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La democrazia diretta rielabora la paura degli stranieri

Italienische Saisonarbeiter im Bahnhof Buchs.
Lavoratori stranieri, in arrivo o in partenza, affollavano le stazioni svizzere negli anni '60. hmsg.ch

Gli italiani tornino da dove sono venuti! È ciò che voleva l'iniziativa "contro l'inforestierimento" su cui gli elettori elvetici si sono pronunciati 50 anni fa. È stato l'inizio di una lunga serie di votazioni sui rapporti "tra noi svizzeri e gli stranieri" che è tuttora d'attualità. Perché in Svizzera riemerge in continuazione la paura dei 'forestieri'?

Il 7 giugno 1970 è entrato nella storia della Svizzera: quel giorno gli elettori elvetici – solo uomini perché le donne non avevano ancora il diritto di voto – hanno sancito il destino dei “lavoratori stranieri” – che implicitamente significava degli italiani – nella Confederazione. Visto da lontano, il rifiuto dell’iniziativa, con il 54% di noCollegamento esterno, potrebbe sembrare piuttosto chiaro.

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Ma all’epoca non è stato affatto percepito così: il 46% sì ha avuto l’effetto di una bomba. Il fatto che quasi la metà dei votanti abbia votato a favore della limitazione al 10% della proporzione di stranieriCollegamento esterno – ossia degli italiani, che erano pur sempre dei vicini di casa – in ogni cantone (ad eccezione di Ginevra) rispetto al totale della popolazione svizzera, dimostra due cose: da un lato, la diffusione della xenofobia e, dall’altro, le profonde divisioni interne nella Svizzera di allora.

Una saga

La campagna che ha preceduto il voto è stata infuocata e l’iniziativa ha provocato un’enorme mobilitazione con una partecipazione di quasi il 75%, si è registrata una delle affluenze più elevate della storia della democrazia diretta elvetica.

L’iniziativa “contro l’inforestierimento” è spesso chiamata anche “iniziativa Schwarzenbach”, dal nome del suo ideatore: James SchwarzenbachCollegamento esterno. Costui era figlio di una famiglia di industriali e cugino della scrittrice Annemarie Schwarzenbach.

James Schwarzenbach era cresciuto politicamente negli anni Trenta e Quaranta, quale ammiratore di Mussolini e nel Fronte nazionaleCollegamento esterno, la versione svizzera del movimento nazista.

Vicini? Estranei!

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Marc BühlmannCollegamento esterno, professore di scienze politiche all’Università di Berna, inizia a spiegarlo facendo riferimento alla propria storia familiare. “Nel villaggio di mio nonno tutti stavano insieme e si aiutavano a vicenda. Ma la domenica gli uomini incontravano quelli del villaggio vicino e si prendevano a botte”.

Con questo esempio il politologo vuole illustrare come “il racconto ‘Stiamo insieme e ci difendiamo dagli attacchi dall’esterno’ sia una delle narrazioni più potenti dell’umanità”.

Dopo la Seconda guerra mondiale, da cui la Svizzera è uscita praticamente indenne, si è innescato un tale riflesso difensivo a livello nazionale. È allora che sono arrivati in Svizzera i primi lavoratori stranieri: gli italiani. Successivamente sono stati seguiti da spagnoli, turchi e jugoslavi. Solo uomini. Le donne e i bambini dovevano restare nel loro paese d’origine.

I lavoratori stranieri – o gli stagionali, come venivano anche chiamati – hanno costruito la Svizzera moderna: autostrade, aeroporti dighe, centrali elettriche, scuole, eccetera.

Chiaramente identificabili

“Non appena sono arrivati i primi lavoratori stranieri in Svizzera nel Dopoguerra, è nata anche l’idea che gli stranieri ci portavano via il lavoro, lo spazio e le donne”, dice Bühlmann.

Un tema, cinque canali

Dalla fine del 1945, il popolo svizzero ha votato su 508 quesitiCollegamento esterno, di cui 42 riguardavano il disciplinamento dei rapporti tra gli svizzeri e gli stranieri, suddivisi in cinque campi:

Presenza straniera/controllo dell’immigrazione; p.es. iniziativa popolare contro l’inforestierimento, (iniziativa Schwarzenbach), 7 giugno 1970; 54% No.

Politica sugli stranieri: iniziativa per l’espulsione, 28.11.2010; 52,3% Sì.

Politica dell’asilo: inasprimento della legge sull’asilo, 24.09.2006; 67,8% Sì.

Naturalizzazione: naturalizzazione agevolata di giovani stranieri di seconda generazione, 26.09. 2004; 56,8% no.

Politica estera: (Europa/UE, ONU, trattati internazionali); adesione della Svizzera allo Spazio economico europeo (SEE) 06.12.1992; 50.3% no.

