Trapianti, una questione dibattuta

Il tema trapianti è complesso, ma i partecipanti a PubliForum 2000 vogliono cercare di capire, per potere in futuro decidere da cittadini coscienti Keystone

Tra venerdì e domenica 28 cittadini discutono di trapianti con un gruppo di esperti, nell'ambito di PubliForum 2000. Un'occasione per fare il punto sulla questione, all'indomani della presa di posizione del Consiglio federale sulla legge sui trapianti.

Questo contenuto è stato pubblicato il 24 novembre 2000 - 18:31

I trapianti di organi si praticano ormai da decenni in Svizzera. Eppure fanno ancora discutere. Non tanto per la prassi medica corrente, generalmente accettata, ma perché da un lato si continua a registrare una preoccupante carenza di donatori di organi, dall'altro perché le prospettive nuove che la ricerca scientifica apre per la medicina dei trapianti - xenotrapianti, clonazione, terapia genetica, ecc. - suscitano in molti preoccupazioni di carattere etico.

Il tema è d'attualità anche perché la Svizzera si sta dotando di una legislazione in materia, finora di competenza dei cantoni. La procedura di consultazione sul disegno di legge è appena terminata e mercoledì il Consiglio federale ha reso nota la sua posizione a riguardo. In particolare ha detto di optare per la soluzione del consenso esplicito della persona deceduta o dei suoi familiari per prelevare un organo.

La concomitanza tra la presa di posizione del Consiglio federale e il PubliForum è casuale, ci ha detto Danielle Bütschi, del Consiglio svizzero per la scienza, ente che ha organizzato le giornate di discussione, insieme all'Ufficio della sanità pubblica e al Fondo nazionale per la ricerca. Gli organizzatori desiderano tuttavia che il rapporto che uscirà dalle discussioni fra un gruppo di 28 "persone comuni" e gli esperti serva anche alla formazione di una volontà politica sulla questione dei trapianti.

I PubliForm sono del resto nati proprio con l'intento di facilitare la ricerca di un consenso in questioni controverse. Negli anni scorsi, dei PubliForum sono stati dedicati all'energia e alla tecnologia genetica. I partecipanti sono scelti in modo da garantire una certa eterogeneità e provengono da tutta la Svizzera.

Abbiamo contattato tre di loro, domiciliati nella Svizzera italiana. La molla che li ha spinti a prendere parte all'iniziativa è stata soprattutto la curiosità: è quanto ci dicono Michele Vodola, 40 anni, artigiano e Ursula Gabutti, orientatrice professionale, 40 anni "superati da un po'". Michèle George, studentessa a Lugano aggiunge di essere stata attratta dalla possibilità di confrontarsi con una tematica piuttosto sconosciuta e dall'interesse per le dinamiche comunicative in un gruppo eterogeneo confrontato con questioni tanto complesse.

I partecipanti hanno già avuto il tempo di approfondire il tema e di formulare delle domande da porre agli esperti. Ora trascorreranno quattro giorni "in clausura", come dice la signora Gabutti, nell'Inselspital di Berna. I giorni di venerdì e sabato sono dedicati alla discussione con gli esperti, domenica sarà stilato un rapporto conclusivo. Per quanto possibile, gli organizzatori vorrebbero favorire la formazione di un consenso sulle questioni principali, ci dice Danielle Bütschi, ma su alcuni temi, che toccano concezioni etiche, sarà difficile e il rapporto, che sarà presentato lunedì, potrebbe anche rispecchiare posizioni contrastanti.

Ma cos'è, in fondo, che fa discutere tanto, nella questione dei trapianti? Per capirlo meglio ci siamo rivolti al dottor Paolo Cassina, chirurgo presso la clinica di chirurgia viscerale dell'Università di Zurigo. Su un punto è subito chiaro: bisogna distinguere bene le varie questioni di cui si parla. Vi è la medicina dei trapianti tradizionale, come la si pratica da anni anche in Svizzera: lì il problema è la carenza di organi.

Ora, secondo Cassina, la legge sui trapianti così come delineata dal Consiglio federale, e in particolare l'obbligo di informare i parenti, avrà "un influsso marginale" sul numero delle donazioni (secondo la stampa, molti medici temono invece che la clausola riduca il numero di donazioni). E fa un esempio: la legge ticinese prevede già l'obbligo di informazione, eppure il Ticino è il cantone con la maggior percentuale di espianti. E d'altra parte a Zurigo, dove la legge non contempla un obbligo di informazione, Cassina e i suoi colleghi chiedono comunque sempre il consenso per il prelievo di organi.

Il problema delle donazioni, stando a Cassina, va risolto in un altro modo, "a livello di organizzazione e di mentalità negli ospedali periferici". Bisognerebbe, in altre parole, diffondere una cultura del trapianto negli ospedali. Il chirurgo è dell'opinione che in questo modo si raggiungerebbero risultati migliori che non attraverso campagne di sensibilizzazione. Alla fine sarebbe l'atteggiamento del medico ad essere determinante.

Altra questione è invece quella dei problemi etici che la medicina dei trapianti può sollevare. Qui non si tratterebbe tanto di problemi legati ai trapianti così come praticati ora, quanto delle prospettive nuove aperte dalla ricerca scientifica, quali ad esempio lo xenotrapianto, cioè il trapianto di organi animali modificati. Da medico, Cassina ritiene che sia errato porre dei limiti etici alla ricerca. Valutazioni di carattere etico dovrebbero sopravvenire solo di fronte alle applicazioni pratiche dei risultati della ricerca. Anche perché oggi, mentre la ricerca corre, l'etica può solo rincorrerla.

Ciò non toglie, dice ancora Cassina, che la discussione etica sia giustificata e che negli ultimi anni ci sia stata "una grande evoluzione tra i chirurghi... che oggi sono pronti al dialogo e sono interessati ai problemi di etica." Oltretutto, in Svizzera sarebbe già stato raggiunto molto in questo ambito. In molte decisioni - ad esempio nel ricorso ad esperimenti su animali - i ricercatori devono già far capo a comitati etici. Il chirurgo rimane tuttavia in qualche misura scettico sull'efficacia di ampie discussioni sui trapianti: "solamente chi ne è stato coinvolto, i familiari che sono stati coinvolti, capiscono veramente cosa vogliamo dire."

Andrea Tognina

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