Dodici anni fa, abbiamo avuto dei problemi quando volevamo incassare le tasse di soggiorno», spiega Olivier David. «Una volta, ci siamo ritrovati con un cane rabbioso davanti a una porta chiusa. I camper andavano e venivano a piacimento, lasciando indietro soltanto disordine. Nel 2003 abbiamo così deciso che le persone dovevano annunciarsi e lasciare una caparra. Abbiamo messo questa barriera che ci permette di controllare il via vai. Se mi chiamate, passo ad aprire anche nei fine settimana».

Il municipale aggiunge: «Non abbiamo mai avuto problemi con la vostra famiglia. Mi spiace, ma voi siete vittime di quelle persone che si comportano male».

Avete avuto difficoltà con i grandi convogli di zingari che hanno suscitato ultimamente un certo malumore? «No. Il nostro terreno è piccolo e siamo troppo lontani dall’autostrada. I rom rimangono vicini ai grandi assi viari», ci spiega David.

L’incontro è finito. Patrick parte per il suo giro. «Passo di casa in casa, faccio l’arrotino o vendo merce, ciò che trovo». Nicole porta del caffè. La conversazione continua con Sylvie, sempre calata nel suo ruolo di portavoce.

Scomparsa degli spazi di sosta ancestrali

«Quando venivo qui con i miei nonni, non era necessario annunciarsi. Ci organizzavamo da soli. Inoltre, tutti i comuni della regione avevano uno spazio per noi. Questo è uno degli ultimi. È molto difficile trovare un posto nella Svizzera francese».

Molti dei terreni ancestrali hanno cambiato funzione: sono diventati spazi destinati all’addestramento dei cani o campeggi, che non accettano volentieri i nomadi. «Nelle aree ufficiali ci chiedono a volte di lasciare il posto agli stranieri. È degradante. Noi, gli jenisch, siamo cittadini svizzeri», continua Sylvie.

Questo terreno non è certo perfetto, ma è tranquillo, circondato dalla natura ed è ciò che cercano gli jenisch. Viaggiano in piccoli gruppi e non vogliono accamparsi nei pressi delle autostrade. «Ne servirebbero almeno dieci come questo, ma ci sappiamo organizzare. Telefoniamo a destra e a manca e troviamo sempre un posto per fermarci», dice Sylvie. Aggiunge, però, che sempre più spesso i contadini non danno loro i terreni per sostare perché i vicini li mettono sotto pressione. «Per fortuna, la situazione è meno tesa nella Svizzera tedesca, dove trascorriamo una parte della stagione».

Un altro problema è l’acqua, continua Sylvie. «Qui paghiamo 10 franchi al giorno, ma dobbiamo andare a riempire i bidoni al cimitero. In alcuni villaggi ci impediscono addirittura l’accesso all’acqua potabile, trattandoci come ladri. Le fontane pubbliche sono sempre più rare. È il colmo, ora che si parla di diritto all’acqua nei paesi in via di sviluppo».

Diffidenza e riservatezza

A preoccuparla c’è oltre la cattiva immagine, l’intolleranza nei confronti delle minoranze e degli stranieri, anche la paura: «Siamo vittime di molte ingiustizie, violenze e presi di mira dagli skinhead. E poi c’è la gelosia: la prima cosa che ci chiedono è come paghiamo le nostre macchine. Ma è tutto ciò che abbiamo».

Per tradizione, gli jenisch non si fidano delle autorità. È una logica conseguenza della campagna di sedentarizzazione forzata promossa dalla Confederazione dal 1926 al 1973 per lottare contro il «vagabondaggio». «Dobbiamo ricostruire la fiducia nei confronti dello Stato. Non mandiamo volentieri i nostri figli alla scuola pubblica. Anch’io, in quinta elementare ho lasciato la scuola perché ero maltrattata».

Praticando il commercio ambulante, i nomadi intrattengono un contatto regolare con la loro clientela, ma non svelano nulla delle loro origini. «Le persone non sanno chi siamo perché noi non glielo diciamo. Il nostro aspetto non svela certo le nostre origini. Non siamo diversi dagli altri», precisa Sylvie.

Questa minoranza nazionale rimane profondamente legata alla sua cultura, conclude la presidente degli jenisch. «I legami familiari rimangono forti, anche tra quelli che si sedentarizzano. Ognuno può decidere di riprendere la strada quando vuole. La difficoltà maggiore consiste nel momento in cui dobbiamo scegliere tra cultura e lavoro. Se arrivano le rondini, noi però sentiamo sempre il bisogno di partire».

Tra non molto, la bella stagione cederà il passo al freddo. In viaggio da marzo, Patrick, Nicole e i suoi genitori ritorneranno presto in un appartamento a Cudrefin dove trascorreranno l’inverno.

Jenisch

Gli jenisch vivono soprattutto in Europa centrale (Germania, Francia, Austria e Svizzera), sono circa 100’000 e provengono originariamente dall’India nord-occidentale.

Parlano lo jenisch, un lingua propria, che varia a seconda della regione o delle famiglie e che contiene elementi del rotwelsch (lingua medievale detta anche furfantina), dello yiddish (lingua mista basata sull’ebraico e sul tedesco) e del romanes.

In Svizzera, il gruppo principale di nomadi sono jenisch. La comunità nomade in Svizzera conta, stando all’Ufficio federale della cultura, circa 30’000 persone. Il numero di nomadi, ovvero seminomadi, ammonta oggi a circa 3’000 – 5’000.

Tutti i membri della comunità nomade sono iscritti ufficialmente nei registri delle località in cui passano l’inverno e dove i bambini frequentano la scuola. Quando viaggiano, di solito da febbraio-marzo ad agosto-ottobre, i figli possono proseguire con il programma d’insegnamento grazie all’invio da parte dei docenti del materiale didattico e alla supervisione dei genitori.

Viaggiano unicamente in Svizzera, in convogli formati dai due agli otto camper per un totale di 20 «famiglie». Oltre ad esercitare i loro mestieri tradizionali, quali arrotini, ombrellai, cestai e mercanti, offrono vari altri servizi artigianali, ossia riparano e affilano tosatrici, aggiustano fornelli, si occupano di restauri di mobili.

Cristiani (cattolici ed evangelici), formano gruppi più grandi per raggiungere luoghi di pellegrinaggio, come Saintes-Maries-de-la Mer, in Francia, in cui il 24 e il 25 maggio di ogni anno si riuniscono i nomadi d’Europa.

persecuzioni

Tra il 1926 e il 1973, in nome «dell’assistenza ai bambini nomandi», l’«Opera di assistenza per i bambini della strada» della Fondazione Pro Juventute sottrae ai loro genitori più di 600 fanciulli nel tentativo di acculturarli e di sedentarizzarli.

Nel 1987, il presidente Alphons Egli presenta le scuse della Confederazione. Dieci anni dopo, viene creata la Fondazione «Un futuro per i nomadi svizzeri» che si prefigge l’obiettivo di salvaguardare e migliorare le condizioni di vita dei nomadi e di rispettare la loro identità culturale.

Dal 1998, gli jenisch sono protetti dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulle minoranze nazionali.


(Traduzione dal francese, Luca Beti), swissinfo.ch



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