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Tra armonizzazione e federalismo


Unificare l’insegnamento? Polemiche nella Svizzera tedesca


Di Ariane Gigon, Zurigo


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 (Keystone)
(Keystone)

Un nuovo «piano di studi» per la scuola dell’obbligo nella Svizzera tedesca è al centro delle polemiche. Un’opposizione eterogenea teme che la riforma limiti la creatività e la libertà di pensiero dei giovani oppure che costi troppo e rimetta in discussione il federalismo.

Ancora più che nel calcio, dove quasi tutti si sentono legittimati a dare dei giudizi, la scuola è oggetto di analisi e di commenti da parte di una moltitudine di esperti: non solo gli insegnanti e i politici (che devono votare i budget per la scuola), ma anche i genitori vogliono dire la loro.

Non stupisce perciò che la scuola sia un tema costante di dibattito. Soprattutto in Svizzera, dove i cantoni hanno la competenza sull’educazione. Sia che si tratti dei 2064 scolari del canton Appenzello interno, sia dei 147'130 di Zurigo, i cantoni hanno gli stessi poteri. Ma non gli stessi programmi, o almeno non ancora.

Uno scolaro bernese comincia a studiare l’inglese in quinta elementare, mentre un bambino che vive nella città di Zurigo comincia ad apprenderne in modo ludico le prime nozioni a partire dal secondo anno di scuola, attorno ai 7-8 anni, o meglio nel quarto anno del nuovo sistema introdotto dalla riforma HarmoS.

Da anni infatti, la necessità di armonizzare i programmi, per rispondere all’accresciuta mobilità dei cittadini, ha innescato vari cambiamenti. Il concordato sull’armonizzazione delle scuole è uno degli elementi centrali di queste riforme. I due anni di scuola dell’infanzia (l’asilo) sono ormai considerati parte della scuola dell’obbligo e la vecchia prima elementare è diventata la «terza HarmoS».

Dettato costituzionale

Un’altra manifestazione di questa volontà di unificazione è stata l’adozione da parte dei cittadini, in una votazione a livello federale, di un nuovo articolo costituzionale sull’istruzione pubblica, che obbliga i cantoni a coordinare, tra l’altro, «l’età di entrata a scuola, la durata e gli obiettivi di insegnamento».

La fine del corsivo

Il piano di studi delle Svizzera tedesca comporta anche un’altra piccola rivoluzione per gli allievi germanofoni del paese: l’abbandono del corsivo (Schürlischrift) in favore di una scrittura detta «di base», sempre legata, ma senza gli ornamenti e gli svolazzi del vecchio corsivo, che fanno molto soffrire alcuni bambini, e molto vicina allo stampatello.

Molti cantoni hanno già abbandonato il corsivo, che nel resto nella Svizzera tedesca viene insegnato solo a partire dal secondo anno. Gli altri potranno decidere se e quando abbandonare la Schnürlischrift, nata nel 1947, dopo l’abbandono dei vecchi caratteri gotici.

I cantoni della Svizzera francese hanno già elaborato un piano di studi comune nel 2010. I cantoni della Svizzera tedesca si sono messi al lavoro un po’ più tardi e si sono impegnati in un processo più articolato, anche perché il coordinamento tra 21 cantoni germanofoni e plurilingui è più complicato. All’inizio di novembre il Lehrplan 21è stato finalmente adottato dai cantoni coinvolti, ora incaricati di applicarlo.

«Non è una rivoluzione», hanno affermato i ministri cantonali dell’educazione. «I cantoni conservano un grande margine di manovra». Hanno anche insistito sul fatto che non si tratta dell’unificazione dei programmi scolastici cantonali, idea ben poco federalista, ma piuttosto dell’armonizzazione richiesta dalla Costituzione federale.

Un progetto «impraticabile»

Per Beat Zemp, presidente dell’Associazione degli insegnanti della Svizzera tedesca, il nuovo piano di studi rappresenta una «bussola» che permette agli insegnanti di orientarsi. Il sindacato pone tuttavia delle condizioni per il suo sostegno alla riforma: sono necessari mezzi finanziari sufficienti per il materiale d’insegnamento e per la formazione degli insegnanti.

