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In Sudafrica la bella lavanderina è rossocrociata?

Devi Bühler

Dai laboratori di ricerca svizzeri è uscita una lavanderia autosufficiente in termini di consumo energetico e idrico: sarà messa in funzione negli insediamenti sudafricani privi di allacciamenti agli acquedotti.

Questo contenuto è stato pubblicato il 31 gennaio 2021 - 11:00

Nel settembre 2017 a Città del Capo la situazione era drammatica: la metropoli annaspava letteralmente in cerca di acqua. L’albergo che ospitava la svizzera Devi BühlerLink esterno aveva chiesto alla clientela di ridurre al minimo il consumo di acqua per l’igiene personale e di rinunciare al ricambio degli asciugamani.

Devi Bühler faceva parte di una delegazione dell’ambasciata di Svizzera giunta a Città del Capo per partecipare al summit sull’innovazione. Un appuntamento annuale in cui il mondo della ricerca incontra quello aziendale. Manco a dirlo, tutto era incentrato sulla crisi idrica.

Crisi idrica a Città del Capo

Dal 2015 nella provincia del Capo Occidentale la siccità ha provocato una grave penuria di acqua e il governo ha proclamato la regione area disastrataLink esterno. Grazie a drastiche restrizioni, nel 2019 l’allarme è rientrato, ma il problema dell’approvvigionamento idrico non è stato risolto. Il Sudafrica è uno dei Paesi più aridi del mondo. Il cambiamento climatico, la crescita demografica e l’agricoltura aggravano ulteriormente la situazione. La penuria di acqua è all’origine di tensioni sociali e diatribe sull’equità della distribuzione.

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Devi Bühler lavora come ricercatrice all’Istituto per l’ambiente e le risorse naturali della Scuola universitaria professionale di scienze applicate di Zurigo (ZHAW). Specializzatasi tra l’altro nella valorizzazione biologica delle risorse idriche e nel recupero delle 'acque grigie' - vale a dire le acque di scarico domestico (provenienti da bagno, cucina e lavanderia) - Bühler svolge anche ricerche nell’ambito della gestione decentralizzata dell’acqua, dell’edilizia sostenibile e della cooperazione internazionale allo sviluppo.

"Aver visto con i miei occhi quali sono i problemi reali mi ha fortemente motivata."

Devi Bühler, ZHAW

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Durante il vertice sull’innovazione ha avvicinato diverse aziende sudafricane. Questi incontri l’hanno motivata a lanciare LaundReCycleLink esterno, la prima lavanderia autosufficiente in termini di consumo energetico e idrico. Il container che ospita la lavatrice non deve essere allacciato alla rete elettrica e non richiede neppure acqua corrente o scoli. L’ideale quindi per l’aridità del Sudafrica. "Aver visto con i miei occhi quali sono i problemi reali mi ha fortemente motivata", afferma Bühler.

Ha notato ad esempio che negli insediamenti provvisori privi di allacciamenti agli acquedotti e con un’erogazione di energia elettrica instabile, la gran parte della gente lava ancora la biancheria a mano. "Alcuni tirano a campare lavando i panni per gli altri", racconta Bühler. "Ho intravisto una nicchia di mercato."

La lavanderia mobile

Dopo il rientro in Svizzera, Bühler ha richiesto e ottenuto il sostegno finanziario della Confederazione per il suo progetto di ricerca, stimato a circa 300'000 franchi.

Lo scorso anno, con altri colleghi ricercatori, ha messo a punto un prototipo che ora funziona nell’area della Scuola universitaria di Wädenswil.

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"La biancheria viene lavata con acqua fresca, che una volta usata viene raccolta in una cisterna e purificata mediante un procedimento a due fasi, poi disinfettata con una lampada a raggi ultravioletti e infine riutilizzata per il prossimo lavaggio", spiega Bühler. Il procedimento di depurazione a due fasi si articola in un lavaggio fisico-meccanico e in una valorizzazione biologica mediante microorganismi presenti nel filtro.

