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La Svizzera chiede il ritiro delle forze israeliane

Le condizioni in cui operano gli aiuti internazionali si fanno sempre più difficili

(Keystone Archive)

Arafat rifiuta l'esilio. Berna chiede la libertà del leader palestinese e il ritiro dei carri armati dai territori occupati.

Una presa di posizione netta del governo elvetico

L'esilio come lasciapassare: questa è la condizione dettata dal premier israeliano Ariel Sharon al presidente dell'autorità palestineseYasser Arafat assediato da giorni nel suo quartier generale a Ramallah e ormai allo stremo. Arafat e i suoi uomini pare sopravvivano mangiando una patata a testa al giorno.

Continua ad allargarsi intanto l'operazione militare israeliana nei Territori palestinesi. Dopo Ramallah, Betlemme, Nablus, Tulkarem, Qalqilya, Tubas, Tamun e Tiasir, i carri armati israeliani hanno occupato Salfit e Jenin.

Per la seconda volta in soli due mesi, la Svizzera ha convocato l'ambasciatore israeliano a Berna, Ygal Antebi. Dopo aver fatto le condoglianze per i morti degli ultimi attacchi suicidi, il ministro degli esteri Joseph Deiss ha chiesto che venga restituita la libertà di movimento ad Arafat, in modo che possa agire per ridurre l'escalation di violenza di cui sono vittime soprattutto i civili di emtrambe le parti.

Il racconto di un pacifista svizzero

Sigfrid Eriksson, 20 anni è scampato ai tiri di soldati israeliani martedì nella città assediata di Betlemme. Con una t-shirt bianca issata su di un pezzo di legno e con le mani alzate il membro del movimento International Solidarity è uscito dal campo profughi in cui si trovava. "Improvvisamente i soldati hanno sparato colpi d'avvertimento nella mia direzione. Mi sono fermato." I soldati israeliani gli hanno allora urlato di mettere bene in mostra il torso, in modo che potessero vedere che non aveva materiale esplosivo attaccato al corpo. Sempre con le armi puntate contro, il ragazzo ha raggiunto la strada principale dove ha trovato un taxi che lo ha finalmente portato a Gerusalemme.

Collaboratori DSC bloccati

Diverse città palestinesi continuano ad essere bloccate in Cisgiordania e a Gaza: ciò ha anche conseguenze sugli aiuti internazionali. Per alcuni collaboratori della Direzione dello Sviluppo e la Cooperazione ciò significa non poter lasciare la propria abitazione, come conferma in un'intervista a swissinfo Rosmarie Schelling, direttrice degli uffici di Gaza e della Cisgiordania. "I nostri collaboratori non possono andare in ufficio, è impossibile incontrarsi ed è molto difficile spostarsi da un luogo all'altro dei territori". La DSC sostiene il lavoro di diverse organizzazioni non governative che controllano la situazione sotto il profilo dei diritti umani nei territori, e che si occupano anche delle vittime di violenze.

CICR: contro tutte le convenzioni

In un comunicato pubblicato martedì, il Comitato internazionale della Croce Rossa si esprime con preoccupazione circa "la grossolana mancanza di rispetto nei confronti dei servizi medici" in particolare gli attacchi contro il personale e le installazioni. Da Gerusalemme il CICR fa appello attraverso swissinfo ad entrambe le parti perché "anche gli attentati suicidi che provocano la morte di civili sono contrari alle convenzioni internazionali": parole di Aleksandra Matijevic della sede CICR di Gerusalemme.

Più marcata l'accusa nei confronti di Israele per quanto riguarda "le limitazioni sempre più gravi" in cui il personale della Croce Rossa è costretto ad operare: in particolare vengono citate le lunghe attese ai posti di controllo, la difficoltà di raggiungere con prontezza le vittime: "La situazione a Ramallah e a Betlemme è davvero preoccupante" conclude Matijevic. Da lunedì le ambulanze non viaggiano più in queste città, in quanto non può esserne garantita la sicurezza.

Samantha Tonkin, Elham Knecht e agenzie


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