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Una relativamente piccola superficie del Sahara sarebbe sufficiente per coprire il fabbisogno energetico di gran parte dell’Europa e dell’Africa del Nord

(Keystone)

Insidiato dalle divisioni e dalle scissioni, il programma d’infrastrutture solari Desertec deve far fronte all’impatto della crisi economica in Europa e degli sconvolgimenti politici in Nord Africa.

L’idea di partenza era fenomenale: il progetto industriale Desertec prevedeva la costruzione di una vasto sistema di centrali solari in Africa del Nord e in Medio Oriente e il loro allacciamento con la rete europea. L’obiettivo di questa iniziativa era di coprire, entro il 2050, il 15% del fabbisogno energetico europeo.

Lanciato nel 2009 e con un costo preventivato di 500 miliardi di franchi, questo progetto riuniva una ventina di aziende industriali, raggruppate nel consorzio Desertec Industrial Initiative (Dii), e la Fondazione Desertec, un’associazione senza scopo di lucro. L’anno scorso, però, i gruppi industriali Siemens e Bosch si sono ritirati dal progetto, invocando i contraccolpi della crisi finanziaria in Europa e le difficoltà con cui è confrontato il settore dell’energia solare.

In giugno, per spiegare la fine della sua alleanza con la Dii, la Fondazione Desertec ha parlato di «innumerevoli dispute insolubili», nocive per la credibilità del progetto. L’iniziativa non si sta trasformando in un miraggio?

Il potenziale del deserto

L’elevato potenziale energetico delle regioni desertiche sta attirando consistenti investimenti.

Oltre a Desertec, le aziende e i ricercatori svizzeri partecipano ad altri progetti per lo sfruttamento di questa energia verde.

Tra di essi vi è il ‘Solar islands project’, basato a Ras al-Khaimah, negli Emirati Arabi Uniti. Esso prevede di produrre energia solare su vaste “isole” galleggianti, ricoperte di pannelli termici, che riscaldano l’acqua che va ad alimentare le turbine.

Il progetto di città verde portato avanti ad Abu Dhabi, pensato in teoria per 50'000 persone, gode anche di un ampio sostegno svizzero.

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Un contesto difficile

Rolf Wüstenhagen, responsabile dell’istituto di economia ambientale all’Università di San Gallo, osserva che gli sconvolgimenti sociali e politici hanno senza dubbio modificato la tabella di marcia del progetto.

«All’inizio Desertec era un’idea ambiziosa e rivoluzionaria per coprire il fabbisogno europeo di elettricità col sole del deserto», spiega Wüstenhagen. «La Primavera araba ha condotto ad aggiustamenti nell’indirizzo politico. Ci si è resi conto che Desertec potrebbe essere utilizzato dall’Europa come uno strumento di politica estera per stabilizzare la regione quando le riserve di petrolio si esauriranno».

Sia l’organizzazione senza scopo di lucro Desertec Foundation, che può contare su un forte sostegno del governo tedesco, sia la Dii affermano di poter continuare a lavorare assieme sull’architettura globale di questa iniziativa, malgrado la divergenza di obiettivi.

Per Wüstenhagen, questo è un bene, poiché l’industria privata, il mondo politico e le ONG hanno bisogno gli uni degli altri per far sì che il progetto funzioni.

«Se poggerà su basi puramente commerciali, l’iniziativa non decollerà. Ma non può neppure fare a meno di questo aspetto», aggiunge. «La visione della Fondazione si proietta all’orizzonte 2050, ma le aziende quotate in borsa hanno tendenza a non guardare così lontano per avere un ritorno sugli investimenti».

Lo show continua

La multinazionale elvetico-svedese ABB, che fa parte della Dii, insiste sul fatto che il progetto Desertec, «visionario e a lungo termine», è ancora sulla buona strada, malgrado la «volatilità politica» instauratasi con la Primavera araba e la scissione con i partner non profit.

«Ci rammarichiamo per il ritiro della Desertec Foundation, ma non lo consideriamo come un indebolimento dell’iniziativa», spiega Jochen Kreusel, responsabile del settore Smart Grid in seno all’ABB. «La nostra posizione sul progetto non è cambiata. I risultati raggiunti finora ci soddisfano».

«Crediamo fermamente che un mercato integrato UE-MENA [Medio Oriente e Nord Africa] per le energie rinnovabili, sia un elemento chiave per raggiungere gli obiettivi energetici che l’Europa si è fissata per il 2050 e per riuscire ad avere un approvvigionamento sostenibile di corrente in tutta la regione».

Greenpeace, che ha sempre sostenuto l’iniziativa, è pure dell’avviso che il progetto possa sopravvivere ai problemi attuali. L’organizzazione ambientalista è per contro molto più pessimista per quanto concerne il sogno di riuscire ad allacciare Desertec alla rete elettrica europea.

«Il pezzo forte del progetto, costituito dalla volontà di approvvigionare l’Europa con la corrente elettrica prodotta in Nord Africa, deve affrontare una battuta d’arresto. Ciò non significa però che l’intero programma non possa essere coronato da successo», afferma Andree Böhling, esperto energetico presso la sezione tedesca di Greenpeace.

Nessuna tecnologia magica

Un punto che preoccupa Böhling sono le divisioni nelle file delle multinazionali del settore, che sostengono industrialmente il progetto.

«Un gruppo vuole analizzare le possibilità di produrre energia pulita nella regione, tenendo in considerazione gli interessi della popolazione locale», spiega. «Un altro sembra voler utilizzare le preoccupazioni ambientali come una foglia di fico, mentre un terzo auspica di poter lanciare sul mercato il maggior numero di progetti commerciali il più presto possibile».

In giugno, la Dii ha presentato il suo primo piano d’azione concreto, denominato «Getting Started». Esso afferma che entro il 2050 più del 55% della produzione energetica in Nord Africa, Medio Oriente ed Europa potrebbe provenire da fonti sostenibili.

Il primo obiettivo del progetto è di concepire quali sono le condizioni tecniche, economiche e politiche ideali per trasformare i deserti della regione in centri di produzione energetica. Le competenze tecniche dell’ABB sono essenziali per quanto concerne il trasporto di corrente su lunghe distanze con perdite minime di energia.

«Gli obiettivi sono raggiungibili, osserva Wüstenhagen. Non vi è bisogno di nuove tecnologie magiche per superare i problemi».


(traduzione di Daniele Mariani), swissinfo.ch


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