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Diritto internazionale: l'ultima speranza per la pace

Colin Powell ha lanciato una pesante requisitoria contro l'Iraq al palazzo dell'ONU

(Keystone)

Il segretario di stato americano Colin Powell ha cercato di convincere le Nazioni unite sulla necessità di un intervento armato in Iraq.

Per gli esperti svizzeri, un attacco non autorizzato dall'ONU costituirebbe una violazione del diritto internazionale.

"Abbiamo scritto la risoluzione 1441 per preservare la pace e per dare a Bagdad un'ultima chance. L'Iraq non l'ha colta", ha dichiarato il segretario di stato americano Colin Powell dinnanzi al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite.

Incaricato di fornire nuove prove sugli arsenali nascosti dalle autorità irachene, Powell ha affermato che l'Iraq ha "violato palesemente" i suoi obblighi nei confronti dell'ONU. Secondo l'amministrazione americana, Saddam Hussein in persona ha ordinato agli scienziati iracheni di non collaborare con gli ispettori internazionali.

Il ministro degli esteri americano ha aggiunto che gli Stati uniti «non possono rischiare e non rischieranno» di lasciare armi di distruzione di massa in mano al regime di Saddam Hussein per qualche altro mese o per qualche anno. «Non è un'opzione, non nel mondo del dopo 11 settembre» ha affermato Powell.

Il capo della diplomazia americana ha presentato una serie di documenti fotografici, audio e video, che dimostrerebbero il mancato rispetto da parte irachena della risoluzione dell'ONU.

Per la Casa Bianca il termine accordato a Bagdad è ormai scaduto. Gli Stati uniti stanno facendo, da mesi, grandi pressioni per ottenere il sostegno della comunità internazionale e, in particolare, dei membri del Consiglio di sicurezza dell'ONU.

La risoluzione 1441 dell’ONU, dell’8 novembre 2002, impone a Bagdad di aprire i suoi arsenali alle ispezioni internazionali e di presentare il suo programma di armamento. Il tutto sotto la minaccia di “conseguenze serie”.

Un test per il diritto internazionale

Per gli esperti di diritto internazionale, soltanto il Consiglio di sicurezza è autorizzato a decidere se l'Iraq rispetta o meno la risoluzione 1441, come pure a fissare ulteriori misure.

In base ai trattati internazionali, le vertenze tra gli Stati devono venir risolte con un dialogo razionale all'insegna della tolleranza. Secondo Daniel Thürer, professore di diritto internazionale all'Università di Zurigo, la crisi irachena "rappresenta un test importante per l'applicazione delle disposizioni internazionali".

"In caso di conflittto, il diritto internazionale verrebbe chiaramente rafforzato, se l'uso della forza fosse stato autorizzato da una seconda risoluzione dell'ONU" dichiara Daniel Thürer a swissinfo.

A suo giudizio, qualsiasi violazione dei regolamenti internazionali da parte di singoli Stati rappresenta invece un duro colpo contro la volontà di coesistenza pacifica della comunità internazionale. Il professore di Zurigo spera quindi che gli Stati uniti decidano di adottare una posizione ragionevole.

Sempre secondo Thürer, un intervento unilaterale da parte americana non farebbe comunque crollare gli ordinamenti internazionali.

Una sola superpotenza

Le risoluzioni dell'ONU dimostrano di avere valore proprio nella misura in cui vengono rispettate dalle superpotenze, ritiene Albert A. Stahel, docente di scienze politiche e di studi strategici a Zurigo.

"Attualmente, è rimasta però soltanto una superpotenza" rileva Stahel. A suo avviso, le violazioni delle risoluzioni internazionali vengono punite soltanto se lo vogliono gli Stati uniti e, negli ultimi anni, questa tendenza si è ulteriormente rafforzata.

Durante la Guerra fredda, l'opposizione tra Stati uniti e Unione sovietica si traduceva in un maggiore equilibrio: le risoluzioni venivano generalmente applicate, ad eccezione di quelle relative alla crisi israelo-palestinese.

Per lo specialista di questioni militari, è alquanto probabile un intervento americano in Iraq. Soltanto i timori di possibili vittime americane potrebbe condurre Washington ad una maggiore prudenza.

Posizione di neutralità difficile

Da parte sua, il governo svizzero ha detto e ribadito a più riprese di sostenere una soluzione pacifica della vertenza. Per Berna, inoltre, un intervento armato può essere autorizzato soltanto da una seconda risoluzione dell'ONU.

In caso di attacco senza risoluzione internazionale, la Svizzera farebbe appello alla sua neutralità. "La Confederazione avrebbe tutte le ragioni per assumere un atteggiamento di distacco, dal momento che si tratterebbe di un conflitto illegale" sostiene Victor-Yves Ghebali, professore all'Istituto di alti studi internazionali di Ginevra.

Ghebali ritiene comunque che una posizione di assoluta neutralità non sarà facile da difendere in un'Europa divisa. "Per tradizione, la Svizzera dovrebbe situarsi dalla parte degli avversari alla guerra e non tra coloro che sostengono incondizionatamente gli Stati uniti":

Guerra quasi inevitabile

Secondo numerosi esperti, non vi sono quasi più possibilità di impedire una guerra. "I conflitti possono essere evitati, ma non quando si è ormai giunti a questo stadio" afferma perfino Heinz Krummenacher, vice-direttore dell'organizzazione pacifista swisspeace.

"Il presidente Bush e i suoi collaboratori sono ormai scesi sul sentiero di guerra. Una soluzione di pace è impensabile tenendo conto degli enormi interessi in gioco - a cominciare dal petrolio - e dell'odio che il presidente americano nutre nei confronti dell'Iraq."

Krummenacher lancia comunque un avvertimento: "Ci immaginiamo le guerre sempre secondo il modello dell'ultimo conflitto. Ma nessuno può veramente sapere quello che potrà succedere questa volta".

swissinfo, Jean-Michel Berthoud
(traduzione Armando Mombelli)

Fatti e cifre

8.11.02: risoluzione 1441 delle Nazioni unite
27.11.02: iniziano le ispezioni in Iraq
27.1.03: rapporto degli ispettori internazionali
28.1.03: il presidente Bush pronuncia un discorso dai toni bellicosi

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