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Le stazioni turistiche alpine uniscono le forze

Gli impianti di risalita del Titlis sono destinati a raggiungere vette sempre più alte

(Keystone Archive)

L'industria del turismo svizzera sta adottando misure radicali per far fronte alle sfide poste dal riscaldamento globale del pianeta. Ma anche per gestire al meglio l'accresciuta concorrenza.

Particolarmente chiamate in causa sono i 650 società di impianti di risalita - fra teleferiche e ferrovie - che rappresentano la principale forza economica di molte regioni montane.

La popolarità delle vacanze invernali sulle Alpi svizzere raggiunse il picco negli anni 80. Il declino degli anni 90 fu imputato all'asfissiante concorrenza delle compagnie aeree che avevano reso più convenienti le assolate mete del sud. Fu attribuito all'incapacità di ammodernare le strutture turistiche e adeguarsi alle leggi del moderno marketing, ma anche alle incerte condizioni della neve che già mettevano sotto accusa il riscaldamento globale.

Nel frattempo, la curva della presenza di turisti ha ripreso a salire. La stagione sciistica 2007-2008 si è aperta sotto i migliori auspici grazie a condizioni d'innevamento ideali e alla rivalutazione dell'euro nei confronti del franco svizzero. Ma la concorrenza internazionale resta aspra e i media si compiacciono di proclamare la morte dello sci ogni volta che viene pubblicato un nuovo studio sull'aumento della temperatura sul pianeta, provocando un danno d'immagine incalcolabile all'industria del turismo.

Le stazioni alpine svizzere se la cavano piuttosto bene in molti degli scenari di mutamento climatico, poiché sono per la maggior parte situate ad altitudini abbastanza elevate per avere neve garantita. Eppure, gli addetti ai lavori sono consapevoli che questo non basta per garantire la loro sopravvivenza.

"Abbiamo intenzione di ampliare l'area dedicata alle piste da sci. Il che dimostra che siamo convinti che tra vent'anni qui si potrà sciare", dice a swissinfo Albert Wyler, consigliere delegato di Titlis Rotair, l'azienda di trasporto montano di Engelberg.

Il progetto prevede la costruzione di sciovie ad elevata altitudine per collegare l'area del Titlis con altre due stazioni, così da creare un'unica, grande regione sciistica con 210 km di piste – il triplo di quanto oggi possa offrire Engelberg.

La corsa ai cannoni da neve

"Tutte e tre le stazioni hanno lo stesso problema: sono di media dimensione," spiega Wyler. "Diventeremo davvero competitivi sul piano internazionale, se uniremo le nostre aree sciistiche".

Titlis è leader anche nella corsa alla tecnologia: si è dotata di un numero di cannoni sufficiente a ricoprire la metà delle proprie piste di neve artificiale e assicurarsi così una buona base per sciare senza dover contare su Madre Natura.

Secondo l'esperto di turismo Thomas Bieger, che insegna all'Università di San Gallo, la regione sciistica della Svizzera centrale sta facendo tutto per il verso giusto. "Quando l'opera sarà completata, ci saranno circa 20 stazioni turistiche competitive a livello internazionale che potranno anche, per esempio, investire in impianti per la produzione di neve artificiale – necessaria per combattere un possibile mutamento del clima", spiega a swissinfo.

L'assalto al cielo

Il professor Bieger è un fautore della tendenza a sfruttare terreni vergini e con neve persistente situati a maggiori altitudini e ritiene che i resort dovrebbero compensare questi investimenti smantellando gli impianti a quote più basse.

Sottolinea, però, che gli studi finora realizzati hanno mostrato che gli impianti sciistici ad elevata altitudine producono un minor giro d'affari – pur essendone ben più costosa la costruzione e la manutenzione. Inoltre, sono più esposti al rischio di danni causati dalle tempeste, che potrebbero diventare più frequenti con il riscaldamento globale.

Monika Jäggi è contraria a questo assalto al cielo. La geografa svizzera ha realizzato la mappatura del danno provocato dallo sci nelle località montane del canton Vallese. Basandosi su quest'esperienza, spiega che i fianchi delle montagne diventano spogli di vegetazione e risultano dunque maggiormente esposti al rischio di erosione. L'ultima cosa di cui si sente il bisogno, visto che gli studiosi del clima da tempo prevedono un aumento delle frane provocato dallo scioglimento del permafrost.

Sovranità ambientale

Ma Jäggi è ben più interessata agli effetti che la liberalizzazione dei mercati avrà sulla sovranità ambientale della Svizzera.

In una ricerca sul commercio mondiale commissionata dall'organizzazione non governativa Dichiarazione di Berna, Jäggi sostiene che il Gats, l'accordo generale sulla commercializzazione dei servizi cui la Svizzera ha aderito, indebolisce gli sforzi per preservare le regioni montane incontaminate.

"L'obiettivo del Gats è di ridurre le barriere commerciali e le leggi a tutela dell'ambiente sono considerate barriere commerciali", dice Jäggi a swissinfo. Aggiunge poi che la Svizzera ha omesso di stabilire restrizioni all'accesso di stranieri sul suo mercato e questo farà sì che in futuro i grandi investitori internazionali potranno costruire grandi stazioni montane senza alcun rispetto per l'ambiente.

Il governo ha stabilito un pericoloso precedente nel 2006, ritiene Jäggi, quando ha avallato un'eccezione alla legge che regola la proprietà straniera per consentire a un investitore egiziano, Samih Sawiris, di portare avanti i piani di costruzione di un'enorme stazione ad Adermatt.

L'arbitro nelle controversie future, ammonisce la geografa, non sarà il governo svizzero, ma l'Organizzazione Mondiale del Commercio.

swissinfo, Dale Bechtel
traduzione di Serena Tinari

Fatti e cifre

In Svizzera ci sono 650 società di impianti di risalita.
Con i loro 11'000 addetti, queste aziende costituiscono un fattore economico cruciale per le regioni montane e hanno un giro d'affari annuo complessivo di 840 milioni di franchi svizzeri.
Circa il 25% viene reinvestito nella manutenzione o nell'acquisto di nuove infrastrutture.

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