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In Medio Oriente la Svizzera vuole essere utile

Centinaia di palestinesi attendono di poter raggiungere l'Egitto.

Centinaia di palestinesi attendono di poter raggiungere l'Egitto.

(Keystone)

Da anni la diplomazia svizzera si concentra sui mezzi per alleggerire il blocco israeliano nella striscia di Gaza. Questione tornata alla ribalta dopo il sanguinoso assalto contro la “flottiglia della libertà” e le recenti misure decise dal governo Netanyahu.

Essere utile, dunque. Questa l’ambizione della diplomazia svizzera in Medio Oriente. Un obiettivo modesto se pensiamo a quanto svolto in passato con l’Accordo di Ginevra – ma realista, visto il numero e la qualità degli attori direttamente implicati nel conflitto senza fine che oppone israeliani e palestinesi.

Riguardo al blocco della striscia di Gaza, questa ambizione potrebbe anche essere foriera di frutti, se sarà operativo il meccanismo di sorveglianza del transito dei beni verso Gaza ideato dagli europei.

Alimentato, inoltre, dalla perizia elvetica, questo dispositivo è stato nuovamente evocato dalla presidenza spagnola dell’Unione europea (UE) dopo che il governo israeliano ha annunciato giovedì di voler allentare il blocco di Gaza: “L’UE si sta preparando alfine di garantire una presenza europea ai punti di passaggio a Gaza, per facilitare così l’ingresso dei beni e delle persone, scongiurare atti di contrabbando e assicurare Israele”.

In effetti la diplomazia svizzera sta lavorando da anni su questo progetto, come spiegato dall’ambasciatore Jean-Daniel Ruch, inviato speciale del Consiglio federale per il Medio Oriente.

«Dall’inizio del blocco di Gaza (rafforzato dopo che Hamas nel mese di giugno del 2007 ne ha assunto il controllo, in seguito alla vittoria delle legislative palestinesi del 2006 e al divorzio tra Fatah e Hamas, ndr), ci eravamo chiesti su come assicurare l’approvvigionamento degli abitanti e della sua economia», afferma l’ambasciatore.

Approccio umanitario

Jean-Daniel Ruch sottolinea l’approccio umanitario dell’iniziativa svizzera: «Il frutto delle nostre riflessioni si era materializzato nel 2007, con un’analisi giuridica degli obblighi di Israele nelle sue vesti di potenza di occupazione a Gaza».

I protagonisti del conflitto hanno invece scelto il confronto armato culminato nel mese di dicembre del 2008 con una massiccia operazione israeliana su Gaza (oltre 3'000 morti, soprattutto palestinesi, e oltre 1'000 edifici parzialmente o totalmente distrutti).

Di fronte a questo nuovo disastro umanitario, la diplomazia svizzera ha dunque lanciato un’altra idea. «Per far fronte al blocco della ricostruzione di Gaza, l’anno scorso abbiamo suggerito la costituzione di un meccanismo indipendente che sovraintenda alla gestione e alla ricostruzione di Gaza», precisa Jean-Daniel Ruch.

Poiché sul terreno, ad un anno circa dall’offensiva israeliana, il blocco continua ad asfissiare la striscia di Gaza. Alla Svizzera è stata così affidata un’importante missione da parte delle Nazioni Unite.

Mandato dell’ONU

«Quando, nel mese di novembre del 2009, abbiamo ricevuto dall’Assemblea generale dell’ONU, il mandato di convocare una conferenza sull’applicazione delle Convenzioni di Ginevra nei Territori Occupati, ci è parso chiaro che la priorità dell’urgenza umanitaria concernesse Gaza», evidenzia Jean-Daniel Ruch.

L’irruzione della “flottiglia della libertà” nelle irrequiete acque del Medio Oriente e la risposta sanguinaria delle forze speciali israeliane (uccisi 9 militanti pro palestinesi), ha brutalmente cambiato il contesto diplomatico e sottolinea, in via sussidiaria, la pertinenza dell’iniziativa elvetica.

Il Ministero degli Affari esteri sta dunque valutando le vie migliori per organizzare sul posto un regime di acceso a Gaza che sia prevedibile, duraturo; l’obiettivo è anche quello di consentire alla popolazione di Gaza e alla sua economia di svilupparsi senza inficiare la sicurezza di Israele.

«Il risultato delle nostre riflessioni è stato presentato recentemente ai nostri partner, tanto a Washington quanto a Bruxelles. Siamo in contatto permanente con loro per affinare il modello», aggiunge Jean-Daniel Ruch.

Battaglia diplomatica

Resta ora da vedere se la decisione annunciata giovedì da Israele – ossia allentare la morsa del blocco di Gaza – permetterà di abbassare l’intensa pressione diplomatica sul governo di Netanyahu, poiché ora la palla è nel campo dei padrini del processo di pace (ONU, UE, USA, Russia).

«Ogni volta che le pressioni diplomatiche diventano troppo forti, Israele schiude le porte sul fronte umanitario. E questo per non cedere di un millimetro sul piano politico», osserva Yves Besson, ex diplomatico svizzero e attento osservatore del Medio Oriente.

L’Unione europea ha fatto notare che la decisione di Israele è «un passo nella giusta direzione». E il capo della diplomazia spagnola, Miguel Angel Moratinos, ha aggiunto: «Invece di avere una lista di bene autorizzati, ci sarà una lista dei prodotti vietati. Su due o tre prodotti incomberà il divieto, mentre tutto il resto potrà entrare a Gaza senza difficoltà». Un cambiamento che corrisponde anche alle aspettative della diplomazia svizzera.
Critico il suo omologo francese Bernard Kouchner, secondo cui il gesto israeliano è insufficiente; valutazione peraltro condivisa dal parlamento europeo, la Giordania e l’Autorità palestinese.

«Il presidente Mahmoud Abbas esige la fine totale dell’assedio a Gaza. Rivendicazione espressa a chiare lettera al presidente americano Barack Obama e all’Unione europea», ha precisato il responsabile palestinese Saëb Erakat.

Il quotidiano israeliano Haaretz fa tuttavia notare che qualche giorno fa Mahmoud Abbas aveva affermato di aver comunicato a Obama e agli europei di non volere la fine totale del blocco israeliano. Per evitare di rafforzare gli islamisti di Hamas.

Frédéric Burnand, Ginevra, swissinfo.ch
(traduzione: Françoise Gehring)

Nota stampa del governo israeliano

«Il gabinetto di sicurezza ha avuto,nel corso dei due ultimi giorni, una discussione
approfondita concernente gli aggiustamenti della politica di Israele a Gaza.

È stato convenuto:

● di liberalizzare il sistema attraverso cui i beni civili entrano a Gaza;

● di estendere l’entrata dei materiali per progetti civili sotto l’egida del controllo internazionale;

● di mantenere le procedure di sicurezza esistenti per impedire l’afflusso di armi e di material bellico.

Il Consiglio dei ministri decider nei prossimi giorni misure supplementari per mettere in atto questa politica. Israele si aspetta dalla comunità internazionale che si adoperi per la liberazione immediate di Gilad Shalit.
»

Traduzione: swissinfo.ch

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