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Frenare il cambiamento climatico


Deforestazione, le banche sono pronte a darci un taglio?


Di Paula Dupraz-Dobias, Parigi


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Anche la finanza mondiale può lasciare la sua impronta sull'ambiente. (Keystone)

Anche la finanza mondiale può lasciare la sua impronta sull'ambiente.

(Keystone)

Le grandi banche, incluse UBS e Credit Suisse, devono limitare i loro investimenti nelle produzioni di beni agricoli che implicano la distruzione delle foreste, auspicano alcune ong. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, gli istituti finanziari non stanno infatti facendo abbastanza per contrastare la deforestazione, tra i temi discussi alla COP21.

La deforestazione dovrebbe essere inclusa nell’accordo globale in discussione alla Conferenza internazionale sul clima di Parigi (COP21). Le foreste sono infatti in grado di assorbire in modo naturale il CO2 emesso nell’atmosfera. Secondo il negoziatore della delegazione svizzera Keith Anderson, esperto di politica forestale internazionale, la COP21 sarà «una pietra miliare per la questione della riduzione delle emissioni nel settore forestale».

Foreste alla COP21

Un gruppo di sedici paesi donatori, tra cui Gran Bretagna, Germania e Norvegia, e di paesi colpiti dalla deforestazione, tra cui Perù, Brasile e Indonesia - affiancati da rappresentanti di aziende, società civile e popolazioni indigene - hanno lanciato martedì a Parigi una nuova partnership «per proteggere e ricostituire le foreste».

L'iniziativa del programma LPAA (Lima-Paris Action Agenda) intende passare dalla sottoscrizione di accordi e impegni alla loro implementazione. «Il successo del programma LPAA e la sua azione in favore delle foreste dipende da sinergie efficaci tra attori statali e non statali e tra investimenti e gestione delle foreste», ha affermato il ministro dell’ambiente peruviano Manuel Pulgar-Vidal.

Ogni anno vengono distrutti 12 milioni di ettari di foreste.

Tuttavia, fino a quando le istituzioni finanziarie non valuteranno attentamente le loro relazioni con i clienti che promuovono le colture da reddito (olio di palma, soia, pascoli, …) a scapito delle foreste, le azioni per frenare la deforestazione rischiano di essere sterili.

Secondo le voci critiche, gli schemi di certificazione esistenti e le iniziative per la sostenibilità promosse dall’industria, e sottoscritte da banche quali UBS e Credit Suisse, non sono sufficientemente severi. Scott Poynton, fondatore di Forest Trust, un’ong con sede a Nyon (canton Vaud), sostiene che le banche e i servizi finanziari «non stanno facendo la loro parte».

«Nel caso della Tavola rotonda per l’olio di palma sostenibile (RSPO), [un’organizzazione che riunisce le parti interessate], si può deforestare e al contempo ottenere la certificazione. È addirittura possibile il lavoro forzato», afferma Scott Poynton, il cui lavoro è di informare le multinazionali e le istituzioni finanziarie sulle filiere che potrebbero svolgere un ruolo nella deforestazione, aiutandole a formulare delle politiche efficaci.

Banche svizzere accusate di favorire il disboscamento

Questi sistemi, che coinvolgono numerosi attori, si basano sul consenso, prosegue il fondatore di Forest Trust. «Alla fine, a essere incluso negli standard è il minimo denominatore comune. Sul terreno non cambia nulla».

All’inizio di quest’anno, l’ong danese Bank Track ha accusato Credit Suisse di aver concesso un prestito di 50 milioni di franchi a un gruppo indonesiano, la cui società di disboscamento sussidiaria April era stata definita da Greenpeace «la più grande minaccia per la foresta pluviale dell’Indonesia».

Nel 2012, il Fondo Bruno Manser, con sede in Svizzera, ha dal canto suo affermato che UBS ha contribuito a riciclare il denaro di un politico malese, proveniente dal disboscamento illegale nello stato di Sabah, nel Borneo.

In merito alle accuse di Bank Track, Credit Suisse scrive a swissinfo.ch di «partecipare regolarmente a un dialogo con attori esterni quali ong» e di «prendere sul serio le indicazioni relative a clienti che non sono conformi alle nostre politiche e linee guida».

Per ciò che riguarda la Malesia, il Ministero pubblico della Confederazione (MPC) ha aperto un procedimento penale nei confronti di UBS. Le indagini sono in corso e non può essere fornita alcuna informazione supplementare, indica l’MPC a swissinfo.ch.

Migliorare i controlli

Ethos, la Fondazione svizzera per lo sviluppo sostenibile, auspica dei miglioramenti nel controllo dei crediti, in particolare nei casi in cui il denaro viene concesso a determinate condizioni.

UBS e Credit Suisse

Il rapporto 2014 sulla responsabilità aziendale di Credit Suisse indica che la produzione di olio di palma è tra le industrie «particolarmente sensibili da un punto di vista sociale e ambientale» e che la banca ha definito «apposite politiche e linee guida globali».