Tuttavia gli avversari hanno cominciato ad affilare le armi già prima dell’adozione del progetto finale. Nel dicembre del 2013 un gruppo di insegnanti riunito sotto il nome di «550 contro 550» (dal numero simbolico di firme che si volevano inizialmente raccogliere contro il piano di studi, che nella prima versione contava 550 pagine) hanno presentato un memorandum contro il piano di studi. Il memorandum alla fine è stato firmato da oltre 1000 persone.

«La nostra presa di posizione non è un’azione politica», precisa uno degli iniziatori del progetto, l’insegnante Alain Pichard, deputato al parlamento della città di Bienne. Il nostro obiettivo era di mobilitare la base contro un progetto che fin dall’inizio ci è sembrato impraticabile».

Competenze e contenuti

«La nostra critica principale è rivolta al principio delle competenze», spiega Alain Pichard. «Questo piano di studi non mira più a raggiungere obiettivi di apprendimento basati su contenuti, ma all’acquisizione di competenze misurabili». Secondo l’insegnante, un tale sistema «riproduce un modello economico e temiamo che nuoccia alla libertà di pensiero e alla creatività dei giovani».

«Sicuramente non ci sono mai competenze senza contenuti» risponde Lucien Criblez, professore all’Istituto di scienze dell’educazione dell’università di Zurigo. «Oltretutto queste cosiddette ‘nuove competenze’ assomigliano molto a quelli che un tempo si chiamavano ‘obiettivi di apprendimento’. Si determina con quali contenuti gli allievi debbano raggiungere determinati obiettivi. È una costruzione, forse un po’ vaga, ma nel solco di quanto fatto finora».

I ministri cantonali dell’educazione hanno anche voluto precisare che «le prestazioni individuali degli insegnanti e degli allievi» non saranno misurate e che non ci saranno classifiche comparative tra le scuole. I test saranno realizzati sulla scorta di campioni che non si presteranno alla creazione di graduatorie.

Test onnipresenti

Per Lucien Criblez, «è normale che la scuola sia sottoposta a controlli, perché è finanziata con soldi pubblici. Il timore che tutta l’attività scolastica sia controllata, testata e monitorata non è però giustificato». Tuttavia, ammette, l’onnipresenza di questi test conduce a un nuovo modo di insegnamento, che nel gergo dei pedagoghi ha già ricevuto un nome: è il teaching to the test, l’insegnamento finalizzato a ottenere buoni risultati nei test.

Nel mondo della politica è stata la nazional-conservatrice Unione democratica di centro a guidare l’opposizione al nuovo piano di studi prima ancora che fosse approvato. Il partito ritiene che la riforma sia troppo cara, violi il principio del federalismo e sia troppo esigente per gli insegnanti e gli scolari. Per questo l’UDC si oppone anche all’insegnamento di due lingue straniere alle elementari.

In linea di principio, la riforma non sarà sottoposta ai legislativi cantonali ed è proprio questo che fa indignare gli oppositori. «È necessario che parenti e insegnanti possano pronunciarsi», afferma Anita Borer, deputata UDC al Gran consiglio di Zurigo.

La centralità dei manuali scolastici

Il gruppo «550 contro 550» non vuole in alcun modo essere associato a un movimento politico. «Non siamo conservatori o reazionari», precisa Alain Pichard. «La nostra resistenza è sostenuta soprattutto da persone di sinistra. Del resto non vogliamo lanciare un’iniziativa». In Argovia e a Basilea-Campagna, sono piuttosto gli insegnanti a raccogliere firme contro la riforma, a Svitto, Uri e Zurigo è l’UDC a guidare la fronda contro il Lehrplan 21.

Tuttavia le persone coinvolte nella discussione sono consapevoli del fatto che non saranno le decisioni politiche a determinare ciò che gli allievi apprenderanno, bensì più prosaicamente i libri di scuola. La loro produzione è molto costosa. I cantoni si stanno alleando per pubblicare nuovi manuali scolastici. Una volta che questi saranno arrivati sui banchi di scuola sarà difficile fare marcia indietro.

Come conclude Lucien Criblez, «numerosi insegnanti si basano sui manuali per preparare il loro lavoro, non sul piano di studi. È il caso soprattutto in materie come la matematica o le lingue straniere».


(traduzione di Andrea Tognina), swissinfo.ch



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