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Le reazioni a un verdetto di colpevolezza

Dogu Perinçek è pronto a ricorrere fino alla Corte europea dei diritti dell'uomo

(Keystone)

La sentenza contro il politico turco Dogu Perinçek è stata accolta positivamente in Svizzera, anche se la norma penale antirazzismo continua a far riflettere. In Turchia le reazioni sono invece assai polemiche.

Perincek, condannato in base alla legge antirazzismo, aveva negato il genocidio degli armeni commesso ad opera dei turchi tra il 1915 e il 1918.

La condanna pronunciata venerdì dal tribunale di prima istanza di Losanna nei confronti del nazionalista turco Dogu Perinçek, resosi colpevole di discriminazione razziale per aver negato il genocidio armeno, ha avuto un'ampia eco sia in Turchia che in Svizzera.

Il ministero turco degli affari esteri si è detto "rammaricato" per la sentenza. Ankara spera che il tribunale d'appello possa correggere "l'ingiustizia".

"Svizzera ignobile"

Già prima del processo – indica il ministero, citato dalla rete televisiva CNN-Turchia – Perinçek era stato definito un "negazionista" in Svizzera e di fatto era già stato condannato. Stando alle autorità turche, i media elvetici hanno trattato l'argomento in modo soggettivo.

"Svizzera ignobile" titola in prima pagina il "Gözcü", un foglio nazionalista. Stando al commentatore il processo è stato un'ennesima dimostrazione dell'ipocrisia degli europei, che sottolineano a ogni piè sospinto l'importanza delle libertà di espressione per poi punire chi ne fa uso.

"Condannando Perinçek si è condannata tutta la Turchia", sostiene da parte sua il "Yeni Cag", un altro giornale di destra, per il quale la corte elvetica ha agito "in preda all'odio".

Anche la stampa borghese riferisce in esteso della sentenza, sebbene in toni meno polemici. L'"Hürriyet" fa sapere che Perinçek è pronto a ricorrere se necessario fino alla Corte europea dei diritti dell'uomo. Secondo i giornali "Milliyet" e "Sabah" il politico nazionalista vuole inoltre avviare una causa contro i giudici di Losanna, rei di essere stata tendenziosi.

Reazioni opposte sono giunte naturalmente dalle associazioni armene. Secondo l'Associazione Svizzera-Armenia, il verdetto farà giurisprudenza e darà un segnale forte a tutti quelli che vorranno continuare a negare la realtà storica e a "infangare" la memoria delle vittime.

Sentenza "giusta"

Una reazione di costernazione – quella espressa in Turchia – che era ampiamente prevedibile, scrive il quotidiano bernese "Der Bund". "Quale paese ammetterebbe senza patemi d'animo che la sua fondazione poggia anche su una montagna di cadaveri?", si chiede il foglio della capitale.

Secondo la "Berner Zeitung", il processo si è chiuso con una sentenza "giusta", un parere condiviso da praticamente tutti gli editorialisti. "Il massacro degli armeni – scrive la "Berner Zeitung" – e stato un genocidio. Vi sono sufficienti prove storiche. E chi in Svizzera nega un genocidio è punito".

Molti giornali si interrogano inoltre sul valore e sul futuro della norma penale antirazzismo. Le Temps ricorda ad esempio che durante il processo ci si è spesso domandati se i giudici potevano scrivere la Storia. "La risposta è evidentemente sì", scrive il giornale romando.

Il quotidiano sottolinea però i pericoli della norma antirazzismo: "L'utilizzazione della Storia per affermare dei valori non è l'appannaggio" né degli storici né dei giudici, "al contrario è una delle attività preferite dei nazionalisti". "Non sono gli stessi valori? Certo, ma il pericolo è lo stesso: fare della Storia non una riflessione ma una statua".

No comment

Una norma che sta suscitando non poche critiche anche in Svizzera. All'inizio del 2006, il ministro della giustizia Christoph Blocher aveva dichiarato – proprio mentre si trovava in visita in Turchia – che questo articolo di legge gli provocava il "mal di pancia".

Prendendo atto della condanna, Blocher non ha voluto rilasciare commenti e ha ricordato che un gruppo di lavoro sta esaminando la possibilità di rivedere l'articolo antirazzista, per eventualmente applicarlo solo all'Olocausto.

Pochi impatti all'estero

Malgrado la condanna di Dogu Perinçek rappresenti una prima mondiale, all'estero l'impatto dovrebbe essere minimo, secondo quanto sostiene il professore di diritto penale dell'Università di Friburgo Marcel Niggli,.

Sui 18 paesi europei che puniscono il negazionismo, una decina applicano questa condanna a tutti i genocidi", spiega il professore, menzionando la Francia, la Spagna, il Portogallo e la Slovenia.

Gli altri Stati europei sanzionano solo l'Olocausto, ma Bruxelles non ha atteso il processo Perinçek per cercare di unificare le pratiche in materia. "L'Unione Europea sta preparando una disposizione che obbligherà i suoi membri a condannare penalmente la negazione di tutti i tipi di genocidio", indica Marcel Niggli.

swissinfo e agenzie

In breve

Dogu Perinçek, capo del piccolo Partito turco dei lavoratori (meno dell'1% alle ultime elezioni), è stato condannato per aver violato la norma penale contro il razzismo. In una serie di discorsi tenuti nell'estate del 2005 nei cantoni Vaud, Zurigo e Berna, Perinçek aveva negato il genocidio del popolo armeno iniziato nel 1915.

Perinçek si è visto affibbiare una pena pecuniaria di 9'000 franchi (pari a 90 aliquote giornaliere di 100 franchi), sospesa con la condizionale, e ad una multa di 3'000 franchi. Dovrà inoltre sostenere le spese processuali e versare, a titolo simbolico, 1'000 franchi all'Associazione Svizzera-Armenia, costituitasi parte civile

Il genocidio è stato riconosciuto in Svizzera dal Consiglio nazionale (camera del popolo), come pure dai parlamenti dei cantoni Vaud e Ginevra. Questi riconoscimenti avevano suscitato in passato alcune tensioni tra la Svizzera e la Turchia.

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Norma penale antirazzismo

La norma penale contro il razzismo (articolo 261bis del Codice penale) è stata approvata nel 1994 in votazione federale con una maggioranza del 54,7%.

Le disposizioni legali, entrate in vigore nel 1995, vietano ogni forma di incitazione all'odio o alla discriminazione di persone che appartengono ad altre razze, etnie o religioni. È pure punibile la negazione di un genocidio.

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