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Dal Senegal un “no” al cambiamento climatico


Una popolazione in lotta contro l’erosione e il carbone


Di Stefania Summermatter, di ritorno dal Senegal


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A Bargny, nemmeno i muri in cemento riescono più a fermare l'avanzamento mare.  (swissinfo.ch)

A Bargny, nemmeno i muri in cemento riescono più a fermare l'avanzamento mare. 

(swissinfo.ch)

Confrontato con un grave problema di approvvigionamento energetico, il Senegal prevede la costruzione di cinque centrali a carbone. Una di queste dovrebbe sorgere a Bargny, cittadina di pescatori a sud di Dakar. La popolazione però non ci sta, anche perché deve già fare i conti con un'altra minaccia ecologica: l’inarrestabile avanzata del mare. Reportage. 

“Nemmeno sei mesi fa la nostra casa era lì. Ora è nell’acqua. Bargny ha cambiato volto a causa dell’erosione costiera”.

Ndèye Yacine Dieng ha la voce spezzata quando parla del “suo” mare, diventato in pochi anni un imprevedibile nemico. “Ha visto che onde? A volte raggiungono i dieci metri… I sacchi di sabbia non possono contenere il mare.  A causa dell’erosione ora viviamo nella promiscuità. Nella stessa casa ci sono madri, suocere, nuore, figli, nonni. Non si era mai visto niente di simile a Bargny”.

Cittadina di pescatori a 30 km da Dakar, Bargny fa parte di una delle quattro regioni del Senegal maggiormente colpite dall’erosione costiera. Il mare si è portato via in pochi anni decine di case e la sua progressione sembra inarrestabile.

Le previsioni della Banca mondiale (2012) sono inquietanti. Se il livello del mare continuerà ad aumentare, entro il 2080 due terzi del litorale potrebbero scomparire. Oggi il 60% delle popolazione – 7,8 milioni di abitanti – vive nella regione costiera, che produce il 68% del Prodotto interno lordo.

L’erosione rischia dunque di mettere in ginocchio la già debole economia senegalese, che riposa tra l’altro sui proventi della pesca e del turismo. Senza più spiagge, chi vorrà trascorrere le vacanze sulla Petite Côte?

Fino a sei mesi fa, la comunità di Bargny si riuniva in questa casa, ma il mare se l’è portata via. (swissinfo.ch)

Fino a sei mesi fa, la comunità di Bargny si riuniva in questa casa, ma il mare se l’è portata via.

(swissinfo.ch)

Il clima cambia e il mare avanza

Il Senegal è uno dei paesi al mondo maggiormente colpiti dall’erosione costiera. Un fenomeno legato principalmente al cambiamento climatico, che ha portato a un aumento della temperatura dell’acqua e a un innalzamento del livello del mare.

Vi è però anche un fattore antropico, ci spiega Fadel Wade, figura di spicco di Bargny e membro di una ONG a difesa del clima.

“In Senegal la sabbia del mare viene utilizzata per le costruzioni. E ciò ha aggravato l’erosione costiera. Ora stiamo cercando di sensibilizzare la popolazione affinché utilizzi la sabbia delle dune. Ma non è facile perché la gente è convinta che la sabbia marina, avendo granelli più grossi, sia migliore”.

Nonostante le conseguenze socio-economiche già palpabili e i numerosi studi sul tema, non esiste una strategia nazionale di lotta contro l’erosione costiera. “Il governo ci ha offerto dei pacchetti di riso, ma noi rivogliamo la nostra casa. Tutto ciò che ci hanno dato è un prodotto avariato. Ma dov’è lo Stato?”, s’indigna Ndèye Yacine Dieng portavoce delle donne di Bargny.

I rischi del carbone

A Bargny, la popolazione si è sentita abbandonata e anche un po’ tradita. Consapevole del problema, il comune aveva destinato delle parcelle di terreno alle vittime dell’erosione costiera. Lo stesso terreno sul quale oggi lo Stato senegalese ha previsto la costruzione di una centrale a carbone da 125MW, finanziata con 55 milioni di euro dalla Banca africana di sviluppo e che vede la partecipazione di una società svizzera.

La cittadina ha però già sperimentato sulla sua pelle le conseguenze ambientali e sanitarie del carbone. Sul suo territorio si trova infatti il più grande cementificio dell’Africa occidentale, alimentato da una centrale a carbone, che ricopre la regione di una spessa nube di polvere.

Bargny non ne vuole dunque sapere di un’altra centrale e ha sporto denuncia presso l’Organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione (OCSE). Ibrahima Diagne è uno dei portavoce di questa battaglia e ha studiato da vicino le conseguenze che il progetto avrebbe sulla regione. In primis il rischio sanitario e ambientale, dato che la centrale si trova a poche centinaia di metri dal centro abitato. 

"Bargny si trova in mezzo a due sciagure"

Ibrahima Diagne, uno dei portavoce della battaglia contro la centrale a carbone.  (swissinfo.ch)

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“Tra i combustibili fossili, il carbone è quello che produce proporzionalmente la maggior quantità di CO2, gas ritenuto tra i principali responsabili del cambiamento climatico. Il mare servirà inoltre da tampone: cinque pompe aspireranno ogni ora 15mila metri cubi d’acqua per poi riversarli nel mare, ma a una temperatura di 10° superiore. Cosa ne sarà dell’ecosistema marino?”.

Senza contare che finora non si sa dove saranno messi i residui delle 400mila tonnellate di carbone bruciate ogni anno dalla centrale. “Dicono che con la centrale tutti i giovani avranno un lavoro. Ma per avere un lavoro bisogna prima di tutto essere in buona salute e sappiamo che il carbone aumenta il rischio di tumori e malattie alle vie respiratorie”, gli fa eco Ndèye Yacine Dieng.

