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La Russia chiede il ritiro del mandato in cambio della comparizione di Borodin a Ginevra

Per il rilascio di Borodin (nell'immagine) è intervenuto personalmente anche il ministro degli esteri russo Ivanov con una telefonata al suo omologo svizzero Deiss Keystone

Mosca ha chiesto venerdì a Berna di ritirare il mandato di cattura internazionale contro Pavel Borodin e di rinunciare alla richiesta di estradizione agli Stati Uniti. In cambio ha garantito che l'ex tesoriere del Cremlino comparirà «davanti alle autorità inquirenti per essere interrogato alla data da loro richiesta».

Questo contenuto è stato pubblicato il 19 gennaio 2001 - 18:33

L'offerta è contenuta in una nota diplomatica trasmessa dall'ambasciata russa di Berna al Dipartimento federale degli affari esteri (Dfae), ha indicato l'Ufficio federale di giustizia (UFG), che ha trasmesso a sua volta la nota alla magistratura ginevrina, da cui è partito il mandato di cattura: tocca infatti ai magistrati ginevrini prendere una decisione in merito.

Il procuratore generale ginevrino Bernard Bertossa non era raggiungibile venerdì sera per un commento. Ginevra non ha ancora deciso su una eventuale incriminazione di Borodin. Dapprima vuole attendere la sua comparizione davanti al giudice istruttore Daniel Devaud per essere interrogato.

Nel frattempo, precisa l'UFG in un comunicato, continua la preparazione della richiesta formale di estradizione. Berna ha da 40 a 60 giorni di tempo per trasmetterla agli Stati Uniti, ha detto il portavoce dell'Ufficio federale Folco Galli.

Giovedì sera, il ministro degli esteri russo Igor Ivanov aveva telefonato al suo omologo svizzero Joseph Deiss per chiedergli informazioni sul caso Borodin, senza tuttavia protestare né avanzare rivendicazioni, secondo il portavoce del Dfae Rolf Stücheli. Ivanov si era limitato a chiedere informazioni a Deiss sulle circostanze dell'arresto e sulla situazione giuridica. Alle autorità americane la Russia ha invece chiesto ufficialmente «il rilascio immediato e incondizionato» di Borodin.

Attuale segretario generale dell'Unione russo-bielorussa, questi è stato arrestato mercoledì all'aeroporto Kennedy di New York su mandato di cattura internazionale spiccato dalla magistratura ginevrina per un presunto riciclaggio di tangenti.

Borodin avrebbe ricevuto bustarelle per 25 milioni di dollari, con altri funzionari russi, dalle imprese ticinesi Mabetex e Mercata in cambio degli appalti per la ristrutturazione del Cremlino. La procura generale russa ha però archiviato il procedimento l'8 dicembre scorso per «assenza di reato», scagionando completamente l'ex tesoriere del Cremlino.

Giovedì sera un giudice americano ha deciso di lasciare Borodin in carcere almeno fino al 25 gennaio, data per la quale si è riservato una nuova decisione.

Da parte loro, gli avvocati difensori russi di Borodin, Ghenrikh Padva e Boris Kuznetsov, hanno fatto sapere che il loro assistito, nonostante tutto, conserva uno spirito combattivo. Egli è sicuro che i magistrati svizzeri non abbiano alcun elemento per portarlo a giudizio, ha detto Kuznetsov, il quale ha poi aggiunto: «Ammesso e non concesso che Borodin abbia ricevuto tangenti, questo sarebbe avvenuto in Russia e ben difficilmente può essere provato in Svizzera».

Dal canto suo Carla del Ponte, ex procuratrice della confederazione ora procuratrice generale generale del Tribunale internazionale (Tpi) dell'Aja, è molto contenta per l'arresto di Pavel Borodin.

«Effettivamente la signora del Ponte è molto contenta che l'affaire Borodin progredisca», ha detto venerdì all'Aja un suo portavoce, sottolineando che l'inquirente capo del Tpi «continua a seguire sui media, come lettrice, lo sviluppo dell'inchiesta».

La del Ponte, ha ricordato il portavoce riferendosi anche agli impegni creati dalle inchieste sulla guerra civile jugoslava «non si occupa più dell'inchiesta Russiagate, che peraltro aveva assorbito molto del suo tempo quando era procuratore generale svizzero».

Dal suo ufficio dell'Aja, dove venerdì erano in corso riunioni riservate probabilmente sul caso Plavsic e sull'imminente viaggio della procuratrice a Belgrado, è stato confermato che la Del Ponte ricorda ancora le accuse di corruzione e di spirito persecutorio formulate all'epoca da Borodin nei confronti suoi e del suo collega ginevrino Daniel Devaud.

swissinfo e agenzie

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