Le elezioni presidenziali boliviane viste da una svizzera all'estero

Sostenitrici del candidato alla presidenza della Bolivia Luis Arce. Copyright 2020 The Associated Press. All Rights Reserved

La Bolivia, dopo un anno di governo provvisorio, eleggerà domenica un nuovo presidente. Il rischio è che lo schieramento perdente causi disordini, ritiene la svizzera Katharina Cerny Escobar, che vive a Cochabamba.

Questo contenuto è stato pubblicato il 15 ottobre 2020 - 16:06
Flurina Dünki

"Da un anno ormai, riceviamo un colpo dopo l'altro", dice Katharina Cerny Escobar quando si collega da Cochabamba in videochiamata. Tutto è iniziato con le elezioni presidenziali dello scorso novembre, quando il presidente uscente Evo Morales si è dichiarato vincitore, ma poi ha dovuto dimettersi e fuggire all'estero a causa delle accuse di brogli elettorali e della mancanza di sostegno da parte dell'esercito e della polizia.

Nelle settimane successive, in tutta la Bolivia hanno regnato disordini e instabilità economica. "E proprio quando il Paese si stava riprendendo, è arrivato il Covid."

La Svizzera Katharina Cerny Escobar, che vive a Cochabamba, partecipa spesso a gare di rampichino. È originaria di Berna, ha 43 anni e ha studiato a Friburgo antropologia, spagnolo e scienze della comunicazione. A Cochabamba dirige insieme a suo marito l'agenzia di viaggi Korysuyo. La coppia ha una figlia di sette anni. zvg

La pandemia non solo ha innescato una nuova recessione economica e una drastica perdita di reddito per la società boliviana e spinto il sistema sanitario ai limiti, ma anche impedito lo svolgimento delle nuove elezioni, che erano state programmate per il 3 maggio 2020. In un primo tempo sono state rinviate al 6 settembre, ma poiché in agosto cominciava a profilarsi pe ril mese successivo un picco di contagi, la presidente ad interim Jeanine Áñez spostato le elezioni al 18 ottobre.

Vendere croissant al burro invece di viaggi

La bernese Katharina Cerny Escobar vive da 14 anni a Cochabamba, dove gestisce un'agenzia di viaggi con il marito boliviano Roberto. "Siamo chiusi da marzo e finora non siamo riusciti a riaprire", dice. "Chi come noi ha ancora dei risparmi li sta consumando".

Nel frattempo, ha però scoperto quasi senza volerlo una nuova fonte di reddito. Come molti altri, nel tempo libero ha fatto esperimenti in cucina con la figlia di sette anni. Tra le altre cose ha preparato dei cornetti al burro (Buttergipfeli). "Ne ho regalati alcuni ai nostri amici, a cui sono piaciuti così tanto che mi hanno detto di venderli."

Classe media impoverita

La propaganda elettorale ha messo rapidamente al centro del dibattito la pandemia. Slogan come "abbiamo il miglior piano sanitario" o "abbiamo il miglior piano per l'economia" si ritrovano sui manifesti di candidati dell'intero spettro politico.

Dal punto di vista economico, la Bolivia ha sofferto molto, osserva la cittadina svizzera. Negli ultimi quattro anni si era finalmente formata una classe media che ora però si sta rapidamente assottigliando. "Mettere i risparmi in banca non è molto usuale in Bolivia; è più probabile che si investa denaro in un'azienda o in una casa", dice Cerny. Ma di solito tali investimenti necessitano di un prestito, che ora non può più essere rimborsato.

Due candidati

Nel frattempo, la rosa dei candidati è stata sfoltita in corsa rimangono due candidati con reali possibilità di vittoria. Uno è l'economista cinquantasettenne Luis Arce del partito di sinistra MAS (Movimento al socialismo). È il partito dell'ex presidente Evo Morales, che vive in esilio in Argentina. Durante la presidenza di Morales dal 2006 al 2019, Arce è stato ministro dell'Economia.

Luis Arce durante un evento elettorale a El Alto, 14 ottobre 2020. Keystone / Martin Alipaz

L'altro candidato è il politico di centro-destra Carlos Mesa, 67 anni, storico e giornalista. È già stato presidente tra il 2003 e il 2005 e un anno fa si è candidato contro Evo Morales.

Diversi altri candidati di destra e di centro hanno ritirato negli ultimi mesi la loro candidatura con l'obiettivo di concentrare i voti conservatori sulla persona di Carlos Mesa e di impedire che con Luis Arce la sinistra riconquisti il palazzo presidenziale di La Paz. Fra i candidati che hanno rinunciato alla corsa c'è anche la presidente ad interim Jeanine Áñez, che non aveva saputo rinunciare a partecipare alla contesa elettorale, nonostante il suo mandato forrse semplicemente di organizzare le prossime elezioni presidenziali.

Paura di ritorsioni

Carlos Mesa è sostenuto soprattutto dalla classe medio-alta urbana, osserva la svizzera di Cochabamba. Anche perché questa parte della popolazione ha paura di rappresaglie se il MAS tornasse al potere dopo un anno di transizione.

Carlos Mesa durante la campagna elettorale a Santa Cruz il 13 ottobre 2020. Keystone / Juan Carlos Torrejon

Il candidato del MAS Luis Arce trova i suoi sostenitori soprattutto nelle aree rurali e fra la popolazione indigena, che aveva già sostenuto Evo Morales, il primo presidente indigeno del paese. Questo elettorato teme che la repressione e la discriminazione sopportate per secoli facciano ritorno con Carlos Mesa.

Contrariamente a quanto ritiene spesso l'opinione pubblica dei paesi occidentali, la popolazione indigena non sostiene però in modo compatto Evo Morales. In Bolivia ci sono molte differenze e non tutti gli indigeni sono elettori del MAS, precisa Cerny Escobar.

"Votate per il male minore"

Scegliere l'uno per evitare l'altro non è più solo una strategia politica, ma anche l'atteggiamento di buona parte della popolazione boliviana, dice. Si parla molto di voto utile "Secondo me, nessuno dei due candidati è veramente valido, si può scegliere solo il male minore".

Oltre alle speranze e ai timori di conseguenze a lungo termine, la gente al momento teme soprattutto disordini non appena verranno annunciati i risultati delle elezioni, a prescindere dalla pandemia. Sia dopo questa domenica, sia dopo un eventuale secondo turno di votazioni. "E' quasi certo che i perdenti della campagna elettorale alimenteranno rivolte e blocchi stradali."

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