Secolarizzazione in marcia Per il ritorno del religioso si dovrà ancora aspettare

Le religioni sono forse più visibili, ciò non toglie che sempre più persone se ne distanziano, sostiene Olivier Roy

Le religioni sono forse più visibili, ciò non toglie che sempre più persone se ne distanziano, sostiene Olivier Roy

(Keystone)

In Svizzera come nel resto dell’Europa, il numero di persone che si distanziano dalla religione continua ad aumentare. Ciò non impedisce a molti osservatori di parlare di un ritorno in forza del religioso. Secondo il ricercatore francese Olivier Roy, si tratta però di un’illusione ottica.

La predizione attribuita ad André Malraux di un XXI secolo contraddistinto dalla religione non si è ancora avverata, come conferma lo studio condotto nell’ambito del Programma nazionale di ricerca «Comunità religiose, Stato e società» (vedi di fianco e articolo correlato).

Autore di numerosi saggi sull’islamismo, Olivier Roy ha anche pubblicato La Santa Ignoranza; Religioni senza cultura (Feltrinelli, 2009). Direttore di ricerca al Centro nazionale della ricerca scientifica di Parigi (CNRS), il politologo francese non è sorpreso dai risultati dello studio svizzero.

swissinfo.ch: La grande maggioranza della popolazione svizzera mostra di avere un rapporto non indifferente o negativo nei confronti della religione e della spiritualità, bensì distante. È una constatazione che si può fare anche altrove?

Olivier Roy: È esattamente ciò che si riscontra in tutt’Europa. Anche nei paesi tradizionalmente religiosi come la Polonia, l’Irlanda o l’Italia non si è per forza confrontati con un movimento laico, ateo o antireligioso, ma piuttosto con persone sempre più distanti dalla religione istituita.

swissinfo.ch: È una tendenza specifica dell’Europa?

O.R.: È in ogni caso molto visibile in Europa. Questa tendenza esiste anche negli Stati Uniti (il numero di persone che si dichiarano atee è aumentato dal 7 al 14% in 20 anni). La visibilità della religione, molto più forte che in Europa, è però in crescita da una quarantina d’anni, in particolare in ambito politico.

Nei paesi musulmani si assiste veramente a un aumento della pratica religiosa? Molte persone ne dubitano, anche se mancano statistiche per dimostrarlo.

In Asia il fenomeno è analogo. Vi è un’ondata di religiosità nei paesi buddisti che non si traduce per forza in pratiche molto marcate. Fa parte della cultura.

Come dappertutto, vi è invece un boom dei movimenti religiosi fondamentalisti. La crescita del fondamentalismo va di pari passo con quella del secolarismo.

swissinfo.ch: Dallo studio svizzero emerge che chi crede nelle religioni istituzionali ha un livello piuttosto basso di formazione, i laici e chi si distanzia dalla religione ha un livello medio, mentre chi aderisce a forme religiose alternative ha un livello alto. Non è sorprendente?

O.R.: No. Le persone che praticano nuove forme di religiosità sono piuttosto individui con un bagaglio educativo che permette loro di cercare su internet, di leggere e così via, per costruirsi, in maniera autodidatta, una cultura religiosa attingendo al mercato religioso.

swissinfo.ch: La sua ricerca mostra che la religiosità è spesso staccata dalla propria cultura e dalla propria storia…

O.R.: Credo che la deculturazione religiosa sia generale. Le persone colte non hanno per forza una migliore conoscenza del cristianismo delle altre. Ma attraverso i loro viaggi o le loro letture, hanno un migliore accesso alle altre religioni, come ad esempio il buddismo.

swissinfo.ch: La rivoluzione illuminista ha fatto perdere alle religioni la loro caratteristica totalizzante, che ingloba l’insieme della società. Malgrado il discorso che evoca il ritorno del religioso, ci si trova quindi sempre in questa dinamica?

O.R.: In effetti. Il processo di secolarizzazione continua a funzionare. È la tesi centrale del mio libro. Non vi è un ritorno del religioso. Non si sta tornando alle forme preesistenti delle religioni. Queste religioni sono in crisi, stagnano o indietreggiano.

Ciò che si sviluppa, invece, sono i movimenti di tipo carismatico nel cristianismo, il lubavitch nel giudaismo o il salafismo nell’islam. Questi movimenti sono estremamente critici nei confronti delle istituzioni religiose classiche e della cultura religiosa tradizionale. Il fondamentalismo prospera nella deculturazione religiosa.

