Soldati armati all'estero: per il governo è una questione di ragionevolezza

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Armare i soldati in missione di pace all'estero è una misura pragmatica che non pregiudica la neutralità. Questo il messaggio del Consiglio federale in vista del voto sulla modifica della legge militare.

Questo contenuto è stato pubblicato il 30 marzo 2001 - 12:26

Il Consiglio federale ha aperto la campagna sulla controverse modifiche della legge militare in votazione il prossimo 10 giugno giocando la carta della ragione. La revisione, che prevede da un lato una cooperazione internazionale a livello d'istruzione e dall'altro la possibilità di armare i soldati svizzeri inviati all'estero in missione di pace, costituisce "un passo elveticamente pragmatico", ha osservato il consigliere federale Samuel Schmid invitando ad evitare toni fondamentalisti nell'affrontare la questione.

Contro entrambe le modifiche, ma soprattutto contro l'idea di armare i soldati, hanno lanciato un referendum sia il fronte nazionalista incarnato dall'Associazione per una Svizzera neutrale e indipendente (ASNI), capeggiato dal leader dell'UDC Christoph Blocher, sia il movimento anti-militarista Gruppo per una Svizzera senza esercito (GSse).

Già da lungo tempo la Svizzera si impegna per la pace al di là delle proprie frontiere attraverso i buoni uffici, l'aiuto in caso di catastrofe, la cooperazione allo sviluppo e, da quasi 50 anni, anche con contributi militari per sostenere missioni dell'ONU o dell'OSCE, ha rammentato il ministro della difesa Schmid. Recentemente sono stati inviati militi nei Balcani nel quadro delle operazioni di promuovimento della pace delle Nazioni Unite. "I soldati svizzeri impiegati all'estero devono però essere in grado di difendersi da soli nel caso venissero minacciati", ha sottolineato Schmid.

L'impiego di soldati all'estero avverrebbe su base volontaria, richiederebbe un mandato dell'ONU o dell'OSCE che esclude ogni partecipazione a combattimenti per l'imposizione della pace sono escluse. La sovranità elvetica non correrebbe alcun rischio: "Spetterà al governo e, rispettivamente al parlamento quando l'impiego riguarda oltre 100 uomini o dura più di 3 settimane rispettivamente al Parlamento, decidere se, come e per quanto tempo inviare i soldati", ha precisato Schmid che ha respinto recisamente l'accusa di un'adesione alla NATO avanzata dall'ASNI.

"L'aiuto umanitario non basta, la Svizzera vuole e può fare di più", ha detto il consigliere federale Joseph Deiss, intervenuto per dare man forte al collega. Per il ministro degli esteri nei prossimi anni la promozione attiva della pace diventerà uno degli assi portanti della politica estera elvetica. Oltre alla solidarietà occorre anche contribuire ad impedire i conflitti e ad assicurare la pace: "Neutralità non è sinonimo di passività o di indifferenza", ha osservato Deiss.

Lo scontro tra le argomentazioni razionali del governo e gli slogan a carattere fortemente emotivo dei referendisti si annuncia intenso. Già in gennaio l'ASNI pubblicare nei giornali l'immagine di un cimitero di soldati svizzeri per simboleggiare i rischi di una partecipazione a queste missioni. I due ministri si sono detti fiduciosi in vista dello scrutinio popolare, un voto che verrà sicuramente influenzato dall'evoluzione nei Balcani nei prossimi due mesi e soprattutto dalla situazione dei militi svizzeri impiegati attualmente in questa regione.

Luca Hoderas

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