«Dialogare prima che sia troppo tardi»

Daniel de Roulet, curatore del festival: "Quel che vogliamo è una fiducia critica verso la scienza" Keystone Archive

Il dialogo tra scienziati e non addetti ai lavori non è facile. Tante sono le incomprensioni reciproche. La settimana della scienza vuole favorire un atteggiamento aperto, anche se critico, verso la scienza. Ed evitare che i giovani voltino le spalle alla ricerca. Ne abbiamo parlato con Daniel de Roulet, scrittore e curatore del festival «Science et Cité».

Questo contenuto è stato pubblicato il 02 maggio 2001 - 15:18

Le aspettative nei confronti della scienza sono enormi, soprattutto nel campo della medicina, ma nel contempo risuonano sempre più spesso appelli a porre dei limiti alla ricerca. Il dialogo tra scienza e società presenta grandi difficoltà. I due mondi - in realtà tra loro indissolubilmente interconnessi - tendono ad arroccarsi su posizioni tra loro difficilmente conciliabili.

La constatazione di questa difficoltà a trovare un dialogo costruttivo sta alla base del progetto «Science et Cité». Nelle discussioni che riguardano la scienza, rileva Daniel de Roulet, curatore del festival, gli scienziati hanno la tendenza a dire «Ah, ora vi spiego io.» Una risposta insufficiente che non apre veramente la porta alla discussione.

«Quello che c'interessa è un vero dialogo, non un'informazione in più sulla scienza», spiega. La necessità di un dialogo tra scienza e società era emersa con particolare evidenza durante il dibattito sulla «GenLex», la legge sulla tecnologia genetica, nel 1998. È quello il momento in cui ha preso forma concreta l'idea del festival.

«Science et Cité» non vuole essere una semplice azione di pubbliche relazioni in favore del mondo scientifico né vuole propagandare un'ingenuo ottimismo nei confronti del progresso. Il dialogo, dice ancora de Roulet, dovrebbe condurre ad una «fiducia critica, non ad una fiducia cieca, che non sarebbe positiva né per la scienza, né per la società.».

L'intento è chiaro, ma non è di facile realizzazione. «Negli Stati Uniti c'è chi parla di 'science war', di guerra della scienza», ricorda il curatore del festival. I fronti, secondo questa impostazione, sarebbero talmente rigidi che non vi sarebbe più spazio per un dibattito. Ma ciò implica il rischio che i giovani - e a loro è dedicato in particolare «Science et Cité» - rifuggano il mondo della scienza.

«Il 35 per cento dei giovani ritiene che la scienza comporti più svantaggi che vantaggi», nota de Roulet. E la Svizzera non può permettersi di perdere menti che potrebbero dare il loro contributo, anche se critico, alla ricerca scientifica. Per questo, prima che ci si trovi in difficoltà, il festival vuole permettere il dialogo «nei momenti in cui c'è ancora il tempo per farlo».

Naturalmente, nel confronto fra scienza e società, un problema che si pone è quello del linguaggio, della possibilità di capirsi. Per questo motivo, le manifestazioni del festival si tengono nella lingua della regione in cui si svolgono, rinunciando all'inglese, che è la lingua comune della scienza.

E poi cercando forme di comunicazione comuni a tutti gli interlocutori. «Siamo del parere che anche quelli che pongono le domande in forma non scientifica hanno il diritto di essere ascoltati e capiti da coloro a cui la domanda è rivolta e hanno anche il diritto di ricevere una risposta che non sia in un linguaggio incomprensibile».

Andrea Tognina

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