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Nuovo studio «I frontalieri non incidono sulla disoccupazione»

Gli italiani che ogni giorno varcano il confine per venire a lavorare in Ticino non aumentano il rischio di disoccupazione per i residenti. È la conclusione a cui giunge uno studio dell’Istituto di ricerche economiche (IRE) dell’Università della Svizzera italiana. Uno studio che sta sollevando numerose polemiche.

Oltre 60'000 frontalieri lavorano attualmente in Ticino, quasi il doppio rispetto al 2002. Nel cantone a sud delle Alpi, questa manodopera è spesso accusata di sostituire quella locale, facendo così aumentare il tasso di disoccupazione e spingendo inoltre i salari verso il basso.

Falso, afferma lo studio dell’IRELink esterno. «Anche se i nostri risultati indicano che questo rischio di disoccupazione indotta in Ticino ha avuto la tendenza ad essere leggermente superiore rispetto al resto della Svizzera non si identifica un effetto reale di sostituzione», si legge nella ricerca.

Tuttavia, l’eccesso di offerta di lavoratori stranieri nel mercato del lavoro ticinese provoca un effetto di concorrenza. «È quindi del tutto possibile che il vero problema non sia lo spostamento della manodopera attiva in disoccupazione, ma piuttosto l’entrata nel mercato del lavoro dei residenti», in particolare i giovani senza esperienza professionale.

Lo studio, commissionato dalla Segreteria di Stato dell’economia, è stato svolto sottoponendo un sondaggio a 328 aziende in tutto il Ticino.

La ricerca ha sollevato un polverone. Critiche sono piovute da più parti. Il parlamentare cantonale dei Verdi Sergio Savoia ha presentato un’interrogazione al governo ticinese, firmata anche dal neo deputato a Berna Marco Chiesa (Unione democratica di centro), nella quale chiede se il governo condivide il metodo usato per raccogliere i dati. «Intervistare chi si avvantaggia del lavoro frontaliero — scrive Savoia — costituisce una base scientifica sufficiente per avvalorare questa tesi?».

La Lega dei Ticinesi ha pure inoltrato una mozione, che chiede addirittura la chiusura dell’istituto.

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swissinfo.ch e tvsvizzera.it (RSI Il Quotidiano del 20.10.2015)

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