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Riavvicinamento con gli Stati Uniti «L’opposizione si rafforzerà a Cuba»

Oltre 50 anni dopo la rivoluzione castrista, Cuba intende riavvicinarsi al nemico di sempre.

(Reuters)

La svolta nelle relazioni tra Stati Uniti e Cuba avrà ripercussioni che vanno oltre i semplici rapporti bilaterali tra due paesi. Per un vero cambiamento, è però necessario che l’embargo imposto oltre mezzo secolo fa venga soppresso, ritengono gli esperti contattati da swissinfo.ch.

«L’idea di un riavvicinamento già avanzata da Kennedy si è finalmente concretizzata. Si tratta di un evento storico per tutti i cubani», commenta a swissinfo.ch l’editore ginevrino Orlando Blanco, che tra il 1964 e il 1967 ha lavorato quale incaricato d’affari presso l’ambasciata di Cuba a Berna. Il suo auspicio è che il popolo cubano possa ora «esprimersi più liberamente e che il sistema di repressione venga abolito».

Rassegna stampa Cuba-USA: «La cosa giusta da fare»

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All’indomani dell’annuncio di Washington di voler normalizzare le relazioni con Cuba, la stampa svizzera è unanime nell’affermare che l’ultimo «assurdo relitto della Guerra fredda», che ha soprattutto rafforzato il regime castrista, doveva prima o poi cadere.

«Il 17 dicembre 2014 sarà una data che entrerà nei libri di storia», sottolineano giovedì Bund e Tages-Anzeiger nel loro commento comune. Questa volta l’aggettivo storico non sembra essere usurpato, poiché – rileva Le Temps – mercoledì è avvenuto «un cambiamento di paradigma paragonabile all’apertura di Richard Nixon nei confronti della Cina o agli accordi di Camp David conclusi sotto l’egida di Jimmy Carter».

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Praticamente tutti i commenti dei quotidiani elvetici condividono quanto affermato da Barack Obama nel discorso in diretta tv: «Era la cosa giusta da fare», come scrive La Regione.

Politica controproducente

Il merito di questa svolta va prima di tutto proprio al presidente statunitense, osservano Tages-Anzeiger e Bund, che ha capito «che l’esperimento dell’isolamento senza fine è fallito». «Il blocco americano contro Cuba non ha dato i risultati sperati. Malgrado i 50 anni di embargo, il regime di Castro continua a tenere saldamente in mano le redini del potere», constata dal canto suo l’Aargauer Zeitung.

«Follia è fare sempre la stessa cosa e aspettare risultati diversi. Il presidente Obama ha in sostanza detto la stessa cosa di Einstein», scrive la NZZ online, sottolineando che gli Stati Uniti erano rimasti praticamente da soli, assieme all’alleato israeliano, a portare avanti un embargo a 360 gradi nei confronti di Cuba. Una politica che di fatto ha avuto un effetto boomerang, isolando più Washington che l’Avana.

«Autentico relitto dell’epoca della Guerra Fredda, la politica statunitense nei confronti di Cuba certificava una cecità ideologica dura a morire – annota La Regione. Insensata, inefficace e controproducente, se è vero che lo spauracchio yankee è stata l’ultima spiaggia retorica dell’anacronistico autoritarismo castrista».

«Stanchi, i duellanti hanno finito per convincersi dell’assurdità di continuare a intonacare in eterno un muro di incomprensione reciproca che cominciava a cadere a pezzi», osserva dal canto suo La Liberté.

Apertura sinonimo di cambiamento all’Avana?

Con la sua mossa, rileva l’Aargauer Zeitung, «la Casa Bianca vuole togliere l’ultimo asso nella manica al regime di Castro», ovvero la possibilità di imputare i problemi economici del paese all’embargo.

La reazione di Berna

La Svizzera accoglie con soddisfazione i passi annunciati da Stati Uniti e Cuba in vista di una normalizzazione delle relazioni. In una nota diffusa mercoledì sera, il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) si congratula con entrambe le parti.

Al momento il DFAE non dispone di sufficienti informazioni per prendere posizione in merito ai possibili effetti sul ruolo di «potenza protettrice».

Dal 1961, infatti, la Svizzera rappresenta gli interessi statunitensi a Cuba e viceversa. 

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«La scommessa di Barack Obama è quella dell’apertura e degli scambi che contribuiranno, secondo lui, a sottrarre l’isola dagli artigli dell’autocrazia», osserva Le Temps. Un’opinione condivisa da Tages-Anzeiger e Bund, secondo cui gli Stati Uniti «non si espongono a un grande pericolo accelerando l’apertura nei confronti di Cuba. Il rischio lo incorre casomai il regime cubano, che può esser sopraffatto dalla trasformazione in corso».

