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I sindacati cristiani vogliono una rapida adesione all'UE

Hugo Fasel, presidente della Federazione svizzera dei sindacati cristiani. Keystone / Sigi Tischler

Secondo i sindacati cristiani, l'avvicinamento della Svizzera all'Unione europea sta procedendo troppo lentamente. Essi criticano l'attendismo governativo e invitano a sostenere l'iniziativa «Sì all'Europa», in votazione nel marzo del prossimo anno.

Questo contenuto è stato pubblicato il 18 dicembre 2000 - 12:18

La Federazione svizzera dei sindacati cristiani sostiene l'iniziativa «Sì all'Europa» in votazione il 4 marzo. L'approvazione degli accordi bilaterali, ha detto lunedì il presidente Hugo Fasel, non deve costituire il pretesto per anni d'immobilismo nel processo di integrazione. La Svizzera deve far parte dell'UE in tempi rapidi e la richiesta elvetica di adesione va dunque riattivata al più presto.

I motivi che spingono verso l'adesione sono molteplici: partecipare alla definizione delle regole collettive valide per l'intero continente, portare a Bruxelles l'esperienza svizzera della democrazia diretta e del federalismo, ristabilire il primato della politica sulla globalizzazione economica.

L'esperienza degli accordi bilaterali, ha detto il consigliere nazionale Fasel, mostra che è possibile predisporre un calendario di avvicinamento alle regole europee e nel contempo fissare sul piano interno misure di accompagnamento per settori sensibili. Aderire all'UE non significa quindi semplicemente fare concessioni unilaterali: il processo d'integrazione offre piuttosto lo spunto per soluzioni innovative, in particolare per quanto riguarda la politica svizzera.

L'apertura dei mercati esige poi un'internazionalizzazione della politica. Nel caso specifico del mondo del lavoro, dopo l'introduzione della libera circolazione delle persone, è necessario armonizzare le condizioni generali. Aderendo all'UE, la Svizzera avrà la garanzia di partecipare ai negoziati per la definizione di contratti collettivi europei, sfuggendo così al rischio di pericolose forme di dumping sociale.

Fasel ha affermato che il dibattito sull'integrazione europea non può essere lasciato ai soli partiti. Anche i sindacati devono intervenire: non solo su questioni che li riguardano direttamente, come la politica sociale e il mercato del lavoro, ma anche su temi generali quali la neutralità, l'identità nazionale, l'introduzione dell'euro, i tassi d'interesse e la democrazia diretta.

In linea generale i sindacati cristiani affermano che il Consiglio federale in materia d'integrazione è eccessivamente attendista. L'obiettivo strategico dell'adesione, ha commentato il segretario generale Denis Torche, è stato fissato sette anni fa, ma da allora non è stato mosso un solo passo concreto.

Nel suo ultimo rapporto di politica estera, il governo vincola la riattivazione dei negoziati di adesione a un largo consenso popolare. L'approvazione degli accordi bilaterali, però, non è stata interpretata come un segnale in questo senso, come dimostra la sorte riservata in parlamento all'iniziativa «Sì all'Europa».

È vero, ha detto Torche, che spetta al Consiglio federale stabilire i tempi della riapertura dei negoziati con Bruxelles: ma vista la sua incapacità a fissare un calendario, in considerazione anche delle resistenze dei partiti «borghesi» e del mondo economico, bisogna trovare una soluzione per scavalcare questo ostacolo e quindi sostenere l'iniziativa «Sì all'Europa». «È forse paradossale: per sostenere l'obiettivo strategico d'adesione voluto dal Consiglio federale bisogna dare il proprio appoggio a un'iniziativa che lo stesso Consiglio federale respinge», ha affermato Torche.

La marcia di avvicinamento delineata dal governo è troppo lenta, ha concluso: l'avvio delle trattative con Bruxelles è ipoteticamente in agenda per il 2007 e il voto popolare sull'adesione per il 2010. Ma se dalle urne dovesse uscire un no, bisognerebbe attendere fino al 2015. Così a lungo, secondo i sindacati cristiani, non si può aspettare.

swissinfo e agenzie

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