Il 40% del Senegal immerso nel buio

Un carbone anche un po svizzero

Il progetto di centrale a carbone di Bargny risale al 2009 ed era stato lanciato dall’allora presidente Abdulaye Wade. I lavori di costruzione sono iniziati nel 2013, ma sono stati interrotti un anno dopo in seguito alle proteste della popolazione.

Nel frattempo la società svedese che aveva vinto l’appalto, la Nykomb Synergetics Development, si è ritirata a favore della società indiana Promac, che ha già mandato un gruppo di operai sul posto creando un certo nervosismo tra la comunità.

Nel progetto figura anche una società svizzera, la Comptoir Balland Brugneaux, incaricata del trasporto del carbone dal Sud Africa al Senegal. L’abbiamo contattata per avere maggiori dettagli sul progetto, ma la ditta con sede a Ginevra si è rifiutata di rispondere alle nostre domande. 

Se il Senegal si è lanciato in questa corsa al carbone, con cinque progetti di centrali, è perché è confrontato con un grave problema di approvvigionamento energetico. Le interruzioni di corrente sono frequenti a Dakar come nei villaggi e ciò ha pesanti conseguenze sulla popolazione e sull’economia del paese.

 “Il Senegal è confrontato con un problema costante: far fronte ai bisogni urgenti della popolazione ed elaborare una pianificazione energetica sul lungo termine. Oggi la copertura del fabbisogno energetico nelle città non arriva nemmeno al 60%, mentre nelle zone rurali è del 26%”, spiega Moussa Diop, che oltre a lavorare per la Società nazionale d’elettricità - promotrice delle centrali a carbone - è vicepresidente del Comitato nazionale contro il cambiamento climatico.

L’attuale parco energetico del Senegal riposa essenzialmente sul petrolio. “Quando il prezzo del greggio è aumentato, i politici hanno avuto paura e hanno così deciso di puntare sul carbone, che sembra essere meno caro. In fondo si sono detti che anche l’Europa si è sviluppata grazie al carbone e alle energie fossili. Dunque se noi vogliamo crescere doppiamo risolvere i nostri problemi urgenti, prima di puntare sulle energie rinnovabili. Anche perché oggi queste sono di difficili accesso: il costo è alto e le tecnologie non sono disponibili in Senegal. Abbiamo ingegneri ben formati nel campo delle energie fossili, ma non in quelle pulite”.

Il problema, afferma Moussa Diop, è che finora nessuna delle cinque centrali a carbone è operativa. Prima di investire nelle energie rinnovabili il Senegal vuole raggiungere una certa autosufficienza energetica col carbone. “Questi ritardi rischiano dunque di compromettere l’obiettivo che il paese si è dato di produrre il 20 - 30% di elettricità grazie alle energie rinnovabili, entro il 2017/2018”.

Paesi ricchi e poveri, tra debito e responsabilità

Il costo delle energie rinnovabili e il cosiddetto “debito” dei paesi ricchi è uno dei temi caldi della Conferenza sul clima di Parigi. Intervistato dalla Radiotelevisione svizzera (RSI), Pietro Veglio, ex direttore esecutivo per la Svizzera della Banca mondiale, ritiene che l’Europa e le organizzazioni finanziarie internazionali possano e debbano svolgere un ruolo importante per aiutare i paesi in via di sviluppo ad investire nelle energie pulite.

In un paese come il Senegal, afferma Veglio, il fotovoltaico “potrebbe avere un utilizzo razionale e produttivo nelle zone rurali”, mentre le centrali a carbone potrebbero essere utilizzate per coprire il fabbisogno energetico delle città. “Il coinvolgimento delle popolazioni è però fondamentale. Nel caso di Bargny, mi stupisce che la Banca africana di sviluppo non abbia cercato di ridurre il costo ambientale e sociale”.

Contattata, la BAD si è limitata a rispondere che la centrale si trova al di fuori del perimetro di sicurezza previsto dalla legge. Dal canto suo, Moussa Diop riconosce che Bargny è già confrontata con diversi problemi ecologici. “La centrale potrebbe effettivamente essere delocalizzata”.

Dalle parole ai fatti

A Parigi, il presidente del Senegal Macky Sall si è detto disposto a limitare l’uso del carbone a patto che i paesi ricchi sostengano la transizione energetica dei paesi in via di sviluppo ed emergenti. Un aspetto centrale delle discussioni in corso alla COP21.

Pur avendo riposto molte speranze nella COP21, la popolazione di Bargny non ha intenzione di abbassare la guardia e attende che le parole siano tradotte in fatti.

“Sappiamo che il Senegal ha grandi problemi di approvvigionamento energetico, ma non per questo lo Stato ha il diritto di distruggere Bargny!”, afferma senza mezzi termini Ndèye Yacine Dieng.

“Siamo così stanchi… È il coraggio che ci fa andare avanti. Non abbiamo i mezzi per batterci contro lo Stato e i suoi partner. Ma non cederemo mai, perché non possiamo negoziare la nostra vita”.


Carbone, una minaccia diffusa

Il 40% circa dell’energia mondiale è prodotta grazie al carbone, combustibile fossile ritenuto responsabile di un terzo delle emissioni di gas a effetto serra. I maggiori produttori e consumatori sono Cina, Stati Uniti, India e Unione europea.

Il consumo di carbone nel mondo è aumentato del 55% tra il 1990 e il 2012, anche grazie al suo costo relativamente ridotto. Alla COP21, una coalizione di ONG ha chiesto una “decarbonizzazione” totale dell’economia mondiale, zero emissioni e 100% di energie rinnovabili entro il 2050. 

swissinfo.ch

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