Tuttavia, ad ogni lavaggio viene ancora perso il 30 per cento dell’acqua, che si compensa mediante l’impiego di acqua piovana appositamente raccolta. L’impianto funziona con energia solare e in caso di soleggiamento carente si attiva temporaneamente una batteria.

Un’azienda sudafricana aprirà la stessa lavanderia su un terreno messo a disposizione da un’ONGLink esterno creando in tal modo nuovi posti di lavoro.

La ZHAW in collaborazione con l’ambasciata di Svizzera in Sudafrica prevede di inaugurare l’impianto di Città del Capo con una cerimonia ufficiale.

In Sudafrica sfruttare le acque grigie è normale

L’idea è di perfezionare la lavanderia sudafricana per poterla lanciare sul mercato. Se le cose andranno come previsto in futuro sarà creato una spin-off. "L’idea è fondamentalmente scalabile", prosegue Bühler. "Se avrà successo l’ONG potrà gestire molte di queste lavanderie, sia in agglomerazioni sparse alla periferia di Città del Capo, sia in centro, ad uso dei senza tetto."

Devi Bühler lavora a stretto contatto con i ricercatori dell’Università Stellenbosch in Sudafrica, che si sono offerti di analizzare i campioni d’acqua della lavanderia nei loro laboratori. Si vuole infatti capire se il processo di depurazione funzioni anche lì e se l’acqua riciclata possa essere riutilizzata senza problemi.

È importante che l’acqua trattata non macchi. "Nella nostra lavanderia pilota abbiamo fatto dei test con della biancheria bianca", afferma Bühler. I capi non sono stati macchiati. Tuttavia, a Città del Capo occorre analizzare e migliorare questo punto più a fondo.

Nel suo campusLink esterno l‘Università Stellenbosch applica tra l’altro dei principi di trattamento delle acque molto simili a quelli adottati da LaundReCycle: raccogliere l’acqua piovana, riutilizzare le acque grigieLink esterno - l’acqua delle docce viene ad esempio trattata e riutilizzata per gli sciacquoni dei WC - e ridurre il consumo.

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"I sudafricani sono molto aperti all’uso delle acque grigie", precisa Bühler. Per quanto ne sappia però nessuno ha mai pensato a una lavanderia autosufficiente in termini di consumo energetico e idrico.

In Svizzera quasi nessuno pensa a ridurre il consumo di acqua

L’invenzione di Devi Bühler non è invece molto adatta al contesto svizzero. Lo scarso soleggiamento durante i mesi invernali richiederebbe una batteria di grosse dimensioni per garantire il funzionamento autosufficiente dell’impianto. "A tal punto non avrebbe più alcun senso", puntualizza Bühler.

"In teoria il container potrebbe essere utilizzato su un alpeggio discosto e privo di allacciamenti", prosegue Bühler. "Ma in Svizzera tutto questo avrebbe senso solo se si estendesse il sistema del recupero delle acque grigie anche a cucina e bagno."

"I sudafricani sono molto aperti all’uso delle acque grigie."

Devi Bühler, ZHAW

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In Sudafrica l’idea è molto più accattivante, da un lato grazie al clima, ma anche per la situazione di mercato. "Questa soluzione è tanto più interessante quanto più costoso e instabile è l‘approvvigionamento idrico ed energetico."

Quello che potrebbe risultare interessante per la Svizzera è la tecnologia sviluppata per il riciclo e il trattamento dell’acqua. Considerando il cambiamento climatico in corso, secondo Bühler sarebbe auspicabile utilizzare maggiormente le acque grigie anche in Svizzera.

Purtroppo, le autorità non danno alcun segnale in tal senso. Non ci sono incentivi, perché a differenza del risparmio energetico, il risparmio di risorse idriche non entra in linea di conto in un Paese come la Svizzera, noto come il serbatoio dell’Europa per le sue immense riserve d’acqua.

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