Si sarebbe potuto pensare che il movimento di secolarizzazione si sarebbe concluso automaticamente con il trionfo della ragione e la fine di ogni ricerca di religiosità. Per una parte della popolazione – ovvero i laici – ciò si è avverato. Ma per molte persone sussiste una domanda di spiritualità, che oggi si struttura attorno a nuove forme di religiosità, anche nel quadro delle religioni tradizionali.

swissinfo.ch: Questa tendenza è minoritaria o diventa sempre più importante?

O.R.: In Europa ciò non si traduce in un aumento della pratica religiosa. Vi sono molte più persone che escono dalle Chiese rispetto a chi si orienta verso nuove forme di religiosità. Queste nuove forme sono però molto più visibili, semplicemente per il fatto che non si iscrivono nel paesaggio religioso tradizionale.

Hanno una visibilità superiore alla realtà, come mostra la votazione sui minareti in Svizzera, dove in realtà non si assiste a un moltiplicarsi dei minareti. Lo stesso fenomeno avviene in Francia, con le polemiche legate al burqa o alla carne halal. La controversia sulla circoncisione in Germania, Austria e Svizzera fa sicuramente parte dello stesso fenomeno, poiché la pratica della circoncisione è in diminuzione.

Ci si focalizza su un simbolo, una caratteristica religiosa che è immediatamente oggetto di polemica. Da qui nasce l’impressione di un’ondata religiosa, che non è però corroborata dai dati statistici.

swissinfo.ch: Alcuni sociologi spiegano queste diverse forme di aspirazioni religiose come una risposta al materialismo e alla società del consumo. Lei invece parla di mercato delle credenze e dei rituali, che si iscrive nelle forme contemporanee della nostra società…

O.R.: In effetti. Si può menzionare l’esempio degli Stati Uniti, dove l’evangelismo protestante fa interamente parte del consumismo americano.

Le spiegazioni che collegano il ritorno del religioso e della spiritualità con la pauperizzazione, la crisi o quant’altro non mi convincono per nulla. Come mostrato dallo studio svizzero, non sono i più poveri che cercano nuove forme di religione. Non credo a questa sociologia che si vuole rassicurante e parla di alienazione, di persone infelici  o frustrate per spiegare questo supposto ritorno del religioso.

Personalmente non ho una spiegazione. Evito ogni psicologia del religioso. Le scienze sociali hanno molta difficoltà a capire il religioso. Vogliono sempre spiegarlo con qualcosa di non religioso. Per questo il religioso sembra spesso bizzarro, strano o minaccioso. Per rassicurarsi si inventano delle causalità sociologiche verso le quali nutro molto scetticismo.

swissinfo.ch: L’etnologia ha messo in evidenza che il bizzarro è ciò che non si riesce a classificare, a inserire in una categoria…

O.R.: Esattamente e quindi si dice che la donna col velo significa alienazione della donna. Cosa bisogna dire però quando la persona col velo è una convertita che nessuno obbliga a portarlo e che si dichiara femminista? Non la si capisce e ciò fa scattare l’aggressività.

swissinfo.ch: Collegare queste manifestazioni alle questioni identitarie è un altro luogo comune?

O.R.: Assolutamente. L’islam è alla ricerca di identità? I credenti non vi rispondono in termini di identità, bensì di fede. Per un laico o un sociologo, però, la fede è qualcosa di incomprensibile. Si cercano spiegazioni che non corrispondono al vissuto di colui che crede. Da qui nasce questa tensione di fronte a un fenomeno che non si capisce, che non si vuole capire. È questo il problema.

Un rapporto diversificato alla religione

Nel corso degli ultimi anni, la proporzione di persone senza confessione ha continuato ad aumentare sino a raggiungere il 25% della popolazione.  

Il fatto che un individuo si dichiari di una determinata confessione o senza confessione, non informa però sulle sue pratiche e le sue rappresentazioni religiose. Coloro che si dicono senza confessione, ad esempio, possono credere in Dio o avere pratiche spirituali alternative.

I ricercatori distinguono quattro tipi di religiosità tra la popolazione svizzera: distante (64%), istituzionale (17%), laica (10%) e alternativa (9%).

In questi ultimi decenni, il gruppo formato da chi ha una religiosità di tipo istituzionale è fortemente diminuito. La proporzione di chi ha una religiosità alternativa è rimasto costante, mentre sono aumentati i distanti e i laici.

Fonte: «Comunità religiose, Stato e società» (PNR 58)


Traduzione di Daniele Mariani, swissinfo.ch



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