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Massacro a Charlie Hebdo La libertà d’espressione, un diritto sacro ma minacciato

Manifestazione di cordoglio a Ginevra.

(Keystone)

La stampa svizzera è sotto choc per l’attentato contro il giornale satirico francese Charlie Hebdo. Per i commentatori, bisogna battersi più che mai per preservare la libertà d’espressione che sta al centro della cultura occidentale. Non si deve tuttavia trasformare questa lotta in uno scontro tra civiltà, avvertono.

«Attacco alla nostra libertà», «Martiri per la libertà di opinione», «Tragici proiettili a Charlie Hebdo», «Attacco alla libertà e alla democrazia» o ancora «Morti per la libertà di espressione» e «Pensiero libero assassinato». All’indomani dell’attentato sanguinario contro il giornale satirico di Parigi, i quotidiani svizzeri sono unanimi nel condannare un atto che va oltre la morte di dodici innocenti.

Terrorismo a Parigi Francia sotto choc dopo l’attacco a Charlie Hebdo

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Almeno 12 persone sono state uccise e una ventina sono rimaste ferite in un attacco terroristico perpetrato mercoledì contro la sede di Parigi del giornale satirico Charlie Hebdo. Si tratta dell’attentato più sanguinoso commesso in Francia da una trentina d'anni.

L’attacco è avvenuto verso le 11.30, quando «due uomini armati di kalachnikov e di un lanciarazzi hanno fatto irruzione nella sede del giornale» nell’XI arrondissement, ha indicato all’Agence France Presse una fonte vicina all’inchiesta.

Dopo l'attentato gli assalitori - che stando al Ministero degli interniLink esterno erano tre e non due come indicato in un primo tempo - sono riusciti a fuggire, aggredendo un automobilista, impossessandosi della sua auto e facendo perdere per il momento le loro tracce. L’auto è poi stata ritrovata abbandonata alla Porte de Pantin, a circa 5 chilometri dalla sede di Charlie Hebdo.

«L’assalto è durato cinque minuti. Gli assalitori parlavano perfettamente francese e dicevano di appartenere ad Al Qaida», ha testimoniato Coco, una delle disegnatrici della rivista satirica scampata all’attentato.

Nel corso dell’attacco, i terroristi hanno gridato «Allah u Akbar», Dio è grande, come testimoniano le immagini girate dal giornalista Martin Boudot, trasmesse da France Television.

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Dodici persone sono state uccise, tra cui due agenti di polizia, stando all’ultimo bilancio delle forze dell’ordine. I feriti sono una ventina, di cui quattro in modo grave.

Nell’attacco sono morti anche i celebri vignettisti Charb (Stephane Charbonnier, direttore di Charlie Hebdo), Cabu, Tignous e Wolinski. In una delle sue ultime vignette, Charb si era dimostrato drammaticamente profetico. «Ancora nessun attentato in Francia», si legge sul disegno, mentre un barbuto armato risponde: «Aspettate. Abbiamo tempo fino a fine gennaio per farci gli auguri».

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«È stato un attentato terroristico, non c'è dubbio. La Francia è sotto shock», ha dichiarato François Hollande. «Diversi attentati – ha aggiunto il capo dell'Eliseo – sono stati sventati nelle ultime settimane».

Posti di blocco sono stati organizzati in tutta Parigi e il governo ha deciso l'immediato aumento del livello di allerta attentati terroristici in tutta l'Ile-de-France, la regione della capitale francese. Polizia e gendarmi sono stati schierati davanti a scuole, edifici pubblici e redazioni di giornali.

Si tratta del più sanguinoso attacco commesso in Francia dall’ondata di attentati a matrice islamista che avevano sconvolto Parigi nel 1986 (12 morti e circa 200 feriti in una decina di attentati) e nel 1995 (8 morti e circa 120 feriti alla stazione ferroviaria Saint-Michel).

«Non smetteremo mai»

La presidente della Confederazione Simonetta Sommaruga ha reagito condannando «con fermezza l’attentato» e presentando le sue condoglianze. A nome del governo svizzero, Sommaruga ha definito l’attentato «un attacco ai diritti umani quali la libertà di opinione e di stampa», si legge in un comunicatoLink esterno dell’Amministrazione federale.

Logica dell’occhio per occhio

Secondo Jacques Baud, specialista svizzero del terrorismo, questo massacro – inedito in Francia per le sue proporzioni – contro una redazione di un giornale è «nella logica dell’islamismo radicale che intende rispondere a un attacco con un altro attacco. Anche se sono passati 10 anni dalla pubblicazione delle caricature di Maometto da parte di Charlie Hebdo, i terroristi hanno dato una loro risposta sanguinosa a quello che ritengono essere un attacco contro il profeta».

Autore di diversi saggi sul terrorismo di matrice islamica, Jacques Baud spera che la Francia non cada nella trappola tesa dai terroristi. «Ad esempio, non bisognerebbe pubblicare di nuovo queste famose caricature in nome della libertà della stampa. Sarebbe una nuova vittoria, sia per i jihadisti sia per coloro che attaccano l’Islam in Europa, come accade in Germania. Questo attacco è infatti una conseguenza della logica frontale, binaria, installatasi dopo l’11 settembre: se non siete con noi, siete contro di noi».

