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Ritorno al paese


La diaspora, il tesoro non sfruttato del Kosovo




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Il Kosovo, qui la capitale Pristina, è indipendente dal 2008. (Theodor Barth/laif)

Il Kosovo, qui la capitale Pristina, è indipendente dal 2008.

(Theodor Barth/laif)

Disoccupazione, povertà, corruzione e inefficienza. Il Kosovo è confrontato con diversi problemi e negli ultimi mesi decine di migliaia di persone hanno lasciato il paese. Per alcuni giovani kosovari in Svizzera, il piccolo stato balcanico è invece sinonimo di grandi opportunità.

«Ai miei dipendenti a Pristina dico sempre: qui siamo in Svizzera, il Kosovo inizia oltre la finestra», afferma Drenusha Shala, responsabile di un call center nella capitale kosovara. «Abbiamo portato in Kosovo la mentalità lavorativa svizzera: efficienza, precisione, attenzione alla qualità e costanza», sottolinea la giovane imprenditrice cresciuta a Greifensee, nel canton Zurigo.

Giunta in Svizzera come rifugiata assieme alla famiglia all’età di sette anni, Drenusha Shala ha seguito una formazione di impiegata di commercio. Nel 2012, contro il volere del padre, ha deciso di ritornare nel suo paese con due amici albanesi, anch’essi cresciuti in Svizzera, per lanciare un’attività di servizi telefonici. «L’ho fatto per l’aspetto economico, senza dubbio, ma anche per un certo senso patriottico: voglio aiutare il mio paese», dice.

Trovare il personale per lavorare con una clientela quasi esclusivamente germanofona non è stato difficile, spiega. «Come me, molti kosovari sono andati in Europa prima o durante la guerra. In Germania, Austria e Svizzera hanno imparato il tedesco. La maggior parte è stata rispedita a casa e ora ci sono molte persone che padroneggiano la lingua».

Altro atout del paese balcanico: i bassi salari. «Sono in media venti volte inferiori a quelli in Svizzera», rileva Drenusha Shala. Pur pagando gli impiegati 540 euro al mese, il doppio rispetto alla media nazionale, è possibile proporre tariffe concorrenziali sul mercato europeo, afferma.

Dinamica e determinata, la 25enne è convinta del «grande potenziale» del paese balcanico. «Con pochi mezzi si può avere successo». Le cifre che ci presenta le danno ragione: crescita e organico sono raddoppiati anno dopo anno e dai 7 collaboratori iniziali si è passati a 156. Oggi, dice, la sua società è tra i più grandi datori di lavoro di Pristina.

Svizzera e Kosovo

Berna e Pristina intrattengono una stretta relazione. La Svizzera è tra i principali paesi donatori dello Stato balcanico e ospita una delle più importanti diaspore kosovare in Europa.

Rapporti diplomatici: la Svizzera ha riconosciuto il Kosovo il 27 febbraio 2008, dieci giorni dopo la proclamazione d’indipendenza. Da allora sono stati sottoscritti vari accordi bilaterali (ad esempio nel campo della cooperazione tecnica e finanziaria e della protezione degli investimenti).

Cooperazione: la collaborazione con l’attuale repubblica del Kosovo risale alla fine del conflitto armato del 1998-1999, quando la Svizzera ha offerto aiuti umanitari e alla ricostruzione. Oggi il sostegno si concentra sullo sviluppo politico ed economico. Dal 1999, l’esercito elvetico partecipa alla missione di pace KFOR. Complessivamente, Berna stanzia circa 65 milioni di franchi all’anno in favore del Kosovo.

Commercio: gli scambi sono modesti. Le esportazioni svizzere hanno totalizzato 22 milioni di franchi nel 2014, le importazioni 8 milioni.

Migrazione: I primi lavoratori kosovari sono giunti in Svizzera negli anni 1960. Nella Confederazione vivono oggi circa 95'000 cittadini kosovari. Se si considerano anche le persone con origini kosovare, il numero raddoppia.

Fonte: DFAE

Migrazione di qualità

Per Bashkim Iseni, fondatore di albinfo.ch, un sito d’informazione destinato alla diaspora di lingua albanese in Svizzera, quello di Drenusha Shala è un modello da seguire. «Per chi ha passato tutta la vita in Svizzera è difficile tornare in Kosovo. La seconda generazione ha però molte possibilità: ha acquisito conoscenze e un’istruzione svizzera e al contempo conosce la mentalità e la cultura albanese», rileva.