L’aumento degli scambi tra i due paesi «decuplicherà i desideri di cambiamento dei cubani», rincara 24 heures. Tuttavia per il giornale vodese «non bisogna illudersi. Questo regime che invecchia sempre di più non lascerà il potere senza resistere».

Solo agli inizi

Un interrogativo pesa come un macigno: «Bisognerà vedere se la transizione verso un regime più libero e democratico saprà evitare senza troppi danni gli scogli innalzati durante più di mezzo secolo di comunismo tropicale», scrive 24 heures.

«Siamo solo agli inizi, e la strada non sarà certo in discesa», annota il Corriere del Ticino, che nel suo commento loda l’opera di mediazione del Vaticano e in particolare di Papa Francesco.

Per Barack Obama si annuncia una dura battaglia al Congresso per far levare l’embargo contro Cuba. Diversi esponenti del Partito repubblicano hanno infatti subito gridato allo scandalo. Inoltre dovrà trattare con un regime che «nonostante le timide aperture mostrate, resta sempre dominato da dirigenti dogmatici poco propensi alla aperture democratiche».

Per il presidente americano è però l’occasione di entrare nella storia. «Dopo aver deluso su più fronti molti elettori democratici nel corso degli anni trascorsi alla guida del paese – scrive ancora il Corriere del Ticino – Obama ha ora la possibilità di dare una forte giustificazione a quel premio Nobel per la pace che gli era stato attribuito quando appena iniziava a prendere confidenza con le leve del comando alla Casa Bianca».

In accordo con il suo omologo cubano Raul castro, il presidente statunitense Barack Obama ha annunciato mercoledì l’intenzione di normalizzare le relazioni tra i due paesi, congelate dal 1961.

Gli Stati Uniti toglieranno Cuba dalla lista delle nazioni che sostengono il terrorismo e sopprimeranno alcune restrizioni sui viaggi, il commercio e il trasferimento di denaro. Cuba, dal canto suo, ha annunciato la liberazione di una cinquantina di prigionieri politici e una maggiore apertura nei confronti degli esperti dell’ONU e del Comitato internazionale della Croce Rossa.

Una svolta che era nell’aria

Per l’ex parlamentare socialista Franco CavalliLink esterno, profondo conoscitore di Cuba, l’annuncio di Obama è una mezza sorpresa. «Mi aspettavo come primo passo uno scambio dei prigionieri. Obama si è invece spinto più in là», afferma. La svolta era comunque nell’aria, prosegue il medico, tra i fondatori di mediCuba-SvizzeraLink esterno, un’organizzazione non governativa che si occupa di progetti di cooperazione in ambito sanitario.

«Ultimamente ci sono stati diversi segnali, tra cui alcuni editoriali del New York Times, che andavano in questa direzione. John Kerry aveva ad esempio lodato il lavoro svolto dai cubani in Africa per contrastare l’ebola. Ci sono poi state le visite a Cuba di diversi parlamentari americani e di grossi personaggi del mondo economico», spiega Franco Cavalli.

A spingere verso un cambiamento è stata ovviamente anche Cuba, osserva Claude AuroiLink esterno, professore onorario all’Istituto universitario di studi internazionali e dello sviluppo di Ginevra. «Il regime era insostenibile e Raul Castro aveva bisogno di soldi», dice.

Un’opinione condivisa da Michael Parmly, a capo della Sezione degli interessi americani a L’Avana dal 2005 al 2008. Raul Castro, si legge in un’intervista al quotidiano Le Temps, ha avviato delle riforme che tardano però a dare i frutti. «Con questo gesto, spera di poter rilanciare l’economia», sostiene l’ex diplomatico.

Difficile resistere alla democratizzazione

Dal punto di vista politico e psicologico, Cuba è senza dubbio la vincitrice, come testimonia anche l’esultanza del popolo, ritiene Franco Cavalli. «È la vittoria di Davide contro Golia, che nonostante 50 anni di tentativi, non si è mai fatto strozzare».

Il ruolo «un po’ passivo» della Svizzera

La Svizzera rappresenta gli interessi americani a Cuba, e quelli cubani negli Stati Uniti, dal 1961. In seguito a un accordo del 1977 tra il presidente americano Jimmy Carter e il governo di Castro, il ruolo della Confederazione è diventato più marginale.

Secondo Franco Cavalli, ex deputato in parlamento per il Partito socialista, il ruolo della Svizzera è più teorico che pratico. «Quando c’era un vero problema tra L’Avana e Washington, i due paesi trovavano sempre un modo per parlarsi. Quella svizzera è stata un’intermediazione un po’ passiva», afferma.

