Promuovere la pace per favorire la democrazia

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"Prevenire la violenza, contribuire alla pace, rafforzare la democrazia." È questo il titolo di un opuscolo pubblicato dal ministero degli esteri per presentare la politica di pace fornita dalla Svizzera. Negli ultimi anni, i conflitti sono aumentati nel mondo e le attività in questo settore, in continua crescita, dovrebbero essere presto regolate da una nuova legge federale.

Questo contenuto è stato pubblicato il 20 agosto 2001 - 12:07

Il segretario di Stato Franz von Däniken ha convocato la stampa lunedì a Berna per fare il punto sulla politica di pace del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE). "Oggi è cambiata la natura dei conflitti, ma il loro numero non è affatto diminuito, dopo la fine del comunismo", ha ricordato Von Däniken.

Il tipo di conflitto non è più quello del confronto violento fra due Stati. Molto spesso si assiste a guerre intestine, fra diverse parti della società di un determinato Stato. Gli strumenti della diplomazia tradizionale, quali la politica dei buoni uffici o il negoziato dietro le quinte, devono dunque essere a loro volta adattati alle nuove esigenze. Questo può anche implicare un maggiore ricorso a specialisti esterni al mondo diplomatico.

La Svizzera ha una lunga tradizione di impegno nella promozione civile della pace e questo mandato è addirittura scritto nella nuova Costituzione federale. Ma quali sono i criteri che determinano la scelta dei paesi dove esercitare questo impegno?

La Svizzera interviene nei paesi che corrispondono, per diverse ragioni, ai suoi interessi. Oggi questi sforzi sono concentrati essenzialmente nei Balcani, in Vicino Oriente e nell'Europa orientale. Un altro criterio di scelta è quello cosiddetti "paesi di concentrazione" dell'aiuto allo sviluppo svizzero, come ad esempio il Mozambico, con un programma di sminamento. Si presta attenzione anche a quei paesi da cui provengono le migrazioni, come lo Sri Lanka, dove la Svizzera collabora per l'elaborazione di una Costituzione. La scelta del paese in cui intervenire è spesso determinata da diverse combinazioni di questi criteri.

A seconda del paese d'intervento variano i mezzi a disposizione. Von Däniken ha parlato dell'attività nel quadro di conferenze internazionali, della mediazione diplomatica grazie alle conoscenze specifiche della Svizzera (si pensi al federalismo), di progetti e programmi concreti sul terreno. Nei Balcani la Svizzera si è profilata con una discussione sul ruolo delle minoranze nella Costituzione, con la promozione di media indipendenti e del dialogo interculturale.

Il DFAE ha assegnato il compito di realizzare questa sua missione di pace alla Divisione politica IV, che ha a disposizione 40 milioni di franchi all'anno. Esiste anche un pool di esperti provenienti dai settori più diversi per interventi speciali sul posto e si ricorre inoltre alle competenze di tutti i diplomatici. Il DFAE cerca però anche la collaborazione con le organizzazioni non governative, per creare con loro sinergie significative.

Secondo Franz Von Däniken, è ora necessaria una nuova legge per istituire maggiore chiarezza e per definire un quadro finanziario con cui potere lavorare sul lungo termine. Il governo ha preparato un messaggio che il parlamento dovrebbe discutere forse già nella primavera del 2002.

Il settore della promozione civile della pace è in espansione. La Svizzera gode di una buona immagine perché la si percepisce come un paese neutrale, non troppo dipendente dagli Stati Uniti e non membro della NATO. Per una volta, il suo relativo isolamento sulla scena internazionale è a suo vantaggio. Resta il fatto che gli interventi in questo settore possono avere costi astronomici, come è il caso per lo sminamento di un territorio.

La nuova legge dovrebbe definire il quadro finanziario e se permettesse inoltre l'aumento delle somme a destinazione per la politica di promozione civile della pace, la Svizzera non avrebbe che l'imbarazzo della scelta, tanto l'intervento in questo settore è necessario. Il segretario di Stato ha anche fatto notare che la Norvegia, un paese per numerosi aspetti paragonabile al nostro, oggi spende cinque volte di più della Svizzera per questo tipo di attività.

Mariano Masserini

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