Ci sono diversi giovani ingegneri che intendono sviluppare delle attività in Kosovo, constata Bashkim Iseni. «È una migrazione di qualità: gente che vuole lanciare prodotti e tecnologie nuove», sottolinea. Iseni cita l’esempio di tre imprenditori, attivi sul mercato elvetico, che vorrebbero realizzare una centrale di ultima generazione per il trattamento dei rifiuti nella città di Ferizaj, secondo centro economico del Kosovo.

Il crescente interesse dei kosovari in Svizzera a investire e a fare affari nel loro paese è confermato anche da Andreas Ragaz, responsabile del Fondo Start-up, un programma della Segreteria di Stato dell’economia per la promozione del settore privato nei paesi emergenti o in transizione.

«In Kosovo, i settori più promettenti sono la lavorazione di prodotti agricoli e alimentari, l’edilizia e le energie rinnovabili», indica a swissinfo.ch. Tra i progetti sostenuti finora: la produzione di legno in pellet e la fabbricazione di sacchetti di carta.

Anche Drenusha Shala ha potuto contare sul sostegno della Svizzera. Nel quadro di un programma per il miglioramento delle prospettive lavorative dei giovani kosovari (progetto EYE), ha ottenuto un aiuto di 30'000 franchi. «Sono serviti per la certificazione ISO dell’azienda. È un modo indiretto per creare impieghi siccome ci conferisce più credibilità e quindi più possibilità di crescita», spiega.

Incertezza giuridica

Il Kosovo, indipendente dal 2008, è dunque una nuova terra promessa? Non esattamente.

Nel paese balcanico un terzo della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. La disoccupazione tocca il 50% e tre giovani su quattro sono senza lavoro. La corruzione, l’eccessiva burocrazia e l’instabilità delle istituzioni continuano a frenare lo sviluppo del paese e a disilludere la popolazione, osserva Bashkim Iseni.

Una situazione di cui ha (ri)preso conoscenza il resto dell’Europa negli scorsi mesi. In un esodo senza precedenti dalla fine della guerra nel 1999, circa 100'000 persone hanno lasciato il Kosovo durante l’inverno per cercare migliori opportunità altrove, soprattutto in Germania, Francia e Austria.

«Il fenomeno dell’esodo si è ora stabilizzato, anche perché chi voleva partire è partito», osserva il responsabile di albinfo.ch. I problemi però rimangono. Tra le difficoltà maggiori per chi intende investire in Kosovo c’è l’incertezza giuridica. Per i datori di lavoro, ma pure per i dipendenti, rileva Drenusha Shala.

«Volendo potremmo approfittare dei nostri dipendenti offrendo condizioni di lavoro che non corrispondono al contratto. Dal canto loro, anche i collaboratori potrebbero danneggiarci senza che noi possiamo fare qualcosa», afferma. È anche per aver un maggior peso in caso di disputa, oltre che per questioni di credibilità di fronte ai clienti, che la sede giuridica della sua azienda è in Svizzera, aggiunge.

A sorprenderla, appena arrivata in Kosovo, è stata anche la mancanza d’informazioni. «Non sapevamo dove ordinare sedie e computer. Non c’erano banche dati o pagine gialle. Impossibile pure sapere quanti kosovari erano rientrati dalla Svizzera o dalla Germania», ricorda Drenusha Shala.

Motivare la diaspora

Secondo Bashkim Iseni, la Svizzera - tra i principali donatori del Kosovo - sta facendo tutto il possibile per aiutare il suo paese. Punta invece il dito contro le autorità di Pristina, ree, secondo lui, di non fare abbastanza per sfruttare il potenziale della diaspora. Non in termini di rimesse, ma di trasferimento delle competenze.

«Manca una vera determinazione politica a motivare la diaspora, che rappresenta un vero e proprio tesoro. La diaspora deve essere considerata una priorità statale per lo sviluppo del Kosovo», afferma. Ci vogliono proposte concrete per promuovere e garantire gli investimenti, ad esempio costruendo edifici con uffici, insiste. «Il Kosovo è un paese isolato e la diaspora può rompere questo isolamento».

swissinfo.ch

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