Jacques Baud non vede però cambiamenti in vista. Secondo lo specialista, i governi non hanno ancora elaborato una strategia alternativa da affiancare a quella militare e di polizia per fronteggiare l’islamismo radicale.

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Gli editori svizzeri hanno dal canto loro espresso costernazione e parlato di una «giornata nera» per la libertà della stampa e per la Francia.

«Prendersela con un giornale è particolarmente da vigliacchi», ha dichiarato all’agenzia telegrafica svizzera (ats) Daniel Hammer, segretario generale di Médias Suisses, l’associazione ombrello degli editori romandi. «Siamo sconvolti. Questo giornale è decimato», ha affermato, esprimendo le sue condoglianze alle famiglie delle vittime.

Thierry Barrigue, direttore e capo redattore del giornale satirico romando 'Vigousse', nell’attentato ha perso diversi amici. «Sono invaso da una tristezza enorme. Cabu, Charb, Wolinski, Tignous erano degli amici. La disegnatrice Coco, che lavora anche per ‘Vigousse’, è per fortuna viva. Si era nascosta sotto un mobile», ha affermato all’ats.

«Charb era venuto a Morges (canton Vaud) per un dibattito sulla libertà di stampa. Anche in Svizzera era scortato da un poliziotto. Sapeva di essere minacciato. Mi ha detto che non avrebbe mai ceduto alle minacce, che avrebbe continuato il suo lavoro per la libertà d’espressione», ha proseguito Barrigue.

Per il vignettista romando, ad essere minacciate sono «le nostre libertà fondamentali. Quelle persone sono morte affinché ci si possa esprimere liberamente e ad alta voce. Senza questo, non vi è democrazia possibile. Se tacciamo, perdiamo». Per ‘Vigousse’, questo massacro non cambia nulla: «Gli assassini sperano di farci smettere, ma non lo faremo. Significherebbe tradire la memoria di quelli che sono morti».

Giornale preso di mira già nel 2011

Charlie Hebdo aveva pubblicato proprio mercoledì in copertina una caricatura dello scrittore Michel Houellebecq, al centro di polemiche per il romanzo «Sottomissione» uscito in questi giorni, che racconta l’arrivo al potere in Francia di un presidente islamico.

Il settimanale satirico era nel mirino dei fondamentalisti islamici dal 2006, quando aveva pubblicato la serie delle caricature di Maometto del giornale danese Jyllands-Posten.

Nel novembre 2011, la sede del giornale era stata distrutta da un incendio provocato da un lancio di bombe molotov. La rivista aveva annunciato la pubblicazione per l’indomani di un’edizione dedicata alla vittoria del partito islamista Ennahda in Tunisia. Sulla prima pagina spiccava un’immagine di Maometto che prometteva «cento frustate se non morite dal ridere».

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Quello a Charlie Hebdo è «un attacco alla nostra civiltà», commenta la Neue Zürcher Zeitung. «L’assalto alla redazione di Charlie Hebdo aveva due scopi, oltre al massacro pianificato di civili: assassinare la libertà d’espressione e annientare i valori della democrazia», scrive il romando Le Temps, che parla di una «guerra alla democrazia nel cuore di Parigi».

L’annientamento di una redazione di un giornale nel mezzo dell’Europa è un nuovo e tragico culmine della politica brutale degli adoratori estremisti del Corano, osserva la Basler Zeitung, che apre con una prima pagina bianca in cui appare unicamente la scritta «Je suis Charlie». Per il giornale renano, «è un attacco frontale alla libertà di opinione, al cuore della cultura occidentale».

Hanno voluto far tacere una voce scomoda, quella di Charlie Hebdo, ma in realità prendevano di mira l’essenza stessa della libertà di opinione, indica L’Express.

Anche per la Berner Zeitung, si tratta di un «attacco contro alcuni dei beni più preziosi del mondo occidentale: la libertà di opinione e la libertà di stampa». «Senza media liberi, avverte il giornale della capitale, la libertà dei singoli e un sistema democratico basato su elezioni libere sono «impensabili».

Un valore sacro, ma non più inviolabile

Il dramma di Charlie Hebdo ci colpisce perché ci è vicino, è nella nostra cultura, nel nostro vissuto, osserva il 24 Heures. Ma ogni giorno, rammenta il foglio vodese, un po’ ovunque nel mondo, la ragione e il libero pensiero perdono delle battaglie a causa di massacri, rapimenti, minacce e sottomissioni intollerabili.

«Cosa può però fare una matita contro un lanciarazzi?», s’interroga Le Temps, sottolineando che Cabu, Wolinski, Charb e Tignous, vignettisti di Charlie Hebdo, «sono morti da eroi siccome hanno creduto nel loro ideale sino alla fine». Il loro sacrificio, ritiene La Regione Ticino, «potrà forse servire a portare finalmente un’ondata d’indignazione. Ovunque. Senza scorciatoie ideologiche o religiose, senza se e senza ma».

