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Omaggio Ueli Steck – un grande svizzero

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Con le sue scalate in solitaria e in velocità, Ueli Steck ha lasciato un segno nella storia. Per il 41enne, deceduto in Nepal, non era però una questione di record. La sua vita era un simbolo dell’ingegneria del corpo umano e in questo l'alpinista ha dimostrato una precisione svizzera.

Ueli Steck è morto domenica 30 aprile 2017 in Nepal, mentre si stava allenando per una nuova ascesa dell'Everest. 

(AFP)

Ueli Steck, deceduto durante un giro di perlustrazione sul Nuptse, rappresentava molto di ciò che gli svizzeri amano attribuirsi: era un uomo di successo, diligente e al contempo parlava poco delle sue imprese, anche perché non le riteneva estremamente grandi, ma piuttosto il frutto di un lavoro ben meritato. Ueli Steck era un uomo modesto.

L’alpinista incarnava anche i valori che attribuiamo al nostro paese. Era preciso fino all’ultimo dettaglio. Oltre a ciò, era cosmopolita, agile e incredibilmente reattivo. Ma soprattutto Ueli Steck era un solitario. Quando partecipava a delle cordate, era soltanto per progetti specifici. Aveva molti amici e nessun vero nemico. Godeva del rispetto dei suoi rivali e di tutti coloro che lavorano con o per lui.

Non sorprende che la sua morte abbia scosso il paese. Migliaia di persone lo hanno incontrato sulle Alpi svizzere. Lui sorpassava correndo con leggerezza, mentre loro avanzavano a fatica, passo dopo passo, col respiro ansimante. Ueli Steck salutava tutti in modo cordiale. Molti svizzeri hanno anche partecipato alle sue conferenze e ammirato le sue diapositive, grazie anche alle quali Ueli Steck si guadagnava da vivere. Era un narratore di talento, capace di riflettere in modo intelligente sulle sue azioni.

A spingere Ueli Steck non era la caccia all’altitudine o ai record, ma il meticoloso allenamento del proprio corpo. Agiva su due fronti – la resistenza e la tecnica d’arrampicata – e su entrambi aveva raggiunto un livello di classe mondiale. La sua ambizione aveva trovato un terreno di gioco soprattutto nella resistenza, che allenava anche grazie all’alimentazione.

Aveva rimpiazzato i carboidrati coi grassi, perché questi gli garantivano maggiore efficienza. Non si trattava di una nuova tecnica alpinistica, ma gli aveva permesso di estendere il suo raggio d’azione. Ed era qualcosa che gli piaceva, perché Steck era affascinato dalla montagna, come dalla potenza dei muscoli.

In questo modo Ueli Steck aveva raggiunto limiti difficilmente immaginabili. Alcuni vedevano in queste scalate a tutta velocità una caccia inutile, l’ambizione di un personaggio antipatico e talvolta egocentrico. E molti alpinisti amatoriali percepivano in questa corsa alla vetta il contrario di ciò che le montagne svizzere trasmettono: quel rispetto e quella quieta superiorità che fanno sentire piccolo l’essere umano.

Ueli Steck durante un allenamento a Berna, nel 2015.

(SRF-SWI)

Ueli Steck era un uomo irrequieto e ne era consapevole. Proprio per questo faceva affidamento sulla sicurezza. Una sicurezza che per lui non stava tanto nei nodi d’arrampicata e nei compagni di cordata, ma nell’affilatura delle sue competenze fuori dal comune. Ciò ha fatto di lui un grande atleta e un modello per le prossime generazioni, che non cercano più di competere con la montagna ma con sé stesse.

Come può essere che un uomo abbia spinto il suo corpo così in là da riuscire ad affrontare una vetta di 4'000 metri come un qualsiasi altro corpo affronta un’ora di jogging la domenica mattina? Steck ha dovuto spostare i limiti, non c’era altra alternativa. Era la sua logica (e i migliori alpinisti vivono di sponsor).

Per Ueli Steck la sfida stava nella resistenza ad alta quota e non tanto nel rischio. Lassù sulle montagne avrà senza dubbio temuto la morte, proprio perché questa lo aveva già sfiorato.

Qualcuno si sarebbe mai immaginato che un’uscita con gli sci sarebbe stata fatale al campione di Formula 1 Michael Schumacher? Anche nel caso di Ueli Steck il destino ha inflitto un simile colpo. Il rischio della morte era sempre da prevedere, in ogni impresa affrontata da Steck. Non la scorsa domenica. In quell’uscita di preparazione sul Nuptse è morto un grande alpinista. Un grande svizzero. 


Traduzione dal tedesco, Stefania Summermatter

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