Diritti umani in Svizzera: attenzione alle discriminazioni

L'Esame periodico universale si svolge nella sala in cui si riunisce il Consiglio dei diritti umani. È stata decorata dall'artista spagnolo Miquel Barceló. Keystone/Salvatore Di Nolfi

È la terza volta che la Svizzera presenta all’ONU il suo bilancio in materia di rispetto dei diritti umani nel quadro dell’Esame periodico universale, lo strumento faro del Consiglio dei diritti umani. Gli Stati hanno salutato i progressi compiuti dall’ultimo esame nel 2012, invitando però la Svizzera a impegnarsi maggiormente nell’ambito delle discriminazioni e dell’integrazione dei migranti.

Frédéric Burnand Ginevra

Unica differenza di rilievo rispetto agli esami del 2008 e del 2012: la Svizzera non è stata rappresentata dal suo neoministro degli affari esteri Ignazio Cassis, ma da Pascale Baeriswyl, segretaria di Stato del Dipartimento federale degli affari esteri, che nel contesto onusiano assume il rango di viceministra.

Ex vicedirettrice della Divisone del Diritto internazionale pubblico e dei Trattati internazionali, Baeriswyl conosce comunque altrettanto bene i punti discussi durante questa sessione, in cui lo Stato sotto esame presenta le azioni intraprese sulla base delle raccomandazioni formulate e accettate nel 2012. E questo prima di essere valutato dagli Stati membri delle Nazioni Unite nel quadro di un «dialogo interattivo», secondo l’espressione in vigore al Consiglio dei diritti umani.

«Un compito senza sosta»

All’inizio della sessione, Pascale Baeriswyl ha sottolineato il buon livello raggiunto dalla Svizzera, rammentando che «nessun paese può mostrare compiacenza» in questo ambito poiché la protezione di questi diritti «è un compito senza sosta».


Dal canto loro, gli Stati hanno chiesto maggiori sforzi nella lotta contro il razzismo e contro le violenze sulle donne, raccomandando al contempo una migliore protezione dei lavoratori migranti.

Numerosi paesi hanno salutato il progetto di legge per creare un’istituzione nazionale dei diritti umani, insistendo però sull’importanza della sua indipendenza. Una richiesta formulata periodicamente anche dai difensori dei diritti umani in Svizzera. Secondo Pascale Baeriswyl, l’istituzione potrebbe essere operativa nel 2020, sempre che il progetto superi lo scoglio del parlamento.

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Diversi paesi hanno poi deplorato il fatto che la Svizzera continua a non far parte della Convenzione contro le violenze nei confronti delle donne. La misura «è in corso di attuazione», ha precisato la responsabile della delegazione elvetica.

Altra richiesta: la Svizzera dovrebbe aderire alla Convenzione sulla protezione dei lavoratori migranti. Un passo, però, che la Confederazione non intende fare, ha detto Baeriswyl, evocando l’approccio simile della maggior parte dei membri dell’OCSE.


Disparità salariale, violenze domestiche e discriminazione

Presente alla sessione, la presidente della sezione svizzera di Amnesty International rileva che «è interessante vedere a che punto l’insieme degli Stati si complimenti con la Svizzera per le misure adottate, in particolare la ratifica di alcune convenzioni». Tuttavia, prosegue Manon Schick, «questi Stati hanno anche indicato i veri problemi che si pongono all’interno del paese, ovvero la disparità salariale tra uomini e donne, le violenze domestiche, la discriminazione razziale e i discorsi di odio, senza dimenticare la creazione di un’istituzione nazionale dei diritti umani davvero indipendente e conforme ai Principi di Parigi [che fissano il quadro di una tale istituzione, ndr]».

Ma allora, qual è l’interesse di questo tipo di esame per un paese che gode di una così buona considerazione? L’interesse principale, risponde Manon Schick, risiede nella sua preparazione e nel suo monitoraggio. Per la redazione del rapporto sottoposto oggi, il governo ha consultato le organizzazioni della società civile, le quali si sono a loro volta coordinate per esprimere le loro preoccupazioni».

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