Giustizia di transizione Nessuna tregua per i criminali di guerra


Di
Frédéric Burnand, Ginevra


Aleppo Est, 20 gennaio 2017, dopo la sanguinosa riconquista dei quartieri in mano ai ribelli da parte dell'esercito siriano. La commissione d'inchiesta sulla Siria, nel suo ultimo rapporto, ha documentato le violenze commesse dalle due parti, ma in modo particolare dalle forze di Bashar al-Assad. 

Aleppo Est, 20 gennaio 2017, dopo la sanguinosa riconquista dei quartieri in mano ai ribelli da parte dell'esercito siriano. La commissione d'inchiesta sulla Siria, nel suo ultimo rapporto, ha documentato le violenze commesse dalle due parti, ma in modo particolare dalle forze di Bashar al-Assad. 

(Keystone)

Lo scorso anno, l’annuncio del ritiro di alcuni Stati membri dalla Corte penale internazionale presagiva un indebolimento nell’ambito della lotta all’impunità degli autori di crimini contro l’umanità. Una procedura aperta in Svizzera contro un ex ministro del Gambia testimonia il contrario. Da Ginevra, le spiegazioni di un protagonista della lotta all’impunità.

Philip GrantLink esterno è il fondatore di TRIAL, un’organizzazione non governativa che rintraccia i responsabili di crimini internazionali (crimini di guerra, contro l’umanità, genocidi, sparizioni forzate, violenze sessuali, ed esecuzioni extragiudiziarie). Di formazione giurista, ha contribuito in modo importante all’arresto in Svizzera a fine gennaio di Ousman Sonko, ex ministro del Gambia.

swissinfo.ch: Cosa pensa del fatto che il Gambia vorrebbe poter processare l’ex ministro degli interni?

Philip Grant: Se potesse essere fatta giustizia in buone condizioni, vicino al luogo del crimine e alle vittime, sarebbe la soluzione migliore. Inoltre, per il Gambia, che volta pagina dopo un regime estremamente repressivo, questo tipo di processo può essere molto importante. Sia per le vittime che per la ricostruzione dello Stato di diritto. Attualmente, però, sembra più un auspicio che una richiesta concreta. Ci vorrà del tempo prima che le nuove autorità del paese possano presentare una domanda di estradizione formale alla SvizzeraLink esterno.

D’altra parte, come ha sottolineato il Ministero pubblico della Confederazione (MPCLink esterno), bisogna essere sicuri che l’accusato non corra il minimo rischio di essere condannato a morte e che il processo nei suoi confronti sia imperativamente equo. Se si vuole che quanto fatto da un tribunale abbia valore pedagogico, devono essere rispettati gli standard internazionali, sia per l’imputato che per le vittime, affinché la verità possa venire a galla.

Comunque, fino a quando la richiesta di estradizione non verrà presentata, la competenza di questo caso particolare spetta alla Svizzera.

swissinfo.ch: Il principio di competenza universale che permette alla Svizzera di agire in questo caso può essere generalizzato?

P.G.: Questo principio ha fondamento in diverse convenzioni, ad esempio quella sulla tortura, il cui articolo 6 obbliga gli Stati firmatari a indagare, mettere in detenzione e, se necessario, a perseguire una persona accusata di tortura se quest’ultima si trova sul territorio nazionale. È quello che ha fatto la Svizzera nel caso di Sonko.

Normalmente, la competenza universale è applicabile da tutti gli Stati che hanno ratificato queste convenzioni relative ai crimini internazionali (in particolare la convenzione di Ginevra), ovvero quasi tutti i paesi. Ma gli Stati devono trasporre queste convenzioni nel rispettivo diritto interno e determinare a quali condizioni il principio universale può essere esercitato. Ed è qui il tasto dolente, anche se un centinaio di paesi l’hanno fatto, almeno sulla carta.

In Europa, questo principio viene applicato quasi settimanalmente da un grande numero di Stati. E Argentina si è occupata di casi legati al regime del dittatore spagnolo Franco.

