«La cooperazione svizzera non deve aver paura delle città»

Nelle città - qui una bidonville in Brasile - la povertà cresce più in fretta che nelle zone rurali Keystone

Fra un anno, la metà degli esseri umani vivrà in un ambiente urbano. Ma alle città è destinato solo il 10% dei fondi della cooperazione internazionale.

Questo contenuto è stato pubblicato il 11 luglio 2007 - 18:49

Anche la Svizzera dovrebbe adattare i suoi progetti di cooperazione a questo fenomeno. È l'opinione di Jean-Claude Bolay, esperto del Politecnico di Losanna che swissinfo ha intervistato in occasione della Giornata mondiale della popolazione.

Nel suo rapporto annuale, pubblicato il mese scorso, il Fondo delle Nazioni unite per la popolazione (Fnuap) indica che nel 2008 3,3 miliardi d'individui vivranno in città.

Direttore della cooperazione scientifica allo sviluppo del Politecnico federale di Losanna, Jean-Claude Bolay ritiene che i professionisti svizzeri del settore debbano superare il loro «blocco culturale» nei confronti delle metropoli del sud. Secondo Bolay, la Svizzera ha tutte le carte in regola per fare bene in questo ambito.

swissinfo: Nel 2006, la Svizzera ha destinato poco più di 2 miliardi di franchi all'aiuto allo sviluppo. Quale somma è finita in progetti urbani?

Jean-Claude Bolay: La Direzione della cooperazione e dello sviluppo (DSC) non ha più un sistema di classificazione che permette di distinguere tra progetti destinati a zone rurali e urbane. Quattro o cinque anni fa il servizio urbano è stato suddiviso tra altri settori.

In effetti, si è sempre trattato di un settore di secondo piano per la DSC, anche se c'era una buona competenza. Con questa ristrutturazione, non si raggiunge più la massa critica di esperti per affrontare le questioni legate allo sviluppo delle città.

swissinfo: La cooperazione svizzera rischia dunque di passare accanto alla sfida dell'urbanizzazione?

J.-C. B.: Se comparata a livello internazionale, la DSC è certo l'organismo che fa di più e in modo più intelligente per gli investimenti in ambito urbano.

Ma la cooperazione non sono solo le istituzioni statali, sono anche innumerevoli ONG. E le ONG svizzere, note per la loro professionalità, sono addirittura meno presenti della DSC nelle città.

swissinfo: Perché?

J.-C. B.: Penso che ci sia un vero e proprio blocco culturale a questo proposito. In Svizzera ci si considera come un piccolo paese, poco adatto per comprendere i problemi delle megalopoli del sud.

Si fa fatica ad immaginare che possa esserci sviluppo fuori dei legami che si fanno tra protezione della natura e ambiente da un lato e povertà e zone rurali dall'altro.

Le cifre, però, ci dicono che esiste anche una tendenza all'urbanizzazione della povertà.

swissinfo: Il rapporto del Fnuap dice che oggi un abitante di città su tre vive in una bidonville...

J.-C. B.: Troppo spesso la cooperazione opera i suoi investimenti secondo criteri di rendita o di clientelismo politico. I bisogni della maggioranza non sono presi che raramente in considerazione.

Nelle città ci sono zone intere che sfuggono al controllo delle autorità. Anche se nelle zone urbane le opportunità sono maggiori, la situazione umana e sanitaria, con le ripercussioni sociali che conosciamo, è spesso difficile da accettare.

Bisogna lavorare d'anticipo. Gli investimenti della cooperazione non devono essere fatti dopo che si sono verificati dei problemi, in zone già occupate, perché costa di più.

swissinfo: Ma la cooperazione non è "condannata" ad arrivare troppo tardi?

J.-C. B.: Si arriva sempre in ritardo quando non si valuta come prioritaria una determinata situazione. Oggi constatiamo che le piccole città di 20, 30 o 50'000 abitanti vengono abbandonate. Bisogna uscire dagli schemi abituali e intervenire là dove il fenomeno dell'urbanizzazione continuerà in modo forte.

Da questo punto di vista, la Svizzera ha delle carte da far valere. La sua esperienza può essere molto utile, soprattutto se in gioco ci sono la pianificazione degli spazi urbani e i rapporti tra la popolazione e le autorità politiche.

Intervista swissinfo, Carole Wälti
Traduzione, Doris Lucini

Fatti e cifre

Dal 2000 al 2030 la popolazione urbana in Asia passerà da 1,36 a 2,64 miliardi di abitanti.
Africa: da 294 a 742 milioni di abitanti.
America latina: da 394 a 609 milioni di abitanti.
Nel 2030 la popolazione urbana in Europa sarà di 685 milioni di abitanti.

End of insertion

In breve

Durante il Ventesimo secolo la popolazione urbana è rapidamente cresciuta, aumentando –secondo le statistiche delle Nazioni Unite – da 220 milioni a 2,8 miliardi di abitanti.

Nel 2008 sarà raggiunto uno storico traguardo: per la prima volta, oltre la metà della popolazione mondiale – vale a dire 3,3 miliardi di persone – abiterà in città.

Nel 2030 le città saranno il luogo di residenza per 5 miliardi di persone, equivalenti al 60% degli abitanti del pianeta. Nel 1950, tale percentuale ammontava al 29%.

La povertà aumenta più rapidamente nelle zone urbane rispetto a quelle rurali. In Africa, il 72% della popolazione urbana vive in condizione di miseria; nell'Asia meridionale questa percentuale è del 56%.

End of insertion

Questo articolo è stato importato automaticamente dal vecchio sito in quello nuovo. In caso di problemi nella visualizzazione, vi preghiamo di scusarci e di indicarci il problema al seguente indirizzo: community-feedback@swissinfo.ch

Condividi questo articolo