Navigazione

Saltare la navigazione

Funzionalità principali

"Non so se domani sarò ancora viva"



Kasha Nabagesera vive nel terrore della crociata contro gli omosessuali in Uganda

Kasha Nabagesera vive nel terrore della crociata contro gli omosessuali in Uganda

(Keystone)

Kasha Nabagesera ha ricevuto a Ginevra il 20° Premio Martin Ennals per la tutela dei diritti umani. L'attivista ugandese è stata ricompensata per il lavoro a favore dei diritti degli omosessuali in Uganda. Intervista.

Il suo compagno di lotta è stato assassinato a martellate lo scorso gennaio, dopo che il suo volto era stato pubblicato nelle pagine di un tabloid del paese africano intitolate "Le foto dei cento omosessuali più famosi d'Uganda. Impicchiamoli". Anche Kasha Nabagesera figura in quell'elenco che incita a una crociata omofobica. Ogni settimana cambia dimora perché la sua vita è minacciata.

Kasha è cofondatrice e presidente di "Freedom and Roam", organizzazione di difesa dei diritti di lesbiche, bisessuali, gay e transessuali (LGBT) in Uganda. Questa lotta ad alto rischio è stata onorata il 13 ottobre a Ginevra dalla giuria del Premio Ennals per i difensori dei diritti umani.

swissinfo.ch: Quali sono le condizioni di vita quotidiana per un omosessuale in Uganda?

Kasha Nabagesera: Le molestie sono quasi quotidiane. Si va dagli insulti pubblici alla repressione più insidiosa. Il semplice sospetto di essere omosessuali ha conseguenze di vasta portata: gli sfratti degli alloggi e i licenziamenti sono atti correnti. Molti gay si suicidano.

Le lesbiche, in particolare, sono vittime di sevizie sessuali. Sono spesso violentate da uomini che pensano di "curarle" da una cosiddetta devianza. O che riaffermano il dominio maschile su una donna che, a loro avviso, sarebbe troppo virile.

I discorsi che incitano all'odio risuonano sia nelle prediche nelle chiese sia nelle file politiche. Anche nelle scuole, molti insegnanti incoraggiano le intimidazioni nei confronti di ragazzi sospettati di avere tendenze omosessuali, che rischiano l'espulsione.

swissinfo.ch: Perché c'è un'avversione così violenta?

K. N. : Prima di tutto perché la legge punisce l'omosessualità con una pena fino alla reclusione perpetua. Così, nella mente di molti ugandesi, essere gay è un reato. Una realtà prevalente in Africa, dove la maggior parte della popolazione crede che sia un male trasmesso dall'influsso occidentale.

In ogni caso, gli africani hanno sempre considerato l'omosessualità come un tabù. Se rivendichiamo il nostro diritto all'esistenza, lo prendono come una minaccia ai valori tradizionali.

swissinfo.ch: I suoi dati e la sua foto sono stati pubblicati in un grande quotidiano di Kampala, in un elenco di cento persone identificate come omosessuali, con un appello all'uccisione. Quali sono le conseguenze di questi coming-out forzati?

K. N. : Dalla pubblicazione di questa lista, io vivo nella paura costante, cambio indirizzo in continuazione. Regolarmente, le forze di sicurezza mi fermano per intimorirmi, la gente mi insulta per strada o mi addita. L'incertezza di sapere se sarò viva l'indomani è angosciosa. Tanto più che non abbiamo alcuna protezione legale.

Tre mesi dopo la pubblicazione di questa lista, il mio amico David Kato è stato assassinato fuori dalla porta di casa. E il governo ha mantenuto il silenzio totale sulla vicenda. Anzi istiga all'odio con una proposta di legge contro l'omosessualità, in cui chiede niente meno che la pena di morte per i gay!

swissinfo.ch: Il disegno di legge, proposto in parlamento in maggio, ha dei fini elettorali?

K. N. : Non proprio, perché il disegno di legge è stato elaborato nel 2009 ed è stato esaminato dopo le presidenziali dello scorso febbraio (elezioni che hanno riconfermato il presidente Museveni, al potere da 25 anni, nonostante i sospetti di frode massiccia, Ndr.)

È stato realizzato dopo una serie di seminari organizzati da evangelisti americani ai quattro angoli dell'Uganda, durante i quali i fondamentalisti hanno praticato una disinformazione costante, associando omosessualità e pedofilia o AIDS. Politici ugandesi hanno partecipato a quelle conferenze e sono usciti convinti che l'opzione migliore fosse quella di uccidere tutti i gay.

swissinfo.ch: Ma di fronte alla contestazione dell'opposizione e alle pressioni della comunità internazionale, l'esame di questo disegno di legge è stato sospeso sine die.

K. N: Un aggiornamento parlamentare non significa un abbandono del disegno di legge. Noi vogliamo la soppressione completa, perché ognuna delle sue sezioni è una violazione dei diritti umani, non solo la pena di morte. Per esempio, quella secondo cui chi non denuncerebbe un omosessuale, anche se si trattasse di un semplice sospetto, sarebbe passibile di una condanna a tre anni di carcere.

Per contrastare questo progetto, con altre associazioni, in agosto abbiamo lanciato la campagna nazionale "Hate no more" ("Mai più odio"). Si tratta di informare e lottare contro l'esclusione sociale degli omosessuali. Perché molti ugandesi nelle province sostengono il disegno di legge, ignorando ciò che comporta. Vogliamo che la popolazione sappia che noi esistono davvero: alcuni connazionali sono convinti che noi siamo pagati per essere omosessuali.

swissinfo.ch: Che apporto dà questo premio alla sua lotta?

K. N.: È una buona motivazione: questo premio significa che i diritti degli omosessuali sono parte integrante dei diritti umani. È un messaggio forte rivolto a tutti gli ugandesi e gli africani che credono che i gay siano cittadini di seconda classe. Quando tornerò a casa, la gente mi dirà che è una vergogna per il mio paese. Ma lo prendo come un incoraggiamento per tutti coloro che lottano contro gli abusi perpetrati sulle minoranze: il rispetto della dignità umana riguarda tutti.

fondazione martin ennals

Morto nel 1991, Martin Ennals fu il primo segretario generale di Amnesty International.

L'omonima fondazione, con sede a Ginevra, assegna ogni anno un premio dotato di 20mila franchi a una personalità che si distingue nella tutela dei diritti umani.

La giuria è composta di rappresentanti di varie

organizzazioni non governative

, fra cui Amnesty International, Human Rights Watch, l'Organizzazione mondiale contro la tortura e la Commissione internazionale di giuristi.

Fine della finestrella


(Traduzione dal francese: Sonia Fenazzi), swissinfo.ch


Link

Neuer Inhalt

Horizontal Line


subscription form

Abbonatevi alla nostra newsletter gratuita per ricevere i nostri articoli.

swissinfo IT

Unitevi alla nostra pagina Facebook in italiano

×

In evidenza