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Scoprirsi omosessuali «A 12 anni mi sentivo un mostro»



Accettare la propria omosessualità, un passo difficile per la maggior parte dei giovani

Accettare la propria omosessualità, un passo difficile per la maggior parte dei giovani

Negli ultimi anni l’atteggiamento della società nei confronti dell’omosessualità è diventato molto più aperto in Svizzera. Malgrado ciò, scoprire ed accettare la propria omosessualità rimane un percorso irto di ostacoli per la maggior parte dei giovani. La testimonianza di uno di loro.

«Oggi in Svizzera si sente spesso dire che l’omofobia non è un problema, che l’omosessualità è facile da vivere. Ma è vero il contrario. Provate semplicemente a tenervi per mano con un amico mentre camminate in città. Li sentite gli sguardi?».

In questo pomeriggio di fine maggio, Hakim* è venuto a raccontare la sua esperienza agli allievi di una classe della filiera socio-sanitaria del centro di formazione professionale di St. Imier, nel Giura bernese.

Hakim non ha ancora 16 anni. È un fiume in piena. Le sue frasi sono precise. La sua parlata veloce. Non è qui per fare proselitismo. Porta la sua testimonianza, semplicemente perché «avrebbe apprezzato moltissimo se qualcuno avesse fatto la stessa cosa nella sua classe quando era più giovane». Hakim è quello che alcuni definiscono un «frocio», una «checca», un «finocchio», un «invertito»… Il genere umano è particolarmente prolisso quando si tratta di inventare vocaboli per svilire chi non rientra appieno nelle norme sociali costituite.

“Ma non ti vergogni?”

Nato in un paese del Medioriente, Hakim è giunto in Svizzera all’età di 7 anni. Verso 10-11 anni inizia a porsi delle domande sul suo orientamento sessuale. «I miei compagni cominciavano ad avere delle amichette. Ho voluto fare la stessa cosa, ma mi sono subito reso conto che c’era qualcosa che non andava. Non sapevo però bene cosa. Nessuno mi aveva mai parlato di omosessualità. Verso i 12 anni stavo veramente molto male. Mi sentivo un mostro, pensavo di essere un pedofilo».

La svolta decisiva avviene a 13 anni. Mentre assiste a un concerto, un’amica gli fa notare la bellezza della cantante, lui le risponde che anche il musicista non è niente male. «’Tuo fratello lo sa?’, mi ha chiesto. Sa cosa?, le ho risposto. ‘Beh, che sei omosessuale’. Allora ha iniziato a spiegarmi cosa significava, mi ha detto che a lei piacevano le ragazze, che c’erano molte persone così e che non c’era nulla di cui vergognarsi. Da un giorno all’altro mi sono reso conto di non essere un mostro e nello spazio di un paio di mesi ho iniziato a parlarne con gli amici».

In poco tempo tutta la scuola è al corrente. Cominciano a fioccare osservazioni. Ma non ti vergogni? Lo hai detto alla tua famiglia?

Hakim riesce a tenere duro grazie agli amici stretti – e soprattutto alle amiche – che lo difendono. Dopo un anno circa, tutto rientra più o meno nella norma.

Una cosa Hakim non si stancherà mai di sottolineare: se fare ‘coming out’ è difficile, ancor più dura è la tappa del ‘coming in’, ossia il fatto di accettare la propria omosessualità.

«Io ho un carattere forte e non ho sofferto così tanto. Non tutti però sono come me. Il problema non sono tanto le aggressioni verbali o fisiche, ma il fatto di interiorizzare questa omofobia. A forza di sentirsi ripetere ‘brutto frocio’, si comincia veramente a credere di esserlo. Non è un caso che tra i giovani un tentativo di suicidio su quattro è legato all’orientamento sessuale».

Lasciare tempo al tempo

In famiglia, di confessione musulmana, le cose vanno un po’ nello stesso modo. «Quando l’ho detto a mia madre, tremavo come se avessi una crisi d’epilessia. Mi ha risposto che avrebbe continuato ad amarmi come prima e di non preoccuparmi, poiché era solo una fase dell’adolescenza». Con le sue sorelle tutto fila più o meno liscio. Non altrettanto con uno dei due fratelli. «Mi ha minacciato e a volte mi minaccia tuttora di morte», osserva senza l’ombra di animosità.