Ma perché la xenofobia è diventata un oggetto ricorrente di votazione in Svizzera? “In Svizzera la democrazia diretta fa sì che queste paure vengano portate alla luce e organizzate”, dice Marc Bühlmann. “L’iniziativa contro l’inforestierimento ha dovuto essere discussa politicamente e socialmente. È questo il bello della democrazia diretta: le paure vengono a galla, che si condividano o meno”.

Tema dominante con l’UDC

All’inizio degli anni Novanta, è subentrata l’Unione democratica di centro (UDC), che Christoph Blocher ha portato su un nuovo corso: quello chiaramente conservatore di destra. Non solo l’UDC ha continuato a scrivere quella storia improntata all’idea di “noi e gli altri”, ma l’ha trasformata in un tema politico dominante.

Tutto è iniziato con un botto nel 1992: il sorprendente “no” dei votanti nel referendum sull’adesione della Svizzera allo Spazio economico europeo (SEE). “L’UDC è pioniera e leader in questo ruolo in Svizzera. Allo stesso tempo, partecipa anche alla responsabilità governativa”, sottolinea Bühlmann.

L’ascesa dell’UDC

In seguito, l’UDC è uscita vittoriosa diverse altre volte dalle battaglie nel campo della democrazia diretta: il popolo svizzero ha infatti approvato le iniziative del partito di destra “Contro l’edificazione di minaretiCollegamento esterno” nel 2009, “Per l’espulsione degli stranieri che commettono reatiCollegamento esterno” (2010) e “Contro l’immigrazione di massaCollegamento esterno” (2014).

Marc Bühlmann contestualizza così l’accusa rivolta all’UDC di essere un partito che crea paure: “Le paure esistono realmente ed è compito dei partiti portare alla luce i problemi e rispondervi”. Ciò comporta in primo luogo una oggettivazione dei problemi. In secondo luogo, le persone che nutrono tali paure si sentono prese sul serio quando un partito dice loro “mi occupo di te e ti do voce”.

Alla fine, questo porta a una maggiore fiducia della gente nel sistema politico e anche a una maggior soddisfazione nei confronti dei rappresentanti in parlamento e in governo.

Tabù con potenza esplosiva

Se di fronte alle paure non vi fosse tale moderazione politica, ciò condurrebbe a un tabù politico, prosegue il politologo. “In tal caso, partiti di estrema destra possono saltare nella breccia e trasformare le paure della gente in collera. Come l’AfD in Germania o il Rassemblement National in Francia”.

La moderazione e l’organizzazione politica tramite dei partiti ha però un prezzo.”La politica migratoria è stata inasprita”, constata Marc Bühlmann. E l’UDC è riuscita a capitalizzare le sue vittorie nella democrazia diretta trasformandole in successi nella democrazia rappresentativa: dal 1999 l’UDC è diventata il più forte partito del parlamento svizzero.

E oggi? Alle ultime elezioni federali dell’ottobre 2019 l’UDC ha segnato perdite storiche alla Camera del popolo, pur rimanendo il partito che detiene il maggior numero di seggi.

Il partito ha esaurito il suo tema? Niente affatto, secondo Martina MoussonCollegamento esterno, politologa presso l’istituto di ricerca gfs.bern. “Nella politica dell’immigrazione, l’UDC è ancora leader nelle tematizzazioni. Inoltre, viene designata di gran lunga come il partito più competente in materia di migrazione”.

Consapevolezza del razzismo

Quanto sono xenofobi gli svizzeri? Un terzo dei cittadini elvetici lo è in modo latente, secondo una tesi di Hans-Ulrich Jost, professore emerito di storia all’Università di Losanna.

Per Martina Mousson, invece, questa è un’affermazione troppo generale. “L’indagine ‘Convivenza in Svizzera 2010-2014Collegamento esterno‘ ha certo indicato che circa il 40% delle persone nella Confederazione sono tendenzialmente critiche nei confronti dell’Islam. Ma le tendenze esplicitamente islamofobiche sono nettamente inferiori, cioè al di sotto del 20%”, rileva la politologa.

Anche un dato più recente è rivelatore: nell’indagine seguente, del 2018, il 59% ha considerato il razzismo un problema serio in Svizzera. “C’è dunque una consapevolezza del problema”, afferma.

La globalizzazione come motore

Secondo Martina Mousson, se la xenofobia non scompare dall’agenda politica svizzera, ciò è dovuto anche alla globalizzazione. Questa “incoraggia anche la xenofobia e l’esclusione”.

“La globalizzazione fa sentire gli svizzeri piccoli e alla mercé degli altri”, spiega la politologa. Questo genera il bisogno di frontiere sicure, viste come una protezione. Lo si vede ora anche con il coronavirus. “E in relazione all’Unione Europea, svolge un ruolo importante”, sottolinea la ricercatrice.

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(Traduzione dal tedesco: Sonia Fenazzi)

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