In queste ore la stampa francese è unita, solidale, come mai lo è stata: da destra a sinistra, constata il Corriere del Ticino. «Anche chi - ed erano tanti - non apprezzava l’ironia e lo stile del giornale satirico, in queste ore si schiera compatto a difesa di un valore ora più che mai sacro in un paese democratico e libero: quello della libertà d’opinione. Sacro, ma purtroppo non più inviolabile».

Secondo il quotidiano ticinese, i giornalisti chiamati ad affrontare un tema delicato come quello del fondamentalismo islamico «oscilleranno tra due sentimenti inconcepibili alle nostre latitudini: la paura che spalanca la porta all’autocensura o il coraggio che rischia di portare alla morte».

«Non abbiamo fatto abbastanza prevenzione»

Alla Radio svizzera di lingua francese (RTS), il ministro degli affari esteri Didier Burkhalter ha rilevato che la situazione in Francia non può essere assimilabile tale e quale a quella in Svizzera. «Ci sono situazioni differenti, in particolare in termini di integrazione, di rispetto delle differenze, di preparazione della società in generale e di politica internazionale tra i paesi. Ma la lotta contro il terrorismo in generale - passando dalla repressione fino alla prevenzione - riguarda l’insieme della comunità internazionale. È per questo che ci impegniamo nel quadro delle organizzazioni internazionali».

Il ministro ha poi rammentato un’iniziativa nata in Svizzera. «L’anno scorso, abbiamo creato a Ginevra una fondazione internazionale (GCERFLink esterno), che lancia progetti nelle regioni in cui ci sono numerosi giovani che si fanno attirare dagli estremismi religiosi, con lo scopo di offrire loro nuove prospettive. Abbiamo fatto della repressione, ma non abbiamo fatto abbastanza prevenzione per evitare che troppe persone siano attirate da questi estremismi religiosi».

Dopo aver ricordato l’impegno di Berna in materia di coordinamento internazionale di fronte ai jihadisti europei che partono e ritornano dal Medio oriente, Didier Burkhalter ha precisato che in Svizzera «tutti i servizi che devono aumentare il livello di sicurezza del paese sono in allerta da tempo su queste questioni. Un impegno che necessiterà probabilmente dei mezzi supplementari».

Frédéric Burnand, swissinfo.ch

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Non c’è comunque motivo di cedere, sostiene L’Express. «Bisogna dirlo e scriverlo in modo instancabile: i diritti umani, e in particolare la libertà d’espressione, non possono essere sottomessi a una religione o a una cultura».

Bisogna dire no, insiste il giornale di Neuchâtel, e «rifiutare non solo questa violenza cieca che prende di mira degli innocenti, ma soprattutto rifiutare che in nome di Dio, o di chicchessia, si voglia costringere una voce al silenzio».

Non cedere all’islamofobia

Dopo il massacro di Parigi, la collera e la costernazione espresse mercoledì in giganteschi ritrovi spontanei in Francia, a Ginevra e altrove, «sono rassicuranti», scrive la Tribune de Genève, per la quale «questa solidarietà costituisce il miglior antidoto alla paura». La lotta contro il totalitarismo islamista va rafforzata, senza tuttavia «alimentare i focolai dell’islamofobia», avverte il quotidiano ginevrino.

Il bagno di sangue di Parigi rischia di accentuare il conflitto tra i fanatici e le forze anti Islam in Occidente, prevede il Tages-Anzeiger. Da stamane, l’islamofobia o solo la diffidenza nei confronti dei musulmani aumenteranno in maniera esponenziale, sostiene anche il Corriere del Ticino.

«Quanta gente in queste ore penserà: c’è bisogno d’altro per diffidare dell’Islam? A ben vedere è questo che vogliono gli autori e, soprattutto, i mandanti della strage: mettere occidentali contro islamici; combattere i primi, sottomettere i secondi, soprattutto se moderati», scrive il quotidiano pubblicato a Lugano.

Il giornale auspica che la risposta dell’Occidente sia «ferma». «Non si può dialogare con i fondamentalisti islamici neosalafiti. Non ci può essere tolleranza nei loro confronti. Una risposta energica ma, attenzione, mirata e, per una volta, senza ambiguità».

L’atto «infame» degli attentatori, scrive la Neue Zürcher Zeitung, deve essere punito con gli strumenti dello Stato di diritto, «unicamente con questi rinunciando a tutti gli altri, sebbene questi individui possano risvegliare in noi dei sentimenti di vendetta assetati di sangue».

«La paura non può vincere», titola l’editorialista di Der Bund, secondo cui «non dobbiamo fare un favore ai terroristi perdendo il nostro coraggio di difendere le nostre libertà».

Non bisogna nemmeno cedere al fanatismo e lasciare cha la tolleranza religiosa venga intaccata, avverte il giornale di Berna. La maggior parte dei musulmani in Europa, sottolinea, vive pacificamente con i non credenti e la gente di altre religioni.

swissinfo.ch

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