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Di tutt’altro avviso, Orlando Blanco sostiene che il sistema cubano è «un fallimento». Privato del sostegno forte della Cina e della Russia, il governo cubano è obbligato a prendere un’altra strada. «Per questo intende seguire il modello cinese, ovvero adottare un capitalismo come negli anni 1920 basato su salari e costi di produzione bassi, conservando nel contempo la struttura rigida di un sistema comunista», afferma.

Cuba è tuttavia troppo piccola e non dispone della potenza della Cina, sottolinea Claude Auroi. «Appena le imprese americane saranno di ritorno, sarà difficile resistere alla democratizzazione. Il sistema non resisterà senza i fratelli Castro siccome non c’è alcun ricambio politico serio».

Malgrado le affermazioni di Raul Castro, mostratosi inflessibile in materia di apertura politica e di rispetto dei diritti umani, il riavvicinamento con gli Stati Uniti avrà effetti sulla società cubana, prevede l’esperto di America latina. «Con l’apertura delle frontiere e la diffusione delle informazioni, diverse influenze modificheranno la società e il movimento di opposizione diventerà più grande», sostiene Claude Auroi.

Ritorno impossibile

Seppur significative, le sole misure annunciate mercoledì non avranno un impatto cruciale per Cuba, ritiene Franco Cavalli. «Ci saranno più turisti americani e per gli americani di origine cubana sarà più facile mandare soldi. Il vero cambiamento, quello che comporterà grossi effetti economici, avverrà soltanto con la soppressione dell’embargo».

Anche in materia di politica interna, sottolinea Franco Cavalli, è l’embargo a fare stato. «Tutti i responsabili cubani con cui ho parlato in questi anni hanno detto che la condizione per aprirsi maggiormente è l’abolizione del blocco economico. Fino ad allora non cambierà molto».

Come comunicato dal portavoce della Casa Bianca, il presidente americano vuole giungere alla fine dell'embargo contro Cuba entro il termine del suo mandato nel 2016. Dovrà però per questo superare lo scoglio del Congresso, dominato dalla maggioranza repubblicana.

Dopo il disgelo di mercoledì, un passo all’indietro appare comunque improbabile. «Oggi, il movimento verso la liberalizzazione dell’economia è irreversibile. Un ritorno è impossibile», ritiene Claude Auroi. Presto o tardi, aggiunge, l’embargo verrà tolto siccome sono gli interessi economici a prevalere nei settori del turismo, dell’agricoltura e dell’industria.

«Buona parte del mondo economico statunitense è interessata a sviluppare contatti con Cuba, anche perché Cuba ha da offrire risorse umane, soprattutto a livello accademico, estremamente qualificate», osserva Franco Cavalli. «Ci sarà una spinta oggettiva ad andare in avanti in questo riavvicinamento. Sarebbe illogico volere relazioni normali, mantenendo però il blocco economico».

Guerra fredda tra Cuba e Stati Uniti

1961: Washington rompe le relazioni diplomatiche con L’Aavana dopo l’avvicinamento dei rivoluzionari castristi all’Unione sovietica. Il tentativo di rovesciare il governo di Fidel Castro da parte di esuli cubani sostenuti dagli Stati Uniti, la cosiddetta invasione della Baia dei Porci, fallisce.

1962: il presidente americano John F. Kennedy decreta un embargo commerciale nei confronti di Cuba. La crisi si accentua dopo l’installazione di missili nucleari sovietici su Cuba.

1977: apertura dell’Ufficio degli interessi americani a L'Avana sotto la presidenza di Jimmy Carter, che allenta l’embargo.

1995: Cuba e Stati Uniti firmano degli accordi migratori.

1996: rafforzamento dell’embargo americano con la legge Helms-Burton.

2001: il presidente americano George W. Bush inasprisce l’embargo limitando ulteriormente i viaggi e gli invii di denaro verso l’isola.

2004: Cuba annuncia la fine delle sue transazioni commerciali in dollari.

2008: i paesi dell’America latina reclamano la revoca dell’embargo contro Cuba.

2009: Barack Obama sopprime tutte le restrizioni sui viaggi e sugli invii di denaro. Rappresentanti dei due paesi avviano discussioni informali per rilanciare il dialogo.

2011: l’americano Alan Gross, arrestato a Cuba, viene condannato a 15 anni di prigione per spionaggio.

2013: storica stretta di mano tra Barack Obama e Raul Castro durante i funerali di Nelson Mandela in Sudafrica.

2014: il 17 dicembre, Alan Gross viene liberato per ragioni umanitarie e Barack Obama annuncia «un nuovo capitolo» delle relazioni con Cuba.

Fonte: ATS

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swissinfo.ch

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