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Expo.02 farà riflettere? e su cosa farà riflettere?

(Keystone)

Cosa dicono gli intellettuali svizzeri dell'Expo? Alcuni preferiscono non esprimersi, per non rovinare la festa a chi ci vuole andare. Molti sono scettici. Altri curiosi.

A Expo iniziata, gli eventi sembrano avere la priorità sulle riflessioni. È naturale che sia così, dopotutto. Se l'esposizione nazionale saprà lasciare qualche segno, avviare qualche discussione sulla realtà elvetica e contemporanea, lo si potrà constatare giorno per giorno sulle arteplages di Bienne, Morat, Neuchâtel e Yverdon e sulla "nave pirata" del Giura.

Magari sarà anche solo un'occasione per incontrarsi, tra bernesi e ginevrini, appenzellesi e giurassiani, ticinesi e grigionesi, svizzeri ed europei. Attorno ad un bratwurst, ad un piatto di pasta, ad un sushi, ad una fondue. Una festa, talvolta, può valere più di un'idea. L'identità svizzera nell'Ottocento è stata costruita più con le feste di tiro che non con i proclami dei politici.

Tuttavia porsi qualche domanda sul senso, o sul non senso, di Expo.02 non è un esercizio inutile. L'investimento finanziario è stato imponente, le discussioni che l'hanno preceduta accanite. Uno stato ha cercato di dare un'immagine di sé, di autorappresentarsi, di pensare il proprio futuro. Se ci sia riuscito oppure no, o se addirittura l'esercizio sia anacronistico, è un'altra questione. Il tentativo merita lo stesso un'analisi.

Dal boicottaggio all'indifferenza?

Nel 1991 molti intellettuali e artisti boicottarono i festeggiamenti per il 700esimo del patto federale del 1291. Un gesto di sfiducia verso uno stato che negli anni della guerra fredda aveva sistematicamente spiato e schedato chiunque esprimesse, anche moderatamente, il proprio dissenso.

Nel frattempo molte cose sono cambiate, ricorda Marco Solari, nel 1991 delegato del governo per i festeggiamenti e oggi presidente del Festival di Locarno. "Allora uscivamo dal clima della guerra fredda. Ma il 700esimo, con le sue discussioni anche conflittuali sulla storia svizzera, è stato una catarsi."

Nel 2002, gli intellettuali appaiono invece piuttosto indifferenti all'evento. È vero che nella Svizzera romanda alla vigilia dell'Expo sono apparsi due pamphlet assai critici, "Expo.02, c'est ça la Suisse?", per i tipi della casa editrice losannese L'Age d'Homme, e "Comment éviter Expo.02?", delle friborghesi Editions de l'Hèbe. Ma non pare che vi sia un vero dibattito.

Certo, interpellati, alcuni intellettuali rispondono. Spesso con un certo scetticismo. È il caso della scrittrice Laure Wyss, che all'Agenzia telegrafica svizzera (ats) ha dichiarato lapidariamente: "L'Expo è inutile", aggiungendo: "Faremmo meglio a riflettere su come conviviamo con gli stranieri e su come possiamo gestire meglio la nostra vita quotidiana." O del teologo e poeta bernese Kurt Marti, per il quale l'Expo al massimo potrà far riflettere sul fatto che "non vorremo più altre esposizioni nazionali."

Entusiasti, critici, ironici, cauti, scettici

Ma le opinioni divergono anche fra gli intellettuali. Iso Camartin, filosofo, scrittore, direttore dei programmi culturali della televisione della Svizzera tedesca, si dice molto curioso di assistere ad un'esposizione nazionale che propone "una visione per il futuro e il presente, piuttosto che per il passato". Per Camartin è importante che l'Expo, concepita come grande avvenimento artistico, induca a "una sensibilità più acuta per la vita contemporanea". "È come una specie di avventura, e io mi rallegro di affrontarla", aggiunge.

Di opinione ben diversa è il poeta ticinese Fabio Pusterla, il quale dubita "che una manifestazione di questo tipo, che intende riproporre una formula piuttosto vecchia come quella delle grandi esposizioni, possa risolvere problemi d'identità culturale di un paese... Lo dico senza voler negare la possibilità che ci siano anche cose interessanti dentro Expo.02. Ma credo che se ci sono dei problemi in Svizzera di tipo culturale o di cultura politica nel senso lato del termine, difficilmente saranno risolti da un'Expo.02."

Non identità, ma bilancio

Più sfumato il punto vista del giornalista e pubblicista svizzero-tedesco Jürg Altwegg, autore di un saggio sulla crisi d'identità elvetica degli anni Novanta, "Ach, du liebe Schweiz" (O cara Svizzera, edizioni Nagel & Kimche). "Non ci si può aspettare che l'Expo serva a creare una nuova identità svizzera", dice, "ma potrebbe rappresentare una sorta di bilancio." Dopo l'autunno nero del 2001, il fallimento della Swissair, l'incidente nel Gottardo, la strage di Zugo, la Svizzera ha ritrovato una certa calma. "Perché allora non fare festa?" si chiede Altwegg.

Per lo scrittore giurassiano Daniel De Roulet, le esposizioni nazionali del passato sono state un successo quando stato, economia e cultura hanno trovato un terreno comune di dialogo. E cita il ruolo profetico delle sculture di metallo di Jean Tinguely nell'esposizione nazionale di Losanna del 1964. "Le sue macchine rappresentavano in qualche modo il simbolo del declino dell'industria meccanica."

Anche oggi la cultura dovrebbe anticipare l'evoluzione della Svizzera. "Ma a me pare", aggiunge De Roulet, "che l'alleanza tra stato, economia e cultura non funzioni in questa Expo. Solo lo stato appare interessato... Sarà quindi difficile costruire uno sguardo critico su ciò che sta avvenendo alla Svizzera."

L'ultima esposizione nazionale

De Roulet spinge oltre il ragionamento, gettando un luce interessante su quello che potrebbe essere il senso ultimo di Expo.02: "Mi pare che la costellazione politico-culturale e politico-economica sia molto favorevole per realizzare l'ultima esposizione nazionale, per spiegare come la Svizzera stia abbandonando il 'Sonderfall' e sia diventata un paese completamente normale."

E dopo? Seguiamo il filo del ragionamento di Fabio Pusterla, oltre l'Expo e oltre una presunta identità nazionale: "Mi domando se il dibattito sulla Svizzera non potrebbe fruttuosamente partire più che dall'ipotesi di un'esistenza identitaria svizzera, dal riconoscimento di un'assenza, dal fatto che potremmo avere la fortuna di vivere in un paese in cui non c'è un centro chiaro di identità collettiva. Allora si potrebbe smettere di preoccuparsi della Svizzera, non per essere anti-svizzeri, ma per inventare un nuovo modo di sentirsi membri di un paese."

Andrea Tognina

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