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Tempi duri per le popolazioni artiche

Un cacciatore visita le rovine del suo villaggio natale di Nuniamo, in Russia, eretto nel 1958 per accogliere le famiglie sfollate e chiuso dalle autorità nel 1977

Gli spostamenti forzati delle popolazioni autoctone dell'Artico, studiati nel quadro dell'Anno internazionale dei poli (2007-2009), aumenteranno drammaticamente d'intensità nei prossimi anni.

Del problema degli sfollati climatici ne parliamo con il ricercatore svizzero Yvon Csonka, direttore dell'Istituto di storia culturale e sociale dell'Università della Groenlandia.

Un vasto sforzo di ricerca che coinvolge 50'000 ricercatori di oltre sessanta paesi per un periodo di due anni: sono le cifre della quarta edizione dell'Anno internazionale dei poli (IPY), lanciato nel marzo del 2007.

Tra i partecipanti vi è anche Yvon Csonka, presidente dell'Associazione internazionale delle scienze sociali artiche. In Groenlandia da sette anni, il ricercatore elvetico è coinvolto in tre progetti dell'IPY. Tra questi il progetto MOVE, che copre praticamente tutta la zona artica.

swissinfo: Quali sono a suo parere i punti principali di questa edizione dell'Anno dei poli?

Yvon Csonka: L'IPY è indubbiamente legato ai cambiamenti climatici, con delle dimensioni non soltanto ambientali, ma anche umane. Finalmente ci siamo accorti che nell'Artico vivono delle persone, le quali hanno gli stessi diritti degli altri cittadini del pianeta.

Un altro aspetto importante dell'IPY è la composizione disciplinare delle ricerche: l'integrazione delle scienze umane rappresenta una grande novità rispetto alla precedente edizione, battezzata "Anno geofisico".

Un punto centrale dell'IPY, così come dell'Artico nei prossimi anni, è l'apertura del bacino artico, che a causa del cambiamento climatico diventerà più accessibile. In futuro ci possiamo aspettare un assalto alle risorse.

swissinfo: Il progetto MOVE si concentra sui movimenti delle popolazioni autoctone dettati dagli Stati. Quali le ragioni di questa ricerca?

Y. C.: Gli spostamenti di popolazioni sono stati frequenti in passato. Sono stati condotti nello stesso periodo e in modo abbastanza simile in America del Nord, in Groenlandia e nell'ex Unione sovietica. A decenni di distanza, le similitudini sono molto visibili.

Ora è importante capire questo fenomeno e le sue conseguenze. Gli spostamenti di popolazioni sono infatti destinati a continuare. Non forzatamente a causa del clima, ma anche per altre ragioni e in circostanze differenti.

swissinfo: A quali spostamenti fa riferimento?

Y. C.: In Alaska, ad esempio, dei villaggi costieri minacciati dall'erosione legata ai cambiamenti climatici devono essere interamente dislocati. Il problema è che tali interventi sono molto costosi.

Quando le persone praticavano ancora il nomadismo non si portavano appresso troppe cose. Oggi, spostare un intero villaggio è al contrario un lusso inaffrontabile. L'alternativa è di trasferire le persone nelle città...

Altro esempio: verso la metà del XX secolo, i groenlandesi si sono parecchio lamentati dei danesi e della loro politica di concentrazione. Ora dispongono di un governo autonomo, ma per ragioni economiche si credono costretti a seguire ancora questa politica.

I groenlandesi non osano farlo apertamente come fecero negli anni '60-'70, ma mettono sotto pressione gli abitanti dei piccoli villaggi tagliando loro i servizi o aumentando i prezzi. Si tratta di una politica di concentrazione celata, ma ad ogni modo molto chiara.

swissinfo: Lei è spesso sul terreno, vicino alle popolazioni. L'impatto del cambiamento climatico è tangibile?

Y. C.: Più ci si sposta verso nord, più l'impatto è marcato. Nel 2007 sono stato a Thulé, dove i cacciatori mi hanno mostrato molto concretamente la regressione della banchisa nel corso degli ultimi cinque anni.

Questi cacciatori devono cambiare i percorsi dei loro viaggi, ciò che comporta un aumento degli incidenti sul ghiaccio. Inoltre, la stagione di caccia si accorcia: le conseguenze sono un calo delle entrate e un aumento del consumo di alcol.

