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José Maria Ribeiro De Oliveira lavora dal 2008 in Svizzera come operaio. (Keystone)

José Maria Ribeiro De Oliveira lavora dal 2008 in Svizzera come operaio.

(Keystone)

Il freno all’immigrazione deciso domenica dal popolo svizzero preoccupa la comunità portoghese residente in Svizzera. Le associazioni non hanno ancora reagito ufficialmente, ma swissinfo.ch ha raccolto le voci di due rappresentanti.

L’iniziativa «contro l’immigrazione di massa», accolta il 9 febbraio dal 50,3% dei votanti, dà tre anni di tempo alla Confederazione per fissare dei tetti massimi per tutti gli stranieri. Il Consiglio federale (governo) ha annunciato mercoledì la sua “tabella di marcia”: entro giugno sarà presentato un piano d’azione per l’applicazione del testo ed entro dicembre sarà elaborato un progetto di legge. Per ora c’è però ancora molta incertezza sul modo in cui il testo dell’Unione democratica di centro (UDC) sarà tradotto in pratica.

Oggi in pensione, Manuel Beja ha trascorso molti anni in Svizzera. In quanto ex sindacalista, conosce bene il sistema di contingentamento dei lavoratori stranieri e lo statuto di stagionale che ha caratterizzato per decenni la politica migratoria svizzera.

«Lo statuto di lavoratore stagionale, in vigore per oltre 60 anni, era ingiusto e discriminatorio. I quadri stranieri delle grandi società sono sempre stati protetti. Per tutti gli altri, invece, era estremamente difficile», afferma Beja.

Ritorno al passato?

Una delle particolarità dello statuto di stagionale era la restrizione del diritto al ricongiungimento famigliare. I permessi erano generalmente limitati a un massimo di nove mesi. Durante i tre mesi restanti, i lavoratori stranieri tornavano al loro paese. E poi ripartivano per la stagione seguente, secondo i bisogni dell’economia. La legge vietava però loro di trasferirsi con la famiglia. Moglie e figli potevano raggiungerli soltanto dopo quattro contratti successivi di nove mesi, come stagionale, e dopo l’ottenimento di un permesso di dimora (il cosiddetto permesso B).

«Non sappiamo ancora in che modo sarà messa in atto l’iniziativa, ma temo che si voglia limitare nuovamente il diritto al ricongiungimento famigliare dei lavoratori stranieri», afferma Antonio Da Cunha, presidente della Federazione delle associazioni di portoghesi in Svizzera e professore di geografia e ambiente all’università di Losanna.

Le organizzazioni non governative e i sindacati temono inoltre un acuirsi del problema dei lavoratori clandestini e sfruttati. «Già in passato ho assistito concittadini che guadagnavano 2 o 3 franchi l’ora e che hanno avuto il coraggio di denunciare il loro datore di lavoro», dichiara Antonio Da Cunha.

Paradosso

Antonio Da Cunha respinge alcuni degli argomenti portati avanti dai promotori dell’iniziativa, tra cui il fatto che gli immigrati – approfittando della libera circolazione – ruberebbero gli impieghi agli svizzeri. «Il tasso di disoccupazione in Svizzera [3,5% ndr] continua ad essere il più basso d’Europa. Ciò significa che il contingente ideale è quello della libera circolazione».

Il paradosso, secondo lui, è che le regioni con un numero più importante di immigrati, come la Svizzera romanda e i grandi centri urbani, hanno votato contro l’iniziativa UDC. Come si spiega questa situazione? «Esiste una paura diffusa in Europa, forse legata alla mondializzazione, e alcuni partiti approfittano di questa insicurezza con discorsi che oscurano la realtà. Ciò è preoccupante», analizza Antonio Da Cunha.

Portoghesi in Svizzera

I portoghesi sono la terza comunità straniera in Svizzera, dopo gli italiani e i tedeschi. A fine agosto 2013 (ultimi dati disponibili), si contavano 249‘948 portoghesi residenti in Svizzera, pari al 13,4% di tutta la popolazione straniera. Cinque anni prima, a fine 2008, erano 196'800 (12%). Dopo quella tedesca, la comunità portoghese è quella che ha registrato la crescita più sensibile negli ultimi anni.

 

(Fonte: Ufficio federale della migrazione)

Portoghesi per l’iniziativa

Il professore sottolinea però che tra i portoghesi residenti in Svizzera, con diritto di voto, ve ne sono alcuni che hanno sostenuto apertamente il freno all’immigrazione. Dal suo punto di vista, le persone che beneficiano di certi privilegi e di impieghi stabili hanno tendenza «a proteggersi dalla concorrenza degli altri stranieri». La loro scelta, secondo Da Cunha, può però anche essere vista come un segno di “integrazione”.

Diversa invece la reazione di Manuel Beja: «È egoistico votare contro i propri concittadini e oggi alcuni privilegiati hanno dimenticato tutte le battaglie condotte in passato per una vita degna».

«La libera circolazione è vantaggiosa per tutti, ma ora la situazione si fa più complicata». L’ex sindacalista dice di comprendere l’esistenza di un «certo malcontento» tra la popolazione, ma è convinto che la Svizzera saprà trovare un terreno d’intesa con l’Unione europea.

«Siamo di fronte a un bivio», afferma Manuel Beja con riferimento al termine di tre anni entro il quale la Confederazione dovrà varare una legge di applicazione. «Ma prima, sarà importante ascoltare anche la voce delle comunità di migranti in Svizzera».

Reazioni dal Portogallo

Il ministro portoghese degli affari esteri Rui Machete si è espresso martedì su «l’esito preoccupante» del voto del 9 febbraio.

«La Svizzera è un partner privilegiato e di lunga data, ma questo voto rappresenta un evidente cambio di rotta nelle relazioni tra l’Unione europea e la Svizzera e rimette in questione il principio della libera circolazione delle persone, dei capitali, dei beni e dei servizi», ha dichiarato.

Il ministro ha tra l’altro indicato che il Portogallo seguirà l’evolvere della situazione con «particolare attenzione», tenuto conto dell’importanza della comunità portoghese residente in Svizzera.


(Traduzione dal portoghese, Stefania Summermatter), swissinfo.ch



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