C'era una volta l'identità nazionale

A Schlieren, vicino a Zurigo, il 42% circa della popolazione è straniera Keystone

La nozione di identità ha marcato fortemente la politica migratoria del 20° secolo. Ma cosa significa effettivamente essere «svizzero»? Due facce della stessa medaglia, tra volontà di appartenenza e senso di esclusione.

Questo contenuto è stato pubblicato il 16 novembre 2008 - 21:00

La necessità di proteggere l'identità nazionale in una società pluralista, e di preservare quella altrui in un processo di integrazione, sono spesso al centro dei dibattiti sulla migrazione e la coesione sociale. La presenza di stranieri – che rappresentano un quinto della popolazione residente in Svizzera – porta infatti ad interrogarsi sugli elementi costitutivi dell'identità di un paese e sulle delimitazione poste tra «noi» e gli «altri».

Ma cosa significa essere svizzero in questo inizio di secolo? L'antropologo bernese Hans-Rudolf Wicker mette in guardia ricercatori e mondo politico dalla tentazione di concentrarsi troppo su questi concetti, perché una definizione troppo rigida può facilmente portare all'esclusione di una fetta importante della popolazione.

Dello stesso avviso anche Francis Matthey, secondo cui il «bisogno di appartenenza a una collettività è caratteristico di ogni comunità umana, ma parlare di un'identità nazionale monolitica è probabilmente troppo riduttivo». A differenza di altri paesi europei – come Francia o Germania – in Svizzera il legame è molto più forte con i comuni o le regioni che non con la "madre patria", sottolinea Matthey. «Alcuni sostengono persino che ci sentiremo prima cittadini europei che svizzeri», ironizza il presidente della commissione federale della migrazione (CFM) che quest'anno focalizza le proprie attività attorno a questo tema.

Un'identità in movimento

Sebbene la ricerca di un punto di riferimento, di un attaccamento al proprio territorio, sia legittima in un periodo di insicurezza economica e sociale, non bisogna dimenticare che la nozione di identità non è iscritta nel marmo, ma è un processo in continua evoluzione. «Si tratta di una realtà composita, multipla, sia sul piano individuale che collettivo», ricorda Francis Matthey.

«L'identità svizzera sarebbe la stessa senza quegli stranieri che fanno parte del nostro paese, che ne arricchiscono l'economia, la cultura e il modo di vivere?», si chiede il presidente della commissione. Un interrogativo che fa da sfondo all'eterno dibattito tra integrazione e assimilazione, tra la necessità di garantire ai migranti la possibilità di conservare la loro identità d'origine e l'urgenza di convertirne norme e costumi per un'adesione più completa.

La politica identitaria è anche una politica di attribuzione e soprattutto di strumentalizzazione, sottolinea Francis Matthey, «Lo dimostra la campagna lanciata dall'Unione democratica di centro (UDC, destra nazionalista) in occasione dell'iniziativa per delle "naturalizzazioni democratiche", che ha portato alla creazione di una nuova e quantomeno allarmante categoria, quella degli stranieri naturalizzati». Un'ulteriore barriera eretta non più tra stranieri e svizzeri, ma tra concittadini di prima e di seconda classe, come rileva il sociologo Franz Schultheis, professore all'università di San Gallo.

Questa tendenza alla classificazione si riscontra anche all'interno della stessa comunità straniera. Francis Matthey parla infatti di una tendenza a una politica migratoria a due velocità: da un lato l'élite economica proveniente dai paesi più industrializzati alla quale tutto (o quasi) è concesso e dall'altra la massa di immigrati sottoposti a regole più che mai restrittive.

«Rispettare gli altri per rispettare noi stessi»

Soltanto cinquant'anni fa gli immigrati italiani in Svizzera erano fortemente stigmatizzati, ricorda Matthey. «Venivano soprannominati cincali e fatti alloggiare in baracche scandalose, a testimonianza della poca considerazione che si aveva di loro. Oggi invece non rappresentano soltanto la principiale comunità straniera, ma anche la meglio integrata».

L'esperienza italiana mostra dunque come il processo di integrazione non possa essere portato a termine dall'oggi al domani. «Dobbiamo concedere alle nuove comunità di migranti, dagli ex jugoslavi ai turchi, il tempo di integrarsi. È una questione di adattamento reciproco, della ricerca di un rapporto più sereno tra maggioranza e minoranza».

Un processo integrativo messo a dura prova non solo dalle iniziative popolari lanciate a scadenza regolare contro gli stranieri, ma soprattutto dalle campagne diffamatorie che le accompagnano, puntualizza Matthey. «Basti pensare alle polemiche che ha scatenato – dentro e fuori i confini nazionali – il controverso manifesto elettorale dell'UDC raffigurante delle pecore bianche che buttavano fuori a calci dal territorio svizzero una pecora nera».

Una situazione analoga rischia di riprodursi anche in vista del voto sulle iniziative popolari contro la costruzione di minareti e per l'espulsione di stranieri che delinquono. «Ancora una volta l'UDC tenta di far leva sulle emozioni più che sull'intelligenza e contro simili discorsi non è sempre facile combattere».

«Si parla spesso di identità nazionale e di come preservarla», conclude Matthey, «ma definire chi siamo è intimamente legato alla comprensione di chi sono gli altri. Rispettarli, significa rispettare sé stessi».

swissinfo, Stefania Summermatter

Commissione federale della migrazione

La Commissione federale della migrazione (CFM) è stata istituita dal Consiglio federale il 1° gennaio 2008, dalla fusione delle commissioni degli stranieri e dei rifugiati.

Questa commissione extraparlamentare è composta da 30 membri, eletti per il periodo legislativo 2008-2011, e presieduta da Francis Matthey.

Tra gli incarichi della CFM figura il trattamento di questioni sociali, economiche, culturali, politiche, demografiche e giuridiche relative al soggiorno degli stranieri in Svizzera.

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Contesto

La Commissione federale della migrazione ha dedicato la sua giornata nazionale, svoltasi il 6 novembre a Berna, alla definizione della/e identità.

Al congresso ha preso parte anche la consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf, responsabile del Dipartimento federale di giustizia e polizia.

Diversi i temi affrontati: dalla ricerca del professor Franz Schultheis sull'iniziativa UDC per delle naturalizzazioni democratiche, a quella di Laurent Matthey e Béatrice Steiner sulle associazioni di migranti.

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