Navigation

Digitalizzazione e sorveglianza: il tuo capo ti sta spiando?

© Thomas Kern/swissinfo.ch

Nel 2020 si è registrato un aumento significativo della domanda di tecnologie di sorveglianza dei lavoratori. Il fenomeno è in crescita anche in Svizzera e desta preoccupazione, anche perché l'ordinamento giuridico del paese non è predisposto ad affrontarlo.

Questo contenuto è stato pubblicato il 23 gennaio 2021 - 11:00

La digitalizzazione sta trasformando il mondo del lavoro. Il 2020 ha sancito questa trasformazione, modificando le abitudini di tantissime persone, incoraggiate o costrette a lavorare da remoto. Anche in Svizzera il fenomeno del telelavoro ha assunto un’ampiezza prima sconosciuta e si prevede che il trend rimarrà importante anche nel 2021.

A leggere alcuni dati, l’incontro tra la trasformazione digitale e il mondo del lavoro potrebbe essere una bellissima storia a lieto fine. A guadagnarci non sarebbero solo la produttività e la soddisfazione dei lavoratori, ma anche il clima, poiché il telelavoro per metà della settimana potrebbe ridurre le emissioni di gas a effetto serra di circa 54 milioni di tonnellate ogni anno.Link esterno L’ambiente ringrazia, la pandemia pure, il focolare gioisce.

Quanto è ampio il fenomeno del telelavoro?

Secondo un’indagine globale condotta dalla società di consulenza GartnerLink esterno, a marzo 2020 ben l’88% delle aziende ha incoraggiato o reso obbligatorio il telelavoro per rispondere all’emergenza sanitaria e garantire al contempo l’operatività del personale e la continuità dei servizi.

In Svizzera, un’inchiesta di Deloitte SuisseLink esterno ha messo in luce che, nei primi mesi del 2020, circa la metà della popolazione lavorava da casa e non era meno produttiva, mentre prima della crisi la percentuale dei telelavoratori si attestava intono al 25%. Nel terzo trimestre, questo dato ha registrato una leggera diminuzioneLink esterno, ma il trend rimane importante e ci si aspetta che non si arresti nel 2021. Alcune stimeLink esterno prevendono che il 25-30% degli impiegati a livello mondiale continuerà a lavorare da casa per svariati giorni alla settimana anche nell’anno nuovo.

End of insertion

Un idillio (im)perfetto

Il progresso, però, ha un prezzo e questa volta a pagarne le spese è la privacy dei lavoratori. Uno studioLink esterno di Top10VPN, che analizza e recensisce i servizi VPN in tutto il mondo, ha evidenziato che la domanda globale di software di sorveglianza è aumentata del 51% dall’inizio della crisi sanitaria. Solo ad aprile, questo dato si attestava all’87%, ben al di sopra dunque dei livelli pre-pandemia.

La sorveglianza sul lavoro è in ascesa anche in Svizzera. Nonostante manchino delle statistiche precise sulle attività delle aziende private, l’Incaricato federale della protezione dei dati e della trasparenza (IFPDT) ha confermato che in Svizzera il fenomeno sta crescendo ed è sotto osservazione. “Durante la pandemia, c’è stato un incremento delle segnalazioni riguardanti la violazione della privacy sul lavoro. Siamo coscienti del problema e abbiamo aperto un’inchiesta su un’azienda. Purtroppo, non possiamo rivelare altri dettagli”, riferisce a swissinfo.ch Hugo Wyler, capo della comunicazione presso l’IFPDT.

Un sondaggioLink esterno su 213 manager svizzeri nel campo delle risorse umane condotto tra giugno e settembre 2020 dall’Istituto di ricerca per il lavoro e l’occupazione dell’Università di San Gallo ha rilevato che gli investimenti in sistemi di analisi del personale sono fatti consapevolmente e sono perciò indipendenti dalla pandemia e dalle limitazioni da essa imposte. Tuttavia, l'indagine ha anche evidenziato che coloro che hanno investito in queste tecnologie prima della crisi continueranno a farlo anche dopo e che gli investimenti in soluzioni di analisi delle prestazioni sono cresciuti del 10% dal 2018. 