Verso i 15 anni, la madre lo vede per la prima volta baciare il suo amico per strada. «Per lei è stato un vero choc. Si è resa conto che non si trattava solo di una fase. Da parte mia ho un po’ sclerato, sono scappato di casa e ho fatto un po’ di cazzate». Nel frattempo la situazione è migliorata. La madre ha incontrato il suo compagno. «Quando l’ho detto per la prima volta alla mia famiglia, il mio sogno era che mi avrebbero detto ‘non ci sono problemi’ e tutto sarebbe continuato come prima. Beh, penso che non succeda quasi mai così. Anche la famiglia ha bisogno di tempo per assimilare».

E il padre? Un velo di tristezza copre gli occhi di Hakim. Da due anni, il padre è ritornato a vivere in Medioriente e non sa nulla dell’omosessualità del figlio. «Il mio progetto è di rendergli visita quest’estate. Probabilmente sarà l’ultima volta perché prima o poi lo verrà a sapere e allora non potrò più andare a trovarlo. So benissimo che non lo accetterà mai».

Militanza

Vi è poi un altro fattore tutt’altro che marginale: nel paese dove vive il padre – che tacceremo per motivi di discrezione – le relazioni omosessuali sono punite con pene che vanno fino a 10 anni di prigione. «In fondo mi è andata bene, vivo in Svizzera. In un paese come l’Iran rischierei addirittura la pena di morte», sottolinea Hakim, ricordando il cupo destino a cui vanno ancora incontro gli omosessuali in molte regioni del mondo.

E sono proprio queste persistenti discriminazioni nei confronti delle persone LGBT (l’acronimo per riferirsi a lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e il sentimento che a scuola si faccia ancora troppo poco per lottare contro l’omofobia, che hanno spinto Hakim sulla via della militanza. Recentemente, ha partecipato assieme al Consiglio dei giovani della città di Losanna alla realizzazione di un’esposizione sull’omofobia, che grazie al successo ottenuto sarà presentata anche in altre città.

«Ho ricevuto un’educazione basata sulla giustizia e l’uguaglianza – ci dice. Sono allergico a qualunque tipo di discriminazione. Sono giovane, sono idealista e ho dei sogni. E mi batterò affinché si realizzino».

*Nome fittizio

Fino alla pena capitale

Il 17 maggio 1990 l’Organizzazione mondiale della sanità ha cancellato l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali, definendola «una variante naturale del comportamento umano». Questa data viene ricordata celebrando la Giornata mondiale contro l’omofobia.

Malgrado ciò in oltre 70 paesi, territori o regioni esistono ancora leggi che criminalizzano le relazioni tra adulti dello stesso sesso.

Gli atti omosessuali sono addirittura passibili della pena di morte in sette paesi: Arabia Saudida, Iran, Nigeria, Mauritania, Sudan e Yemen. Recentemente un progetto di legge che prevedeva l’introduzione della pena capitale in Uganda è stato ritirato dopo le forti proteste internazionali.

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Ondata di suicidi negli USA

Negli ultimi mesi, il fenomeno dell’omofobia tra i giovani è ritornato in primo piano soprattutto negli Stati Uniti, a causa di un’ondata di suicidi o tentativi di suicidi di adolescenti presi di mira dai compagni o dalla famiglia per il loro orientamento sessuale.

Una ricerca citata da Amnesty International rileva che un allievo americano sente in media 26 commenti omofobi ogni giorno. Nel 97% dei casi gli insegnanti non intervengono.

Il 28% degli allievi omosessuali abbandonano la scuola prima di ottenere il diploma, contro solo l’11% degli studenti eterosessuali.

Un giovane gay o una giovane lesbica su cinque è vittima di aggressioni fisiche a causa dell’orientamento sessuale.

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swissinfo.ch


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