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Ricercatori stranieri in Svizzera Una questione di libertà, non di salario

Acceleratore di particelle di nuova generazione al CERN di Ginevra.

(cern.ch)

La Svizzera è ai vertici mondiali in materia di ricerca e innovazione. Le ragioni: la netta separazione tra ricerca pubblica e privata e i cospicui mezzi finanziari messi a disposizione. Una ricerca elvetica destinata a crescere ulteriormente con il credito quadro 2013-2016.

Ricerca e innovazione sono ambiti complessi. Il successo è meno immediato e meno misurabile rispetto a una vittoria sportiva. A livello internazionale, la ricerca e l’innovazione in Svizzera s’impongono comunque in numerosi settori.

«In ogni tipo di ranking e per tutti gli indicatori, la Svizzera si trova nei primi cinque posti», afferma a swissinfo.ch David Bohmert, responsabile di SwissCore, l’ufficio di collegamento del Fondo nazionale svizzero a Bruxelles.

Calamita per i ricercatori stranieri

La ricerca svizzera gode di estrema considerazione presso i partner europei, che la ritengono esemplare, osserva Bohmert. «La maggior parte dei paesi europei vede i propri ricercatori, formatisi a spese dei contribuenti, partire alla volta degli Stati Uniti. La Svizzera è tra i pochi paesi al mondo che attira più ricercatori dagli Stati Uniti di quanti ne perda».

La Confederazione è «il paese con la più forte immigrazione di ricercatori di punta all’interno dell’Europa. A livello mondiale è superata soltanto dal Giappone», scrive la Commissione europea nella sua ultima classifica sulla collaborazione internazionale nei settori della ricerca e dell’innovazione.

«Nella maggior parte dei paesi europei il bilancio è invece negativo. Questa situazione riflette la fuga di cervelli a cui sono confrontati questi paesi».

La Svizzera è attrattiva anche per gli studenti universitari, aggiunge la Commissione europea. «Austria, Lussemburgo, Svizzera, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda presentano la percentuale più alta di studenti stranieri».

La libertà viene prima del salario

La capacità della Svizzera di attirare ricercatori e professori stranieri è legata anche all’elevato livello dei salari, ritengono i politici dei partiti borghesi. Secondo Bohmert, l’attrattività è però pure riconducibile all’eccellente reputazione dei politecnici federali di Zurigo e Losanna.

«Tutti i rapporti evidenziano che la ragione principale non risiede nel livello degli stipendi. L’attrattività ha invece più a che vedere con la politica elvetica di ricerca e i suoi strumenti. In Svizzera, lo stato non tenta di influenzare la ricerca. È una concezione completamente diversa rispetta a quella di altri paesi europei. Ciò significa che i ricercatori che vengono in Svizzera beneficiano di un’ampia libertà. Si tratta di un vero e proprio punto di forza della ricerca elvetica».

A questo si aggiunge il fatto che la Svizzera «non sostiene nessuna ricerca del settore privato con fondi pubblici», sottolinea Bohmert. La conseguenza è che aziende quali Roche o Novartis sono tra i principali investitori al mondo nell’ambito della ricerca e dell’innovazione.

A differenza di altri paesi, l’economia privata in Svizzera riflette attentamente su quali settori della ricerca investire. Allo stesso tempo, questi investimenti sono comunque relativamente elevati.

I programmi di ricerca non sono al servizio della politica industriale, insiste il responsabile di SwissCore. «I fondi pubblici devono essere utilizzati per la ricerca di base e applicata».

L’esempio del Cern

Contrariamente ad altri ambiti, nel settore della ricerca la Svizzera è in stretta collaborazione con altri paesi europei dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Partecipa ad esempio, sin dall’inizio, ai progetti di ricerca del Consiglio d’Europa, come testimonia l’inaugurazione, nel 1953, del Centro europeo per la ricerca nucleare (CERN) di Ginevra.

«Storicamente, la Svizzera fa parte della ricerca europea», osserva David Bohmert. «Partecipiamo ai programmi di ricerca europei dai primi anni Novanta del secolo scorso. Una collaborazione culminata nell’associazione al Programma quadro europeo per la ricerca e l’innovazione».

Politica insolitamente unanime

A fare della Svizzera un paese di punta sono pure i mezzi finanziari destinati alla ricerca e all’innovazione, aggiunge Bohmert. «Con il 3% del Prodotto interno lordo (Pil) siamo al di sopra della media europea. Non solo: abbiamo già raggiunto l’obiettivo che l’Ue si è fissata per il 2020, appunto quello di destinare il 3% del Pil alla ricerca».

In un paese che non dispone di materie prime, il mondo politico è alquanto unanime nell’affermare l’importanza della formazione e della ricerca. Quest’autunno, il parlamento ha così aumentato di circa 300 milioni di franchi il credito quadro proposto dal governo per il promovimento dell’educazione, della ricerca e dell’innovazione (ERI) negli anni 2013-2016.

Le critiche sono giunte soprattutto dall’Unione democratica di centro (destra conservatrice), che avrebbe preferito destinare più fondi alla formazione professionale che alla ricerca.

Nel prossimo quadriennio, la Svizzera dovrebbe così investire nell’ERI 26 miliardi di franchi. Il parlamento non ha invece ancora dato il suo accordo al credito di oltre due miliardi di franchi per i programmi di ricerca dell’Ue. Nessuna decisione neppure sul credito speciale di due miliardi in favore della ricerca dei politecnici federali, nell’ottica della svolta energetica decisa da parlamento e governo.

Fondi per la ricerca 2013-2016

La Svizzera investirà nei prossimi quattro anni oltre 26 miliardi di franchi nella promozione dell’educazione, della ricerca e dell’innovazione (ERI).

Nel corso della sessione autunnale 2012, il parlamento ha approvato un credito di 23,8 miliardi di franchi. A questi si aggiungono i due miliardi di franchi per la partecipazione svizzera ai Programmi quadro di ricerca dell’Unione europea.

Nei prossimi mesi il governo trasmetterà al parlamento un messaggio speciale per un ulteriore credito di due miliardi di franchi.

Questi fondi dovrebbero servire ai due politecnici federali (Zurigo e Losanna), al Laboratorio federale di prova dei materiali e di ricerca (EMPA) e all’Istituto Paul Scherrer per trovare soluzioni al futuro contesto energetico (uscita dall’atomo).

Nel quadro dei finanziamenti federali ERI per il periodo 2013-2016, il settore dei politecnici è quello che disporrà dei fondi maggiori (9,5 miliardi di franchi).

Al Fondo nazionale svizzero saranno destinati circa 3,7 miliardi di franchi. Si tratta di mezzi finanziari essenziali per garantire la libertà della ricerca di base nei settori della medicina e delle scienze.

Le università riceveranno 3,1 miliardi, mentre 600 milioni saranno destinati all’

Agenzia per la promozione dell’innovazione (CTI).

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Traduzione dal tedesco di Luigi Jorio, swissinfo.ch

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