Da Capo di Stato a prigioniero

Slobodan Milosevic non riconosce la legittimità del Tribunale delle Nazioni Unite. Ma con la più recente accusa di genocidio, rischia l'ergastolo. Keystone

Le tappe della disfatta

Questo contenuto è stato pubblicato il 05 dicembre 2001 - 15:22

30 marzo: l'assedio

A Belgrado la polizia assedia la villa-fortezza dove è barricato Slobodan Milosevic. Accusato "in casa" di corruzione e abuso di potere, Milosevic è anche ricercato dal Tribunale penale internazionale che nel 1999 lo ha accusato di crimini contro l'umanità e crimini di guerra nel Kosovo.

31 marzo: fallisce l'assalto della polizia

Nella notte va a vuoto un primo tentativo di arrestare Milosevic. Nella stessa giornata scade l'ultimatum statunitense sulla piena collaborazione con il TPI in cambio di aiuti economici e appoggio nelle sedi finanziarie internazionali.

1° aprile: ore di trattative, poi la resa

Slobodan Milosevic si arrende dopo aver letto il lungo atto d'accusa - che considera, tutto sommato, scarso - e dopo aver ottenuto la promessa di un giudice che il suo caso sarebbe stato risolto in fretta. Milosevic viene portato nel carcere di Belgrado. La figlia 35enne Marija spara contro un'auto del corteo che porta via il padre.

23 giugno: approvato il decreto per l'estradizione

Il governo jugoslavo approva il decreto per la cessione dei criminali di guerra al Tribunale delle Nazioni Unite.

28 giugno: estradizione si, no

La Corte Costituzionale congela il provvedimento: bisogna verificarne la costituzionalità.

28 giugno: Milosevic consegnato al TPI

Colpo di scena dopo la precedente sospensione del provvedimento. Milosevic viene consegnato al Tribunale penale internazionale. Carla del Ponte, procuratore capo del TPI, definisce l'estradizione "una svolta importante".

29 giugno: in carcere a Scheveningen

Attorno all'1:20 di notte "Slobo" viene rinchiuso nel carcere olandese di Scheveningen. Nel pomeriggio si tiene a Bruxelles la conferenza dei Paesi donatori della Jugoslavia, a cui partecipano anche gli Usa. All'indomani dell'estradizione di Milosevic, le chances di Belgrado di ottenere una consistente iniezione per l'economia appaiono eccellenti.

1° luglio: nuove accuse

A Milosevic viene notificato un nuovo atto formale d'accuse. Il documento rivela che è quasi raddoppiato il numero dei civili vittime della guerra in Kosovo. I morti identificati sono in totale 617, ossia 273 in più rispetto al primo rinvio a giudizio del maggio '99 per eccidi ed esecuzioni sommarie.

3 luglio: davanti al TPI

All'udienza preliminare Milosevic rifiuta di essere assistito da avvocati. Per l'ex presidente, il TPI è "illegale e immorale". Si considera prigioniero politico e sostiene di essere stato sequestrato. Alla domanda se egli intenda ascoltare la lettura dell'atto d'accusa, Milosevic risponde: "È un problema suo".

30 agosto: seconda comparizione

Si deve stabilire l'iter processuale. Milosevic contesta nuovamente la legittimità del TPI, accusandolo inoltre di trattamenti disumani nei suoi confronti. L'udienza, vista la non disponibilità a collaborare da parte dell'accusato, viene aggiornata al 29 ottobre.

23 novembre: accusa di genocidio

Milosevic viene incriminato all'Aja anche per genocidio per il suo ruolo nella guerra in Bosnia dal 1992 al 1995. È l'incriminazione più grave prevista dal TPI. Rischia l'ergastolo. L'inizio del processo contro Milosevic è previsto nel febbraio 2002. La nuova incriminazione potrebbe farlo slittare.


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