Nel sud della Groenlandia, invece, il quadro della situazione è diverso. In queste regioni senza banchisa le conseguenze dirette del cambiamento climatico sono meno visibili. Alcuni abitanti si rallegrano del fatto che il periodo navigabile (la barca è l'unico mezzo che consente di cacciare e pescare) si allunga. Il sud ha pure iniziato ad importare mucche e si sta lanciando in attività agricole.

swissinfo: Quale futuro si prospetta per l'Artico?

Y. C.: Tutto dipenderà dal ritmo con il quale evolve il clima. I mutamenti più importanti concerneranno senza dubbio lo sfruttamento delle risorse e la geopolitica.

Il bacino artico rappresenta una delle ultime regioni del pianeta in cui le frontiere sono relativamente mal definite. Si sospetta poi la presenza di risorse naturali quali il petrolio. Anche la sua navigabilità è importante: le tratte attraverso l'Artico sono più corte e meno pericolose, sul piano politico e militare, rispetto ad altre zone.

D'altronde, l'Anno internazionale dei poli racchiude una grande importanza per quel che concerne le ricerche sulle risorse e sui limiti degli zoccoli continentali [per stabilire le frontiere]. È una delle ragioni che ha permesso di raccogliere i finanziamenti necessari.

Durante la guerra fredda, queste zone erano estremamente importanti sul piano strategico. Ora lo sono un po' meno, ma rischiano di ridiventarlo in futuro. E di passare di nuovo, perlomeno parzialmente, sotto l'influsso militare.

Le popolazioni autoctone sono state utilizzate - non sempre in modo calcolato - come delle pedine sullo scacchiere strategico. Villaggi interi sono stati dislocati per affermare la sovranità di uno Stato su una o l'altra isola disabitata.

Queste popolazioni godono oggi di una certa autorità su questi territori. Credo però che gli Stati [Paesi scandinavi, Canada, Russia e Stati Uniti] ai quali queste regioni appartengono, non vogliano rinunciare alla possibilità d'intervenire in modo più autoritario.

swissinfo, intervista di Pierre-François Besson
(traduzione dal francese: Luigi Jorio)

Svizzera e ricerca polare

Da quasi un secolo, la ricerca svizzera contribuisce allo studio di Artide e Antartide con progetti e risultati di rilievo.

I ricercatori dell'Università di Berna hanno ad esempio ottenuto nuove informazioni sui gas ad effetto serra negli ultimi 650'000 anni analizzando il ghiaccio antartico a 3mila metri di profondità.

Nel 2006, la Svizzera ha celebrato i 50 anni della Spedizione glaciologica internazionale in Groenlandia, un'organizzazione per la ricerca polare promossa da scienziati elvetici.

Due anni prima, ha festeggiato i 20 anni del Comitato svizzero di ricerca polare ed è diventata membro della Commissione scientifica per la ricerca nell'Antartide.

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Anno internazionale dei poli

Lanciato dall'Organizzazione meteorologica mondiale e dal Consiglio internazionale per la scienza, la quarta edizione dell'Anno internazionale dei poli si svolge dal 1. marzo 2007 al 1. marzo 2009.

I lavori di ricerca, incentrati su entrambi i poli, abbracciano diverse discipline: oltre alla glaciologia si studia l'antropologia, l'astronomia, la salute umana, la storia, la genomica,...

Uno degli obiettivi di questo anno polare è di migliorare la conoscenza sul ruolo fondamentale dei Poli nell'equilibrio planetario e nella regolazione del clima. L'IPY intende pure sensibilizzare maggiormente l'opinione pubblica.

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Da Csonka a Move

Antropologo formatosi a Neuchâtel, Parigi e Quebec, Yvon Csonka si è recato nella maggior parte delle regioni del Grande Nord. È autore di numerose pubblicazioni sui popoli autoctoni dell'Artico.

Professore di etnologia all'Università della Groenlandia (a Nuuk) dal 2001, presiede attualmente l'Associazione internazionale delle scienze sociali artiche e dirige i programmi canadesi e groenlandesi del progetto MOVE.

MOVE ("Moved by the State: Perspectives on Relocation and Resettlement in the Circumpolar North") è condotto congiuntamente da istituzioni canadesi, finlandesi, americane e groenlandesi.

Le ricerche antropologiche sul terreno e le analisi demografiche comparative dovrebbero permettere di studiare la storia e le conseguenze degli spostamenti delle popolazioni indigene condotte dai governi, dal 1920 a oggi.

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