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Schiavitù diplomatiche

Idillio, ma non per tutti: anche nell'internazionale città di Ginevra vi sono casi di schiavitù domestica. www.picswiss.ch

In Europa migliaia di persone al servizio di diplomatici sono vittime di condizioni di lavoro servili. Lo denuncia un rapporto del Consiglio d'Europa. La Svizzera vi è citata come esempio positivo, ma anche nel nostro paese vi sono numerosi abusi.

Questo contenuto è stato pubblicato il 09 gennaio 2001 - 20:38

Più di quattro milioni di donne, secondo il rapporto del Consiglio d'Europa pubblicato martedì, sono vendute ogni anno come schiave. Molte di loro sono vittime della cosiddetta "schiavitù domestica." Circa il 20 per cento dei loro datori di lavoro godono di immunità diplomatica.

"Troppo spesso, immunità è sinonimo di impunità", afferma il parlamentare europeo John Connor (Irlanda). I diplomatici e i funzionari internazionali usano infatti arruolare il loro personale domestico nei paesi d'origine. Fra gli stati vige generalmente un'intesa reciproca, per cui al personale domestico viene concesso un permesso di soggiorno non sottoposto a particolari controlli. E la Convenzione Onu di Vienna sull'immunità diplomatica impedisce di applicare delle sanzioni per la violazione della legge nel paese d'accoglienza.

In questo modo, migliaia di donne e anche uomini si trovano a lavorare in condizioni di schiavitù, senza alcuna protezione legale e sono spesso vittima di violenze fisiche, psicologiche o sessuali.

Fra le misure proposte dal rapporto del Consiglio d'Europa per combattere la schiavitù domestica, oltre all'emendamento della Convenzione di Vienna e alla realizzazione di una legislazione anti-schiavitù in tutti i paesi membri del Consiglio, si citano anche le direttive adottate dalla Svizzera, considerate "esemplari".

In Svizzera infatti, tutti gli stranieri che intendono lavorare presso un'ambasciata o una missione consolare sono ammesse sul territorio svizzero solo se sono in possesso di un contratto di lavoro che rispetti le leggi elvetiche. "Il principio è semplice", dice John Connor, "niente visto senza contratto di lavoro".

Ma la situazione in Svizzera è realmente priva di problemi? Niente affatto, ci dice Luis Cid, presidente del Syndicats sans frontières 2000 di Ginevra: "È una cosa che sorprende molto, ma in Svizzera ci sono degli schiavi (...) e quando parlo di schiavi, parlo di uomini e donne che guadagnano 100, 200, 300 franchi al mese, senza assicurazioni sociali e in condizioni di alloggio degne (...) dell'epoca della schiavitù."

Solo nel 2000 vi sono stati, sempre stando a Cid, un ventina di casi di persone che guadagnano poche centinaia di franchi denunciati al tribunale dei probiviri. "L'ultimo caso grave è stato quello di una donna, che si è gettata dal quinto piano della casa di un diplomatico per sfuggire allo stato di reclusione in cui si trovava." Per questi motivi, sarebbe "inammissibile" che la Svizzera sia "citata come esempio".

Vi sono, è vero, alcune regole, prosegue Cid: nel 1999, una direttiva della Confederazione ha fissato il minimo salariale di 1500 franchi per gli impiegati domestici(cifra che sarebbe tra l'altro inferiore di dieci franchi a un'analoga direttiva ginevrina di 14 anni prima). La legislazione ginevrina prevede ora un salario mensile di 2230 franchi.

Ma il problema è che le persone coinvolte spesso non conoscono la lingua e ignorano i loro diritti e quindi non possono difendersi, anche quando vi sarebbero le basi legali. I diplomatici presenterebbero in effetti alle autorità preposte alla concessione dei permessi di soggiorni dei contratti per i loro domestici che contemplano il salario minimo richiesto, ma poi spesso non vi si atterrebbero. E non vi sarebbero controlli efficaci.

Il piccolo Syndicat sans frontières, creato nel 1990, cerca di porre rimedio denunciando i casi conosciuti al tribunale dei probiviri. Ma i diplomatici, forti della loro immunità, non sempre ne rispettano le sentenze. "Quello che tengo a dire all'opinione pubblica", sottolinea Cid, "è che vi sono tali situazioni proprio in un ambiente in cui si discute spesso di diritti dell'uomo."

Andrea Tognina

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