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Christian Marazzi: «Un movimento irrappresentabile»

Noto anche in Italia per libri quali "Il posto dei calzini" e "Il denaro va", l'economista ticinese Christian Marazzi è stato uno dei relatori al Forum sociale europeo di Firenze.

A lui Andrea Tognina ha chiesto un parere sullo stato e sulle capacità d'azione del movimento "no global".

Alcuni anni fa, nel 1994, il libro di un allora poco noto economista ticinese, pubblicato da una casa editrice di Bellinzona, divenne in Italia un piccolo best seller. Il libro si intitolava, curiosamente, "Il posto dei calzini" e ne era autore Christian Marazzi.

Il saggio proponeva un'analisi originale delle trasformazioni in atto nell'economia e nella politica mondiali. Da allora, quella di Marazzi è diventata una voce importante nel dibattito sulla fase di transizione che l'economia e la politica stanno attraversando.

Al Forum sociale europeo di Firenze, Marazzi partecipa ad una conferenza dedicata al tema "Dall'Unione europea della globalizzazione neoliberista all'Europa dell'alternativa". Gli abbiamo chiesto prima di tutto quale sia la sua visione rispetto ad una possibile evoluzione alternativa dell'Europa.

Professor Marazzi, lei vede realmente delle prospettive per la costruzione di un'altra Europa?

Non sono ottimista, anche se mi sforzo di esserlo. Non sono ottimista perché tutto va nella direzione opposta. Gli Stati Uniti stanno mettendo l'Europa in una posizione ancora più grave economicamente, con il molto probabile attacco all'Iraq e con tutte le sue conseguenze sulla ridefinizione geopolitica del controllo americano sui giacimenti di petrolio, con gli effetti sui prezzi, ecc.

D'altra parte non mi sembra che l'Unione europea abbia dato dei segnali di grande innovazione nelle modalità stesse della sua costruzione. È stata un'unificazione all'insegna di un modello che non è più europeo, che non fa più dello stato sociale una prerogativa forte, ma che non è neppure americano.

Siamo in una situazione di guado, mi sembra, dove l'idea di un'alternativa di tipo sociale difficilmente può passare attraverso i canali tipici e consolidati della rappresentanza partitica.

Io non vedo oggi molta sensibilità neppure nei centri-sinistra che si trovano all'opposizione. Pensi all'Italia. Mi sembra che di fronte ad un movimento molto ampio di critica del governo liberista di centro-destra l'unica cosa che il centro sinistra è capace di fare è di spaccarsi e di continuare a litigare per pezzettini di potere residuale.

Il problema grosso che vedo oggi è che c'è la necessità di un'alternativa ma non ci sono i canali istituzionali per questa alternativa.

Pensa che un'alternativa, una nuova forma di rappresentanza politica, possa nascere dal movimento "no global"?

È una domanda a cui è molto difficile rispondere, anche se è la domanda principale alla quale bisogna tentare di rispondere. Il problema è posto dalla natura stessa di questo movimento. Per la sua composizione, per la sua differenziazione interna, è un movimento che sfugge alla possibilità stessa di essere rappresentato.

Non esiste un'organizzazione che lo possa fare, a meno che ci si illuda sulla possibilità di costituire un parlamento planetario, come proponeva lo scrittore Borges in un suo racconto, o di un'assemblea mondiale in cui siano rappresentate tutte queste voci, queste etnie, queste classi sociali.

Il problema è questo: da una parte questo movimento è costitutivamente irrappresentabile, però allo stesso tempo deve trovare delle forme di organizzazione che garantiscano questa sua irrappresentabilità.

Il capitale globale ha delle sue forma di rappresentanza. Il Fondo monetario internazionale, l'Organizzazione mondiale per il commercio sono sicuramente delle istituzioni che organizzano e danno una voce ad una molteplicità di capitali e di stati nazione che guardano all'economia di mercato.

Lo stesso non si può dire per il movimento "no global" e credo che non bisogna neanche tentare di seguire quella pista, la pista cioè di una delega a istituzioni che trascendano la molteplicità del movimento. Ma questo è certamente il problema da risolvere. È un po' il "Che fare" di Lenin portato al Terzo millennio.

Crede che da Firenze posano uscire indicazioni utili su cosa fare?

Non credo. Penso che Firenze sia in realtà un appuntamento che avrà il significato della chiusura di una fase, per poterne aprire una prossima. Dopo Genova la botta è stata forte, c'è stato un effetto di esodo, malgrado il fatto che i Social forum abbiano continuato ad avere una loro vitalità.

E poi ci sono stati degli avvenimenti nuovi, esterni ai Social forum. Si pensi ad esempio alla mobilitazione del ceto medio progressista e democratico in Italia, i cosiddetti girotondini, o allo stesso movimento sindacale.

Il problema dei Social forum è quello di interpretare questa fase e magari anche reinventare delle forme che siano meno legate al percorso della critica alla globalizzazione.

Intervista: Andrea Tognina, swissinfo

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