Anche in Africa le cose si muovono, come ha dimostrato il processo in Senegal all’ex presidente del Ciad, Hissène Habré.
Il Sudafrica ha cominciato a sviluppare una giurisprudenza nei confronti dello Zimbabwe, guidato sempre con pugno di ferro da Robert Mugabe.
In Asia e nel mondo arabo, invece, è più complicato.

swissinfo.ch: Allo stesso tempo, però, il Sudafrica ha annunciato di volersi ritirare dalla Corte penale internazionale (CPI).

P.G.: In Sudafrica un’alta corte ha appena stabilito che il governo non aveva il diritto di lasciare la CPILink esterno. Il nuovo regime del Gambia, dal canto suo, ha deciso di annullare la decisione del governo precedente di uscire dalla CPI. Nel continente non si è prodotto nessun effetto domino per il momento. Il Burundi è l’unico paese ad essersi ritirato.

Costruire un regime giuridico internazionale che permetta di lottare contro l’impunità è sempre difficile, con progressi alternati ad arretramenti. Si è visto di tutto: dall’impunità più completa alla creazione di super tribunali percepiti come una soluzione miracolo, passando per alcuni casi in cui la competenza universale è andata troppo lontano, come in Spagna e in Belgio, prima che la sua portata venisse ridotta.

Oggi gli attori della lotta all’impunità, in particolare le ONG come la nostra, adottano un approccio aggressivo, ma ragionevole. Non pensiamo più, ad esempio, che sia possibile processare George W. Bush per quanto ha commesso in nome della lotta al terrorismo. Ma focalizzandoci su un certo numero di dossier, progredendo passo dopo passo, prendono forma dei principi più grandi, le regole che un giorno potranno venire applicate a un persona come George W. Bush.

Il Portogallo, d’altronde, ha recentemente arrestato un’agente della CIA che era stata condannata in contumacia in Italia per il rapimento di un imam nell’ambito di un programma clandestino degli Stati Uniti messo in atto dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Dovrebbe essere estradata in Italia.

swissinfo.ch: Con formule differenti, la giustizia internazionale si sviluppa quindi inesorabilmente, malgrado le resistenze?

P.G.: Come detto, per ciò che riguarda la CPI, solo il Burundi si è ritirato. Siamo dunque ben lontani da un’emorragia. Ma altri ritiri sono possibili, per esempio quello delle Filippine il cui presidente psicopatico, Rodrigo Duterte, potrebbe finire nel mirino della CPI.

Il rinvigorimento della competenza universale in una serie di Stati, invece, si spiega in particolare con la frustrazione di molti magistrati, i quali constatano che a causa del veto di Russia e Cina al Consiglio di sicurezza dell’ONU, le atrocità commesse in Siria non saranno mai giudicate dalla CPI.

Diversi Stati europei, in particolare quelli che hanno accolto dei rifugiati da questo paese, hanno quindi deciso di attivarsi. Come ci hanno dichiarato diversi procuratori europei, le loro azioni sono la risposta a un concreto bisogno di giustizia elementare.

Manca però ancora una reale coordinazione nelle diverse procedure riguardanti la Siria: i procuratori interessati dovrebbero scambiarsi più informazioni, e molte iniziative lanciate per documentare i crimini di guerra in Siria dovrebbero essere sfruttate meglio.

Per aggirare i blocchi del Consiglio di sicurezza, anche l’Assemblea generale dell’ONU ha reagito, adottando lo scorso dicembre una risoluzione Link esternoper instaurare un meccanismo che aiuti le inchieste sui crimini più gravi commessi in Siria. Dovrebbe vedere la luce tra qualche settimana a Ginevra, sotto l’egida dell’Alto commissariato per i diritti umani.

Ogni volta che si presenta un ostacolo, delle iniziative si sviluppano per superarlo. Sempre più vittime riusciranno a vedere i loro aguzzini portati davanti alla giustizia.  

Philip Grant

Philip Grant

(swissinfo.ch)


Traduzione dal francese, Zeno Zoccatelli, swissinfo.ch

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