Per ciò che riguarda la sua politica sui rischi sociali e ambientali della produzione di olio di palma, soia e legname, UBS scrive d’impegnarsi a «sostenere la trasformazione delle filiere dei beni agricoli».

Christian Leitz, responsabile della gestione della responsabilità aziendale di UBS, spiega che la banca ha integrato in uno strumento online dei dati analitici avanzati sulle aziende che potrebbero potenzialmente violare le politiche della banca, o che sono soggette a controversie ambientali e umane. Lo strumento viene usato dal personale di UBS prima di intraprendere una relazione con un cliente, un fornitore o prima di dare avvio a una transazione. Quando lo strumento segnala un pericolo, il caso viene segnalato al responsabile dei rischi ambientali e sociali.

«Quando Credit Suisse afferma di concedere  crediti a una condizione, vorremmo saperne di più su questa condizione», dice il direttore di Ethos Vincent Kaufmann, sottolineando che nel quadro della RSPO il controllo è limitato.

Le linee guida di UBS sono più «precise» di quelle di Credit Suisse, puntualizza Vincent Kaufmann, specificando che la banca non accetta di fare affari con aziende attive in foreste protette e chiede ai suoi clienti di ottenere una completa certificazione entro il 2020.

Sebbene le banche locali si facciano spesso avanti quando i grandi istituti internazionali rifiutano di concedere un prestito, questi creditori più piccoli non possono agire da soli, osserva Scott Poynton. «Hanno legami con il settore bancario internazionale».

Banche insufficienti

Consapevoli del ruolo svolto dalle banche e delle ripercussioni sul clima, diverse agenzie dell’ONU (UNEP, FAO, UNDP) hanno commissionato uno studio per valutare le politiche di banche e investitori nei confronti dei cosiddetti beni agricoli quali olio di palma, soia e manzo. Lo studio ha analizzato 30 banche, incluse UBS e Credit Suisse, indica Anders Nordheim dell’Iniziativa Finanziaria del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP FI), con sede a Ginevra.

Le valutazioni si basano su diversi aspetti: le informazioni pubbliche e le dichiarazioni ufficiali degli istituti, l’efficacia delle loro politiche nel contesto dei requisiti ambientali e sociali e il modo in cui queste politiche sono adottate e controllate. In media, le banche hanno ottenuto 58 punti su 100 (quando la “sufficienza” era di 67 punti).

I risultati individuali non sono stati resi noti. Il rapporto si limita a indicare che le valutazioni migliori sono state ottenute dalle banche di sviluppo internazionali, quali la Banca di sviluppo africana e la Società finanziaria internazionale, e dalle banche commerciali Standard Chartered e Sumitomo Mitsui Trust. A loro è stato riconosciuto il merito di avere «investito risorse per capire, e prendere in considerazione, i rischi legati ai beni agricoli».

«Banche, trader e consulenti d’investimento hanno un impatto indiretto considerevole quando concedono prestiti o investono in aziende coinvolte in produzioni non sostenibili oppure attive nel commercio di beni agricoli», indica il rapporto.

Tener conto dei rischi ambientali e sociali

Secondo il direttore esecutivo dell’UNEP, Achim Steiner, gli istituti devono impegnarsi assieme ai clienti, ridurre i crediti concessi alle pratiche più dannose e incorporare i rischi derivanti dal degrado ambientale nella loro analisi finanziaria.

Per aiutare gli istituti finanziari a valutare le loro prassi, a sviluppare politiche appropriate e a raffrontarsi con altri istituti, l’Iniziativa Finanziaria dell’UNEP ha sviluppato uno speciale strumento online. Le banche, insiste Anders Nordheim, devono integrare questa comprensione dei rischi nei loro diversi servizi e transazioni.

Deforestazione

La deforestazione legata dall’aumento delle superfici agricole è la seconda causa di emissioni di gas a effetto serra (circa il 25-30% delle emissioni globali), secondo la FAO. Siccome gli alberi contengono il 50% del carbonio, quando vengono tagliati liberano CO2 nell’atmosfera.

Tra il 2000 e il 2012, la trasformazione delle foreste in coltivazioni di reddito è stata all’origine di metà della deforestazione nelle zone tropicali, indica Forest Trends.

Dal 2009, in Indonesia sono stati persi in media 1,5 milioni di ettari di foresta all’anno a causa, soprattutto, delle piantagioni di palma da olio. In Brasile, la deforestazione - dovuta in particolare all’aumento dei pascoli e della produzione di soia - è invece avanzata a un ritmo di 2,3 milioni di ettari all’anno, secondo il World Resources Institute.

In un rapporto recente, il British Overseas Development Institute rileva che Brasile e Indonesia hanno sussidiato i settori dell’olio di palma, soia, manzo, legnane e biocarburanti con 40 miliardi di dollari tra il 2009 e il 2012. Si tratta di una cifra cento volte maggiore rispetto a quanto viene speso dai paesi per conservare la foresta pluviale nel quadro del programma delle Nazioni Unite REDD+.


Traduzione e adattamento dall’inglese di Luigi Jorio, swissinfo.ch

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