"Dovremmo sempre chiederci che tipo di società digitale vogliamo costruire. Senza un quadro giuridico ben definito, niente è illegale, e la società continuerà ad adattarsi alla tecnologia, e non viceversa".

Jean-Henry Morin

End of insertion

Una “spia” nel computer

I software di sorveglianza sono in grado di effettuare uno spettro molto ampio di operazioni volte a controllare qualsiasi attività svolta sul computer del lavoratore: dalla registrazione delle parole digitate al monitoraggio dello schermo, delle ricerche su internet e delle e-mail.

Alcuni software includono persino funzioni di sorveglianza della telecamera, geolocalizzazione, registrazione dell’audio e accesso al telefono cellulare. I programmi più in voga, tra cui troviamo Hubstaff, Time Doctor e FlexiSPY, offrono la maggior parte di queste funzioni.

© Gaetan Bally/Keystone

Microsoft ha recentemente lanciato un software chiamato Productivity Score, che nella sua prima versione era capace di tenere sotto controllo le attività del singolo dipendente. Il programma ha destato preoccupazione per la violazione della privacy, tanto da costringere Microsoft a correggere il tiro e a ritirare alcune delle funzioni più invasive della sfera privata, che permettevano al datore di lavoro di avere accesso ai dati del lavoratore e verificare l’utilizzo dei servizi e delle app di Microsoft 365 a livello individuale. Microsoft è il più grande fornitore di software al mondo per fatturato e i suoi sistemi operativi desktop hanno più del 75% della quota di mercato globale, in gran parte in contesti aziendali. 

In una nota pubblicata su internetLink esterno, Jared Spataro, vice presidente di Microsoft 365, ha comunicato che l’azienda, oltre a rimuovere il nome degli utilizzatori dal prodotto, stava “modificando l'interfaccia utente per rendere più chiaro che Productivity Score misura l’adozione della tecnologia a livello aziendale e non il comportamento individuale dell'utente”. Viene da chiedersi se Microsoft sarebbe intervenuta su una questione non di poco conto – come la protezione della privacy degli utenti – anche se non si fosse scatenato un polverone attorno alla sua soluzione. Interpellata da swissinfo.ch, Microsoft Svizzera ha preferito non rilasciare ulteriori dichiarazioni in merito alla questione.

Hugo Wyler sottolinea che è importante distinguere tra la sorveglianza dei comportamenti dei singoli individui, proibita dalla legge svizzera sulla protezione dei dati, e la raccolta di informazioni per verificare i doveri contrattuali degli impiegati. “Il datore di lavoro non ha il diritto di monitorare il dipendente durante, per esempio, la pausa pranzo, ma può indagare cosa fa nelle ore di lavoro, senza sconfinare nella sorveglianza del comportamento individuale’’, spiega Wyler. Le aziende sono comunque tenute a informare in maniera trasparente i dipendenti sui dati analizzati.

Tracciare le linee

La linea di demarcazione tra violazione della privacy e controllo del lavoro è forse troppo sottile per non dare adito ad abusi spesso nemmeno riconosciuti dai lavoratori. Il codice civile svizzero, la legge sul lavoro e la legge federale sulla protezione dei dati definiscono il diritto alla dignità, alla salute e alla privacy del lavoratore in Svizzera, ma queste leggi sono neutrali dal punto di vista tecnologico. Il che significa che le aziende sono libere di scegliere le tecnologie che ritengono più appropriate per raggiungere determinati risultati, senza tenere conto delle implicazioni etiche o sociali. Inoltre, nessuna di queste leggi definisce legalmente il concetto di “sorveglianza” e ciò lascia spazio a incertezze di interpretazione legale.

"La Svizzera è meno severa degli altri Paesi europei per quanto riguarda la protezione dei dati. I rischi in caso di violazione sono molto più bassi, raramente vengono comminate sanzioni e i collaboratori sono meno incentivati a denunciare il loro datore di lavoro. Il regolamento europeo sulla protezione dei dati (GDPR) è piuttosto severo, ma non si applica in Svizzera”, dice David Vasella, avvocato specializzato in protezione dei dati in una ditta con sede a Zurigo. Vasella spiega che in Svizzera non ci sono restrizioni rigide e che non esiste una risposta univoca alla domanda “il mio capo può esaminare le mie e-mail?” perché molto dipende dal settore.

Cosa dice la legge in Svizzera

L’articolo 328 del codice civile svizzeroLink esterno e l’ordinanza 3 concernente la legge sul lavoroLink esterno (articolo 26) definiscono gli obblighi del datore di lavoro alla protezione della personalità del lavoratore anche nel trattamento dei dati personali e proibiscono l’utilizzo dei sistemi di sorveglianza e controllo del comportamento dei lavoratori sul posto di lavoro. Inoltre, nell’ordinanza 3 si legge: “I sistemi di sorveglianza o di controllo, se sono necessari per altre ragioni, devono essere concepiti e disposti in modo da non pregiudicare la salute e la libertà di movimento dei lavoratori.”
La legge federale sulla protezione dei datiLink esterno è un importante complemento a queste leggi, ma non definisce il concetto di sorveglianza, nemmeno dal punto di vista delle tecnologie associate o associabili.

End of insertion

In mancanza di un quadro giuridico definito, l’utilizzo della tecnologia per i più svariati scopi si posiziona in una zona grigia dove tutto è possibile. ‘’Tecnicamente, è molto semplice per un’azienda installare sui suoi computer un software capace di supervisionare il lavoro degli impiegati. Ogni attacco malevolo al computer degli utenti agisce come un programma di sorveglianza. Da un certo punto di vista, i software installati dalle aziende per vigilare le attività dei dipendenti, funzionano proprio come dei malware’’, dice Stefan Lüders, capo della sicurezza informatica presso il CERN di Ginevra.

© Christian Beutler/Keystone

Lüders spiega che anche i malware sono in grado di monitorare ciò che digitiamo sulla tastiera e vediamo sullo schermo, prendere il controllo del microfono e della telecamera vedendo, per esempio, come siamo vestiti o che aspetto ha il nostro salotto di casa.

Fermare il Grande Fratello

Per evitare l’effetto “Grande Fratello”, tecnicamente possibile, la raccolta di dati deve rimanere a livello macroscopico ed essere compatibile con gli aspetti etici, dice Jean-Pierre Hubaux, capo del laboratorio di sicurezza dei dati al Politecnico di Losanna, che ritiene che sia importante anche il coinvolgimento dei rappresentanti sindacali per “vigilare” sulla tentazione di sorveglianza.

Formulare leggi chiare rimane comunque un punto fermo per definire i limiti della tecnologia nell’era digitale. “Dovremmo sempre chiederci che tipo di società digitale vogliamo costruire. Senza un quadro giuridico ben definito, niente è illegale, e la società continuerà ad adattarsi alla tecnologia, e non viceversa’’, sostiene Jean-Henry Morin, professore di sistemi di informazione e scienza dei servizi all’Università di Ginevra.

Morin crede che la Svizzera non investa realmente nella digitalizzazione e non la consideri una questione importante. A suo avviso, l'assenza di un segretario di Stato o di una figura istituzionale incaricata di guidare la transizione digitale del Paese ne è la prova ed è un grave errore per il futuro del Paese. 

Dal 1° gennaio 2021 la Svizzera ha un nuovo delegato per la trasformazione digitale, Daniel Markwalder, ma il suo campo d'azione sembra essere limitato alla digitalizzazione dell'amministrazione federale. Secondo Morin, la nomina non è sufficiente per affrontare le questioni davvero importanti, anche perché non è stato stanziato alcun budget aggiuntivo. "Al momento stiamo costruendo un nuovo mondo digitale basato su vecchi schemi", dice. "Questo è pericoloso, perché ridefinire i requisiti è fondamentale". 

Contenuto esterno


I commenti a questo articolo sono stati disattivati. Potete trovare una panoramica delle discussioni in corso con i nostri giornalisti qui.

Se volete iniziare una discussione su un argomento sollevato in questo articolo o volete segnalare errori fattuali, inviateci un'e-mail all'indirizzo italian@swissinfo.ch.

Condividi questo articolo

Partecipa alla discussione!

Con un account SWI avete la possibilità di contribuire con commenti sul nostro sito web e sull'app SWI plus, disponibile prossimamente.

Effettuate il login o registratevi qui.